Un radicalismo alternativo

Le città italiane mostrano oggi i segni ambientali del fallimento che è il frutto di un patto scellerato tra i fautori del Moderno delle periferie e i sostenitori del Postmoderno storicista nei centri storici. Quando si leggono gli scritti di Bruno Zevi, si ha tuttavia la sensazione che una via alternativa sia possibile.


Zevi non fu l’unico a ipotizzare che una visione meno dogmatica e più organica dell’architettura avrebbe potuto contribuire alla costruzione di una città in cui tecnologia e natura avrebbero potuto convivere. L’esclusione a priori di questa ipotesi ha radici lontane ed ha a che fare con il consolidarsi di un modello speculativo dei lavori pubblici e privati, da una parte, con il protezionismo intellettuale esercitato dalle università, dall’altra. Infatti all’inizio degli anni ’60, rispondendo alle tendenze del dopoguerra, in molti presero posizione riguardo alla presunta sterilità del Moderno. Fino a quel momento gli eredi della Tendenza da una parte e i Radical dall’altra convissero sotto l’ombrello del Postmodernismo. Ma già nel decennio sucessivo la critica al Moderno si cristallizzò su posizioni apparentemente opposte ed inconciliabili.


Zevi, che per primo aveva sollevato il problema della necessità di una funzionalità più organica da contrapporre, storicamente, al dogmatismo meccanicista dello Stile Internazionale, si trovò su posizioni diverse rispetto al postmodernismo dilagante nell’accademia. E con lui si ritrovò isolata anche una pletora di architetti che furono poi descritti come solitari ed autoreferenziali. In campo internazionale la situazione era diversa. Per esempio l’interesse per le “neoutopie” portò Zevi ad incontrare idealmente i radicali austriaci (e viennesi in particolare). Cosi mentre Zevi cominciava a pensare ad una storia alternativa dell’architettura in cui trovano un proprio posto architetti negletti come Frederick Kiesler e, in seguito, persino Günther Domenig, e mentre la posizione dei Radical italiani restava ambigua, sono gli austriaci a confermare le intuizioni di Zevi e a consegnare alla storia nuovi maestri dell’architettura, tra cui lo stesso Kiesler, attraverso la rivista Bau.
Ancora oggi, in Italia, molto nel dibattito sull’architettura riflette il paradosso di quell’esclusione forzata. Il fotomontaggio di architettura ha per esempio acquisito oggi una inaspettata centralità ed è utilizzato soprattutto da autori che aspirano ad accreditarsi come gli eredi della tradizione radicale - che suona come un ossimoro - e perfino eredi del pensiero di Manfredo Tafuri.
Ci si potrebbe quindi chiedere fino a che punto Zevi e perfino il suo “opposto” Tafuri, citati da molti, avrebbero condiviso la posizione di quegli autori che proclamano questa presunta eredità radicale.  Per cercare di inquadrare il quesito, probabilmente senza riuscire a fornire delle vere e proprie risposte, proverò a descrivere, secondo il mio punto di vista, alcuni momenti fondamentali legati alla nascita ed evoluzione del fotomontaggio come strumento di rappresentazione radicale. L’apparato iconografico che accompagna il testo, ha invece l’ambizione di proporre alcune nuove linee di tendenza nella rappresentazione di architettura che oggi potrebbero avere una forza eversiva e dirompente paragonabile a quella dei fotomontaggi degli anni ’50 -’60.
Tornando alla rappresentazione radicale, un aspetto che ho già avuto modo di indagare è l’introduzione dell’elemento naturale nei fotomontaggi. Anche questa innovazione dei primi anni ’60, è da attribuirsi alla prima generazione dei radicali austriaci che, secondo Zevi, rientravano a pieno diritto nelle nuove utopie.
Nei disegni e nei fotomontaggi di Raimund Abraham, Hans Hollein e Walter Pichler, natura e tecnologia si fondono in un paesaggio urbano o suburbano che sottende ancora una volta una posizione critica verso il Moderno che, secondo i radicali, interpreta l'architettura come una sequenza di funzioni compartimentate destinate alla soddisfazione puramente meccanicista dei bisogni degli utenti.


La critica dei radicali austriaci verso il riduzionismo modernista è anche riferito alla scala urbana ed è soprattutto rivolto al concetto di zonizzazione. Tuttavia, i viennesi non escludono la coesistenza tra funzione e paesaggio incontaminato, naturale e tecnologico. Semplicemente escludono che la funzione debba essere interpretata in chiave moderna, e cioè incapace di accogliere elementi, come natura e storia, evidentemente trascurati dalla visione tecnocratica dei funzionalisti come Arbeitsgruppe 4, che dominavano la scena dell’architettura austriaca del periodo.


