La terminologia anglosassone che comprende “patrimonio”, il tema di fondo di questo AR116, è molto più aperta del significato stretto che diamo, in lingua italiana, alla stessa parola, dove l’aspetto “materiale” prevale sugli altri. Infatti lì ha un valore estensivo: non solo comprende tutto ciò che si riferisce all’ambito culturale, che sottende la nostra storia, come paese o città, e la nostra tradizione come persone o insieme di persone, “genti”, ma anche e soprattutto esprime gli antefatti, quelli che nel linguaggio cinematografico si chiamano prequel. Cosa sarebbe Superman senza la figura del padre, Jor-El, e la catastrofica distruzione della civiltà del suo pianeta di origine? Cosa saremmo noi, architetti di scuola romana, senza l’eredità culturale della nostra famiglia, della nostra scuola, della nostra università e delle nostre successive esperienze? D’altronde gli architetti, nella loro formazione, così come nell’esercizio della professione, quante volte si affidano ai flashback e a tante piccole ma forti folgorazioni che li legano inconfutabilmente alle immagini del passato? Infatti si dice spesso, forse troppo, “senza la memoria del passato non c’è futuro”. A questa interpretazione Portoghesi, come responsabile culturale, dedicò la Biennale di Architettura del 1980, che ebbe un forte riflesso mediatico e, forse, contribuì alla fortuna di architetti sui quali il giudizio storico è ancora incerto. Ma ormai abbiamo ben compreso che il termine heritage va accolto solo se amplificato nelle diverse accezioni dello spazio, inteso come spazio fisico e temporale, come spazio della cultura e della memoria. È da qui che dobbiamo partire, perché il nostro ragionamento ci porterà inevitabilmente a un tema che è molto sentito, e non solo dai giovani che si affacciano alla vita professionale: la qualità della formazione, nella sua capacità di analisi temporale e di comprensione non solo dell’architettura, che è alla base del nostro mestiere, ma soprattutto del contesto, del luogo ove si è nati e cresciuti, degli spazi e delle emozioni che ci hanno toccato in profondità e stimolato per l’ulteriore accrescimento della nostra cultura e della nostra sensibilità. Questo complesso insieme, questo intreccio di “cose” è il nostro heritage, il nostro portato; cosa ci nascondiamo dentro? Qui, in questo paese e proprio a Roma, la città che ci ospita, abbiamo la nostra famiglia di origine e forse quella che ci accompagnerà nella vita: la famiglia esprime valori importanti, che ci portiamo dentro e che spesso, inconsapevolmente, “ritornano a galla” in ciò che ci attrae, nelle nostre abitudini ma anche nelle prospettive, nella “voglia di fare”. Qui, e parlo in prima persona, come avrei mai compreso l’interesse verso l’architettura se non avessi avuto una grande scuola secondaria - il liceo Tasso -, una grande Università - Valle Giulia di allora - con maestri del calibro di Maurizio Sacripanti, Bruno Zevi, Manfredo Tafuri, e infine la fortuna di incontrare i “compagni di viaggio” con cui ho fondato il nostro primo studio di architettura in via Giulia, dotati di un’ampiezza di vedute e di conoscenze a livello internazionale nel mondo dell’arte - che ci è consanguineo - e dell’architettura, e di inusuale sensibilità? Qui, continuando, come mai avrei sentito la profondità del rapporto con la mia Comunità di appartenenza, da sempre presente in questa città, e soprattutto con la sua storia di partecipazione costante negli eventi felici e nelle tante - troppe - dolorose ricorrenze? Proprio oggi, quando scrivo, ricordiamo tutti il barbaro assassinio del piccolo Stefano Gay Tachè Z’’L - 9 ottobre 1982 - e il ferimento di trenta correligionari accanto a lui. Un bambino - di soli due anni! - colpito davanti alla Grande Sinagoga di Roma soltanto per la sua religione… Sommando tanti momenti diversi, la nostra formazione si delinea e il nostro bagaglio culturale e spirituale di giovane uomo, di giovane donna, comincia a concretarsi. Ma non basta, tutto ciò non basta. Se parliamo di professione, l’heritage rappresenta il contesto, nella sua accezione più ampia, anche sociale, e la nostra capacità di interpretarlo, la voglia di “andare più a fondo”. Significa, soprattutto, la graduale crescita di una coscienza interpretativa, l’aggiornamento continuo, l’umiltà di voler apprendere, di cercare nuove espressioni, nuovi metodi che possano prepararci al momento in cui saremo in prima linea e il committente di turno - pubblico o privato - ci chiederà delle risposte entro uno spazio temporale molto limitato. La preparazione, infatti, anche su una scena ben più ampia del nostro Paese e della stessa Europa, nella nostra professione è tutto: la fatica, la costanza o, come diceva Le Corbusier, la pazienza… La professione è un esercizio continuo e infinito, che raccoglie stimoli tecnici ed estetici da ogni dove e ne trasmette la tradizione: il nostro heritage, quello che abbiamo da dire e da trasmettere. Questo, tutto questo, significa soprattutto energia: aprire nuove strade, evitare luoghi o parole comuni, conquistare una propria identità, forte e riconoscibile. Quando questa identità sarà affermata - e solo allora - i nostri giovani architetti sapranno sentire e vedere davanti a loro: così potranno procedere con coraggio e non saranno certo le crisi altalenanti del nostro settore o i nostri troppo modesti compensi a rallentarli!

Gianni Ascarelli