di Michele Trimarchi

Professore di Economia della cultura presso L’Università degli Studi di Bologna 

Quanto conta il sistema culturale italiano? Il dilemma aleggia su convegni, discussioni e proclami d’ogni genere, soprattutto alberga scomodo nella vita quotidiana delle istituzioni e delle organizzazioni attive in campo culturale. Ora, anche immaginando di avere già risposto alle questioni cruciali (che cosa è lecito o possibile considerare “culturale”? come accettare che le tasse di molti sostengano il diletto di pochi?) molto rimane da chiarire.

Lunghi anni di interventi legislativi emergenziali e contraddittori, di stasi passiva e lamentosa da parte dei professionisti della cultura, di disattenzione nei confronti del paradigma economico e sociale emergente (in cui la cultura potrebbe svolgere un ruolo di fondo irrinunciabile) hanno consolidato la percezione condivisa di uno stato di emergenza permanente nel quale è sempre più complicato elaborare strategie, identificare orientamenti, costruire strumenti tecnici, scommettere su obiettivi specifici. Questa difficoltà è accentuata da alcune sacche di fragilità che segnano da tempo la cultura italiana,

dal patrimonio edificato all’opera lirica, che ne costituiscono per molti versi la radice. Dal vanto muscolare basato del tutto impropriamente sulla convinzione che l’Italia possieda la più elevata proporzione del patrimonio culturale mondiale, alla mummificazione rituale dei luoghi della cultura per un malinteso valore etico che la cultura stessa esprimerebbe, fino all’ossessione - opposta ma ugualmente cogente - che il bilancio sia l’unico credibile sintomo di successo delle attività culturali, il sistema culturale è permeato da un ventaglio anche troppo generoso di luoghi comuni.

Questa lettura delle cose ha segnato, per almeno quarant’anni, i protocolli gestionali delle istituzioni culturali e - al capo opposto dello spettro - le politiche di regolamentazione e sostegno della cultura. L’argomento è complesso, troppo esteso e variegato perché se ne possa ragionare in questo breve spazio. Si può tentare comunque una messa a fuoco del tema più controverso: il finanziamento del sistema culturale, nella sua triplice e reciprocamente ostile composizione che costringe a una coesistenza faticosa il mercato, lo stato e le imprese del settore privato. Sono aree, è appena il caso di sottolinearlo, che stanno perdendo progressivamente il significato convenzionale che tuttora le associa a valutazioni di merito e giudizi di valore non sempre e non più fondati.

Alla radice di questo quadro contraddittorio risiede la prevalenza del bilancio come lo strumento interpretativo dei risultati economici; nel paradigma economico dominato dal capitalismo manifatturiero seriale le leggi di mercato costituiscono il glossario della valutazione e pertanto il parametro di riferimento. L’offerta culturale non riesce, in quasi tutti i casi, a coprire i propri costi con le sole entrate dirette (la bigliettazione e la vendita di servizi integrativi) e per portare il bilancio in pareggio ha bisogno di un sostegno finanziario esterno. Sarà lo Stato nelle sue diverse articolazioni giurisdizionali a farsene carico, sulla base di principi costituzionali e della diffusa convinzione che sia giusto e meritorio sostenere la cultura. Gli economisti hanno elaborato numerose giustificazioni per un sistematico intervento pubblico.

Il quadro complessivo del sistema culturale ha finito per dare prevalenza alla forma giuridico-istituzionale pubblica (molti musei, palazzi e fino al 1996 gli “enti lirici”), o alla struttura no-profit nella quale il ricavo netto è consentito ma non può essere distribuito, e soltanto in pochi casi organizzazioni private orientate al profitto hanno intrapreso attività di produzione culturale (un caso può essere quello dei musei d’impresa). Dagli anni Novanta, nei quali i bilanci pubblici hanno cominciato a restringersi progressivamente, si è tentato di convincere le imprese private a sponsorizzare il sistema culturale, introducendo una generosa esenzione fiscale, dapprima per le imprese poi per gli individui, e consentendo anche l’azione diretta (restauri, ristrutturazioni, riqualificazioni, riallestimenti) cui la legge concede la libertà dal carico tributario.