Un altro tema innovativo introdotto dagli architetti austriaci nella rappresentazione radicale è quello dell’Arché. Tuttavia è sopratutto grazie agli scritti degli italiani che possiamo trovare spiegazioni sulla nozione di Arché come principio generatore di architettura fin dalle sue origini (Melis, Davis & Balaara, 2017), secondo una chiave politica che contribuisce a una comprensione del suo significato architettonico in una prospettiva formale e storica.
L’Arché è sovrapponibile al concetto di “grado zero” (Barthes, 1967), che può essere spiegato come “l'architettura spogliata di ogni traccia di unicità e specificità” (Lootsma, 2006). Come tale, secondo Gargiani (2007), gli italiani hanno preso in prestito dagli austriaci anche l’interesse per gli archetipi, come rappresentazione della liberazione dell’architettura da ogni significato attribuitole dalla società moderna.
Tuttavia, per gli italiani, l’enfasi si spostò ulteriormente verso il pensiero politico, anche in seguito al coinvolgimento di Manfredo Tafuri nel dibattito (Martinez Capdevila, 2017).
La ricerca di un principio in architettura, precedente alla corruzione delle società moderne (anche in termini marxisti) si riflette, nella rappresentazione, in una distruzione della semantica dell'oggetto per liberarla dal ruolo di “feticcio” dell'autoritarismo borghese. Anche in questo senso gli italiani devono molto ad immagini come la Rolls Royce Grill auf Schloss Schrattenberg di Hollein. Attraverso le diverse forme di comunicazione gli austriaci quindi affermano che il significato che la parola “funzione” ha assunto, nel corso della storia, si debba alla sua definizione modernista che, in quanto tale, è autoritaria e fondamentalista.
Hanno quindi individuato nell’architettura funzionalista alcuni punti deboli, senza tenere evidentemente in conto le variabili su cui si è sviluppato, fin dalla sua origine espressionista, il Movimento Moderno. La prima critica riguarda l’orientamento moderno verso il funzionalismo che lascia poco spazio ai biosgni metafisici, spirituali o persino a quelli non funzionali (come espressi nella “proposta - non proposta” di Raimund Abraham). La seconda critica riguarda invece l’assenza di spazi di intersezione e contaminazione tra usi diversi, o piuttosto di bisogni “fluttuanti” che non possono essere rinchiusi in una scatola cartesiana.
Sebbene gli austriaci non fossero i soli radicali ad opporsi ad un presunto autoritarismo modernista, certamente furono i pionieri e gli ispiratori di molti architetti coevi tra cui i colleghi italiani. I riferimenti all’azzeramento dell’architettura e l’attacco alle strutture urbane del capitalismo borghese moderno, si trovano spesso nei documenti di archivio dei membri dei gruppi radicali e, soprattutto, in quelli degli Archizoom come Gilberto Corretti e Andrea Branzi.
Gargiani ipotizza che l'ispirazione dei fotomontaggi di Archizoom sia influenzata sia da Boullée e Rossi, che dal surrealismo di Hollein (Gargiani, 2007). Attraverso i fotomontaggi Hollein decostruisce la scala e il significato dell'oggetto architettonico ed introduce il paesaggio naturale. Quest’ultima è una novità poco osservata poiché il radicalismo è solitamente associato alla nozione di un futuro ipertecnologico (Melis, 2011, p. 33; Melis, Davis, & Balaara, 2017, p. 5).
Nei fotomontaggi di Hollein e Abraham, la critica verso la sterilità artificiale della città funzionalista, addirittura coincide con la scomparsa della città stessa o addirittura con la sua contaminazione con elementi provenienti dalla natura. Un tema ripreso, forse più inconsapevolmente, anche da Superstudio, per citare l’esempio più noto.
Secondo Laurids Ortner del gruppo radicale Haus-Rucker-Co, l’introduzione della natura nella pratica dei radicali austriaci può anche essere letta come un primo confronto “con problemi ambientali, che annunciavano sé stessi o erano previsti in quegli anni, come il peggioramento degli standard della qualità della vita [...] in controtendenza rispetto all’arricchimento di alcune regioni del pianeta” (Zamp Kelp, 2014, p. 100).
Per capire i significati di queste posizioni, dobbiamo considerare la specificità del contesto storico degli anni ’60, quando l’ambientalismo emerge in chiave malthusiana, come conseguenza del depauperamento delle risorse del pianeta.  I temi universali, come la povertà dei paesi in via di sviluppo, la crisi energetica e il rischio di una guerra totale, alimentarono la preoccupazione degli ecologisti e la nascita di iniziative tra cui la fondazione del Club di Roma (1968), la prima organizzazione che cercò strategicamente di limitare i danni della crescita globale incontrollata (Zamp Kelp, 2014, p. 100). La ri-naturizzazione dell'ambiente costruito diventò pertanto una priorità per i radicali di seconda generazione come Haus-Rucker-Co (Ortner, 2014, pp. 108 - 109).
Quella fase storica offre quindi idee e riflessioni che potrebbero essere utili anche nel dibattito sulla necessità di introdurre nuovi servizi ecologici nell’ambiente urbano, che implichino una diversa relazione tra natura e artificialità, ed una conoscenza interdisciplinare comprendente architettura, geologia e biologia, che contribuisca a riconciliare i termini opposti dell’urbanità contemporanea, come paesaggio e tecnologia (Zamp Kelp, 2014, p. 100).

 

Autore: Alessandro Melis

In Copertina:

Alessandro Melis

Cultivable City I

2013

© Alessandro Melis

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