di Marco Pietrosanto
Architetto, PhD Sapienza

Le ragioni culturali
La Mostra, promossa dal Dipartimento Professione dell’Ordine degli Architetti di Roma e dalla Casa dell’Architettura, è ideata e curata da O. Carpenzano (Direttore adel Dipartimento Architettura Progetto della Sapienza), A. Giancotti (Presidente della Casa dell’Architettura) e G. M. (Resp. Dipartimento Professione) e coinvolge altre importanti istituzioni1. La Mostra spiega come la Palazzina, fondamentale invenzione del Novecento italiano, abbia avuto un antefatto, il Villino, una folgorante ascesa, divenendo decisiva nella formazione della città contemporanea, e una implacabile crisi. Tale crisi coincide in larga misura con la crisi e il rinnovamento dell’architettura italiana a cavallo del Sessantotto. Il racconto della Mostra utilizza metodologie tendenti a dimostrare la relazione tra il sistema sociale e l’evoluzione dei tessuti urbani, esplorando un arco temporale che va dagli anni Venti (nascita della Palazzina) fino agli anni Settanta.


La Palazzina ha contribuito alla formazione del mito della ricostruzione e successivamente, e soprattutto, alla formazione del mito dell’Italia del boom economico. Ha rappresentato per la borghesia in ascesa degli anni Cinquanta l’invenzione che meglio ne ha sancito e consacrato, come scena fissa, il benessere economico e sociale. La palazzina, più che un mero tipo edilizio derivato schematicamente dalla norma, diviene un prodotto in cui si rivela la commistione di diversi archetipi rimontati eludendo la loro originaria matrice costitutiva2. Il suo antecedente logico è il Villino. L’utilizzo di questo tipo edilizio formalizza scelte culturali basate su ideologie antiurbane che hanno come riferimento la città giardino e i modelli caratterizzati dalla bassa densità edilizia3. La palazzina, negli anni della ricostruzione, diviene a Roma la protagonista della riformulazione del tessuto urbano, scardinando il concetto di città ottocentesca e l’organizzazione sociale a essa sottesa. Con il boom demografico diviene l’oggetto architettonico reiterabile all’infinito che popola la periferia romana ridefinendone i confini e alterando, in modo definitivo, il rapporto tra città e campagna. La Palazzina, macchina d’assedio verso il paesaggio, è il paradigma architettonico in cui maggiormente incide il rapporto con il contesto. La relazione tra spazio interno ed esterno è il coagulo dei principali caratteri sperimentati: l’approdo a un nuovo linguaggio tipologico, il rapporto tra il tipo di limite dell’edificio e le esigenze di rappresentazione sociale (serialità e individualismo), il rapporto tra manufatto e storia architettonica della città. I principi formali del Manierismo e del Barocco evolvono attraverso la plasticità del cemento armato e il rapporto biunivoco tra forma e struttura si esplicita attraverso l’autonomia formale delle facciate e la loro profondità. Molti i protagonisti di questa stagione, tra gli altri M. Ridolfi, L. Moretti , U. Luccichenti e la coppia V. Monaco e A. Luccichenti producono una fuga in avanti sulla ricerca tipologica e formale della residenza4 e insieme a S. Muratori e A. Libera ridefiniscono il registro linguistico del dopoguerra romano. È senz’altro M. Ridolfi l’architetto che meglio intercetta le istanze folk del New Deal5. Il maestro opera una saldatura tra la ricerca espressa nelle palazzine degli anni Trenta e la poetica populista. L’approdo al Neorealismo ha come elemento fondamentale il lavoro sulla modificazione tipologica dello spazio della casa finalizzato alla reinvenzione della campata. La sopraelevazione di Via Paisiello e la Palazzina Zaccardi ne sono una folgorante rappresentazione6. È possibile rintracciare nella sperimentazione formale di Ridolfi una componente legata all’espressionismo tedesco che si invera attraverso il richiamo alla tradizione barocca di Roma7. Nell’opera di U. Luccichenti8, così come in quella della coppia V. Monaco e A. Luccichenti9, prevale una sorta di utopia domestica. Detti maestri definiscono la loro opera a partire da una programmatica rinuncia a una visione globale della forma urbis che è riletta come sommatoria di frammenti. Al disincanto, dovuto all’impossibilità di governare le dinamiche della città, risponde un atteggiamento in cui si vagheggia la casa borghese come luogo mitico. Tale visone è filtrata dalla rielaborazione del raumtypen10 corbuseriano nonché dal codice linguistico delle avanguardie, in cui lo sbalzo diviene fattore di straniamento e meraviglia. Le contraddizioni tra il tipo e la forma del lotto sono risolte attraverso la plasticità della tettonica dell’edificio. L’architetto che porta alle estreme conseguenze l’idea piranesiana dello spazio architettonico è L. Moretti. Il maestro utilizza il materiale concettuale dell’ordine architettonico proponendo un lavoro sul disfacimento del canone della modernità. Moretti è stato colui che maggiormente ha esplorato la storia dell’architettura romana, sostituendo all’alfabeto astratto degli anni Trenta un linguaggio informale che affonda le sue radici nell’esperienza michelangiolesca e barocca11. È l’architetto che coglie, forse perché beffardamente estraneo all’epica della ricostruzione, i primi sintomi della crisi della borghesia del boom economico, il suo decostruttivismo ante-litteram annuncia in modo implicito la decostruzione di quella società a partire dal Sessantotto. La facciata della casa del Girasole diviene episodio cruciale della storia dell’architettura, contenitore di innovativi messaggi architettonici, rappresenta uno dei paradigmi maggiormente analizzati dalla cultura architettonica contemporanea.