Il sostanziale insuccesso delle sponsorizzazioni si manifesta fin dai primi anni: la legge n. 342/2000 che contiene norme sull’esenzione fiscale delle liberalità destinate alle organizzazioni culturali prevedeva un tetto decrescente per i primi anni di attuazione, che molti osservatori ritennero basso e restrittivo; di fatto le sponsorizzazioni di quegli anni rimasero ben al di sotto del limite massimo consentito. Si è spesso cercato di spiegare la poca efficacia dell’esenzione fiscale sostenendo che la legge fosse rigida e complessa (non è vero), che fosse sostanzialmente ignorata da molti professionisti (è vero solo in parte), che fosse necessario allargarne le maglie (cosa sempre possibile ma del tutto inutile data l’estensione di fatto totale delle norme introdotte con quella stessa legge). Perché le imprese non hanno risposto all’appello del legislatore? La risposta è semplice, e passa attraverso le insidie della inveterata abitudine italiana di far in modo che le cose siano conseguenza dei nomi, e non viceversa come logica e retorica richiederebbero.

Si è adottato un sillogismo del tutto forzato: dal momento che negli Stati Uniti le entrate provenienti dal settore privato coprono circa l’80% delle entrate complessive delle organizzazioni culturali (musei, teatri, compagnie di danza, etc.) e vige da tempo immemorabile una forte esenzione fiscale, introducendola in Italia le imprese sponsorizzeranno anche da noi. Peccato che, a ben guardare, di quell’abbondante quota del sostegno finanziario privato la maggior parte sia costituita da donazioni individuali, basse e medie cifre da parte di moltissimi appassionati e qualche inevitabile ereditiera. Il che significa che tanto gli individui quanto le imprese donano perché si sentono “proprietari” di musei e teatri che risultano sempre aperti, ospitali e privi di pregiudizi moraleggianti; esattamente l’opposto dei luoghi della cultura italiani, di norma freddi, morbidi con gli iniziati e renitenti nei confronti dei neofiti, poco inclini ad aperture e socializzazioni. Anche una cena aziendale fuori orario d’apertura, a pagamento, e con la garanzia di totale e accurata manutenzione suscita le ire e l’indignazione del milieu culturale, che considera queste attività pari alla svendita dell’anima.

La nuova stagione di governo della cultura ha introdotto un ulteriore strumento per incoraggiare il sostegno finanziario privato al sistema culturale. Denominato Art Bonus (evidentemente in inglese, come la retorica del governo sembra preferire) consente un credito d’imposta pari al 65% della somma donata da un privato a un’istituzione culturale pubblica. Generoso e incoraggiante quanto meno in linea di principio, esclude le organizzazioni private che di sostegno avrebbero tanto più bisogno quanto più i fondi statali e regionali si contraggono; rivela la beffa delle fondazioni liriche, formalmente private ma con tutta evidenza pubbliche sul piano sostanziale; limita la possibilità di donare a un elenco di istituzioni stabilito in sede ministeriale, drenando l’opportunità che imprese attive sui territori possano scegliere il destinatario delle proprie liberalità. Certo, meglio di prima (e la risposta delle imprese risulta positiva); una base credibile per intervenire metodologicamente sulle relazioni tra Stato, imprese e cultura: rendendo flessibili i protocolli gestionali, in modo da non far confluire il sostegno esterno sulla spesa corrente; deregolamentando le gabbie formali e burocratiche che incoraggiano la sopravvivenza alla progettualità; costruendo canali di permeabilità tra le aree urbane e i luoghi della cultura, che rimangono tuttora isolati in torri d’avorio anziché aprirsi alla fruizione quotidiana della comunità residente e dei visitatori esterni. Gli strumenti tecnici che facilitano il sostegno privato della cultura hanno bisogno di una cornice filosofica che restituisca il patrimonio culturale ai cittadini.