120 / Letture d’Archivio

Zeviano senza Zevi

In una intervista del 2005, rispondendo a una domanda sul perché in Italia avesse fatto fatica a trovare una affermazione critica, Vittorio Giorgini, dopo aver svolto una lucida analisi della situazione italiana, chiuse dicendo:


“Credo che un diverso approccio della critica, all’epoca avrebbe potuto far veicolare diversamente il mio lavoro. Forse mi è mancato uno Zevi che credesse in me”.

Stranamente, in un momento in cui Firenze si posizionava in Italia come un centro fervido e culturalmente riconosciuto, nonché ambìto da molti studenti e docenti, e in cui tanti architetti (alcuni senza averne le doti) emergevano pubblicando i propri lavori sulle riviste di settore, Giorgini - che nel capoluogo toscano si era formato e nel quale negli anni ’60 aveva aperto un proficuo studio professionale (collaborando, fra gli altri, con Ludovico Quaroni, Edoardo Detti e Leonardo Savioli) - viene bypassato dalla critica ufficiale e i suoi lavori più arditi, come Casa Saldarini (1962), vengono visti come frutto di un divertissement isolato.

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