Racconto della Mostra. Una storia in sei atti
La Mostra, secondo quanto è stato espresso da O. Carpenzano in occasione della giornata di studi dedicata all’annuncio dell’evento12, si sviluppa attraverso sei “stanze” della conoscenza, attraversabili seguendo diversi criteri interpretativi. La attraversabilità dello spazio si coglie in riferimento alla distribuzione e all’intercambiabilità della informazioni delle stanze, leggibili come fatti autonomi o in relazione tra loro. È prevista, inoltre, la realizzazione di una sezione “Storie e Documenti” (Atlante della Palazzina, Letture Contemporanee, il documentario La Palazzina Romana al cinema) che integra il racconto dei sei atti.

1. La messa in scena
Verrà allestito, in scala 1:1, un modello della facciata del Girasole come facciata temporanea dell’acquario romano. La stessa sarà realizzata come oggetto tridimensionale per sottolineare il carattere comunicativo e spettacolare del prospetto/maschera. La sovrapposizione effimera della facciata all’edificio di E. Bernich esplicita il taglio divulgativo della Mostra e condensa molti dei caratteri che rendono la Palazzina un fenomeno di grande attualità.

2. La chimera di via Paisiello
Nel retro del modello della facciata del Girasole è prevista la proiezione di un documentario che raccoglie brevi interviste aventi a oggetto la Palazzina, a partire dal supertipo di via Paisiello: la sopraelevazione realizzata da M. Ridolfi nell’immediato dopoguerra. Gli intervistati sono F. Cellini, C. Conforti, F. Moschini, P. Portoghesi, F. Purini, P.O. Rossi.

3. Piano e Progetti
Sala Monitor P. Al suo interno verranno illustrati, con materiali analitici e disegni d’archivio, i processi di formazione dei tessuti urbani connotati dallo sviluppo della Palazzina. Il confronto con la città verrà presentato attraverso un racconto fotografico dell’evoluzione architettonica/sociale della Palazzina.

4. Il Paesaggio della palazzina
Anello piano superiore. In questo spazio verrà allestita, attraverso disegni e plastici di alcuni tessuti urbani esemplari, la sezione riguardante il rapporto tra Palazzina e città. La riflessione ha come fondamento la ricerca dei caratteri ricorrenti nella costruzione del rapporto tra singolo edificio e brano urbano, utilizzando come categorie di analisi i caratteri orografici, l’assetto fondiario e i valori d’uso.

5. Codici e canoni, Un nuovo alfabeto?
Sala ellittica. Al suo interno verrà allestito un paesaggio piranesiano formato da grandi stele tridimensionali e piani orizzontali. L’alfabeto figurativo costitutivo della Palazzina è illustrato nelle stele, sui piani orizzontali, invece, è posto il materiale d’archivio che definisce la traiettoria culturale dei maestri che ne hanno riformulato il linguaggio.

6. Anatomia del tipo
Ambulacro sala centrale. Lungo detto spazio circolare saranno mostrati documenti al fine di illustrare l’anatomia del tipo palazzina. La griglia critica tende ad evidenziare i caratteri ricorrenti, le differenze degli elementi costitutivi e l’approccio fortemente sperimentale che caratterizza la produzione.

Immagini di Marco Pietrosanto, fornite dall’autore


1- Ordine degli Architetti di Roma, Accademia nazionale di San Luca, Acer, Archivio Centrale dello Stato, Archivio Eur spa,ICCD, IN/ARCH, MAXXI, Università degli studi di Roma Tre.

2- Intervista a F. Purini in appendice alla ricerca di dottorato M. Pietrosanto.

Relazioni tra lo spazio interno e la tipologia dell’edificio- la residenza borghese a Roma nel secondo dopoguerra3- P.O. Rossi, Il villino e la palazzina nel panorama architettonico di Romadegli anni venti, Quaderni di architettura Metamorfosi n°8, Roma, 1987. Dal villino alla palazzina, Roma, 1987

4- C. Conforti, Paradigma residenziale del professionismo romanodel dopoguerra, Zodiac n°17, Torino, 1996

5- M. Tafuri, Storia dell’architettura italiana (1944-1985),Einaudi, Torino, 1986

6- G. Accasto, La città e il monumento, Controspazio n°1, 1974,Dedalo, Roma, 1974

7- G. Cannella, A. Rossi, Architetti italiani: Mario Ridolfi,Comunità n°41, 1956

8- G. Muratore, Un maestro romano: Ugo Luccichenti,Rassegna di architettura e urbanistica n°89/90, Kappa, Roma, 1997.

9- Red., Paesaggio di Monaco e Luccichenti,Domus n°271, Milano, 1952

10- B. Reichlin, Tipo e Tradizione del moderno,Casabella n°509/510, Electa, Milano, 1985

11- L. Moretti, Valori della Modanatura, e Strutture e sequenze di spazi,trad. en. T. Stevens, Opposition n°4, Cambridge, 1974

12- Casa Dell’ Architettura, Roma, 14 settembre 2017