Trasformare gli scali ferroviari dismessi e tradurli in risorse finanziarie per potenziare il sistema di trasporti delle città. È la missione di Sistemi Urbani, la società di FS che ha lo scopo di valorizzare il patrimonio del gruppo non funzionale all’esercizio ferroviario e che si occupa di definire la destinazione urbanistica di questi spazi. «Un’occasione per le grandi città italiane» spiega Carlo De Vito, amministratore delegato del gruppo che da anni insegue il sogno di riconvertire le aree dismesse.

Ingegner De Vito, FS Sistemi Urbani si sta dedicando alla valorizzazione del proprio patrimonio non fruibile all’esercizio ferroviario per mezzo di interventi urbanistici e di riqualificazione. Ci può spiegare, in sunto, il vostro approccio?
Gli spazi a ridosso delle strade ferrate sono occasione di sviluppo urbano. L’idea da cui siamo partiti è che, tenendo conto della stretta relazione tra mobilità e urbanistica, abbiamo cercato di mettere a sistema questo approccio invece di pensare al singolo “pezzetto”. Almeno nelle 14 città metropolitane dove ci sono infrastrutture ed esiste una necessità di recupero nelle zone centrali.

Il caso più emblematico è quello di Milano. Ce ne può parlare?

A Milano il primo accordo risale al 2005, anno in cui chiuse l’ultimo dei sette scali coinvolti dal progetto di riqualificazione, quello di Rogoredo. All’epoca il Comune di Milano, Ferrovie dello Stato Italiane e Regione Lombardia hanno iniziato a definire gli obiettivi e il percorso per la trasformazione urbanistica degli scali dismessi connessa al potenziamento del sistema ferroviario milanese. La rigenerazione degli scali ricucirà i vuoti urbani tra centro e periferia, creando nuovi quartieri caratterizzati da un mix funzionale e abitativo, un’infrastruttura verde diffusa e un sistema di mobilità sostenibile capillare.

Come è stata la collaborazione tra Sistemi e il Comune?
Insieme con l’Amministrazione meneghina abbiamo dato via a un iter per arrivare alla trasformazione degli scali, a partire da un accordo di programma impostato su una piattaforma di mutuo interesse. Sono sette gli scali coinvolti per un milione e 300 mila metri quadrati e, da parte nostra, c’è stata la proposta di realizzare questa trasformazione con l’idea di reinvestire le plusvalenze sul sistema delle infrastrutture nell’interesse generale. Ci abbiamo lavorato per un decennio e in continuità amministrativa l’ha affrontata con impegno il sindaco Sala appena insediatosi nell’estate del 2016.

Dopodiché avete avviato una modalità di progettare il riutilizzo degli spazi che ha fatto scuola.
Con la giunta Sala siamo ripartiti dopo un periodo di stasi e, per la prima volta, in una logica di visione. Così abbiamo proposto di individuare cinque team internazionali che potessero produrre delle visioni della Milano del futuro, la Milano città metropolitana. Come capiprogetto dei cinque team, abbiamo coinvolto gli architetti di fama internazionale come Stefano Boeri, Francine Houben, Benedetta Tagliabue, Ma Yansong e Cino Zucchi. Abbiamo chiesto loro di non occuparsi tanto in quel momento del progetto, ma di lavorare piuttosto in stretta connessione con esperti di verde, mobilità, sociologia e finanza. Sei mesi intensi di lavoro che si sono conclusi con una tre giorni in cui li abbiamo fatti discutere con i rappresentanti a vario livello di Milano. Abbiamo poi presentato il progetto lo scorso aprile durante la settimana del design con il coinvolgimento di 60 mila persone, è stata una delle prime esperienze di partecipazione.

Tra quanto partiranno i primi progetti?
Deve ancora passare il periodo di garanzie dei bandi pubblici, poi siamo pronti a partire con i lavori dello Scalo Farini, il primo dei sette scali, tutto il grande piano di rigenerazione urbana richiederà i prossimi vent’anni, si tratta di uno dei più grandi progetti di ricucitura e valorizzazione territoriale in Italia e in Europa.

Che cosa prevede nel dettaglio l’accordo?
Destineremo almeno il 65% della superficie territoriale totale, pari a oltre 675 mila metri quadrati, ad aree verdi e spazi pubblici, cui si aggiungono circa 200 mila metri quadrati di connessioni ecologiche lungo i binari ferroviari, compreso il progetto Rotaie Verdi sulla cintura sud della città e il percorso ciclopedonale lungo i binari in direzione Chiaravalle. Tutti gli scali dovranno avere almeno il 50% delle aree a verde. In particolare, verranno realizzati un grande parco unitario di oltre 300 mila metri quadrati allo Scalo Farini, che diventerà così il terzo più esteso della città insieme a Parco Montestella dopo Lambro e Sempione, un parco di 90 mila metri quadrati a Porta Romana e un’oasi naturalistica di 140 mila metri quadrati (pari al 100% della superficie totale dello scalo) a San Cristoforo.

E per quanto riguarda la mobilità?
Nel prossimo decennio Ferrovie dello Stato Italiane investirà circa un miliardo di euro sul sistema ferroviario del nodo milanese per la realizzazione della Circle Line, elemento centrale per lo sviluppo sostenibile della Città Metropolitana. Legati all’Accordo di Programma vi sono poi 97 milioni di euro di investimenti finalizzati alla costruzione e all’ammodernamento delle stazioni lungo la Circle Line.

Pensa che il modello sia replicabile in altre città italiane?
Senz’altro, è un modello che può essere replicato almeno nelle 14 città metropolitane.

Quali sono i progetti che avete su Roma?
Sono iniziati i lavori per la realizzazione della nuova stazione di Pigneto con la creazione di un importante nodo di scambio tra le linee ferroviarie regionali e la Metro C e la creazione di una nuova piazza sopra il vallo ferroviario: un intervento che migliorerà l’accessibilità e farà del Pigneto uno dei nodi più importanti della città.
Un altro progetto fondamentale è la chiusura dell’anello ferroviario di Roma con la realizzazione del nodo di scambio metropolitano e la nuova stazione di Tor di Quinto, punto di interconnessione con la ferrovia concessa Roma-Viterbo, e la riqualificazione ambientale e urbanistica delle aree comprese tra il Tevere e il nuovo tracciato ferroviario. Il primo tratto dell’anello nella tratta Valle Aurelia-Vigna Clara è stato già completato e si è in attesa della riattivazione della stazione di Vigna Clara. Gli altri progetti di rigenerazione urbana riguardano il completamento del piano urbanistico di Tiburtina e lo sviluppo progettuale - in sinergia con il Comune - delle aree già oggetto di accordo (Trastevere, Tuscolana, San Lorenzo).

Alla luce della sua esperienza a Roma con la Stazione Tiburtina quali sono i nodi da sciogliere e i principali problemi da affrontare nell’ottica di una proficua collaborazione con l’Amministrazione?
L’operazione Tiburtina-BNL è stata un esempio di un’ottima collaborazione pubblico-privato, che ha consentito, in tempi brevi, di collocare accanto alla nuova stazione una funzione direzionale d’eccellenza. L’idea è quella di replicare la proficua sinergia con le Amministrazioni coinvolte per partire già dal prossimo anno con altri bandi e proposte di sviluppo ulteriore per l’area. Altro esempio è la prima fase del progetto Trastevere con la realizzazione di “un’oasi verde” nel cuore della Capitale nei pressi della stazione Quattro Venti. Ci sono poi altre aree su cui si potranno sviluppare progetti di rigenerazione urbana: come quello dello scalo merci di smistamento, presso la Salaria e l’area di Casal Rotondo, all’interno del parco dell’Appia Antica.