SARAH TURINE: COSTRUIRE UNA SOCIETÀ DELL’ACCOGLIENZA

Ci può dare un inquadramento sociale e territoriale di Molenbeek?
Il Comune di Molenbeek conta 100 mila abitanti, si trova nella prima periferia della Regione di Bruxelles e delimita il centro storico. Appartiene alla “mezzaluna povera” della regione, una zona che racchiude vari distretti industriali storici dove, nel tempo, si sono insediate famiglie in situazioni precarie e di immigrati. A Molenbeek c’è una forte componente multietnica e multiculturale; la gente che abita qui viene dall’Asia, dall’Africa e dall’Europa, ma la comunità più consistente è quella islamica di origini nord-africane.

In base alla sua esperienza, come si è evoluto negli ultimi anni il concetto di “marginalità”?
Nel caso di Molenbeek è necessario ritornare al 1991. Le prime rivolte avvennero a meno di due anni dall’istituzione della Regione di Bruxelles, per mano delle nuove generazioni di immigrati che vivevano nella “mezzaluna povera”. Questo primo episodio evidenziava una spaccatura, tuttora esistente, della città. Da una parte i quartieri dei ricchi e dei bianchi dove gli indicatori sociali erano e sono positivi (scolarizzazione, occupazione etc.), dall’altra quelli dei poveri, spesso stranieri e precari, senza diritto di voto e praticamente ignorati dalla politica.

Erano luoghi trascurati, ed è questo che spinse i giovani a ribellarsi.
Da allora, però, alcune cose sono cambiate. I vari quartieri hanno vissuto un rinnovamento strutturale e urbanistico; tuttavia, la frammentazione è innegabile e la situazione di Molenbeek non può dirsi risolta. L’analfabetismo e la disoccupazione si attestano su percentuali alte (più del 40% degli abitanti tra 18 e 25 anni è senza lavoro), un quadro acuito ancor di più dalla ghettizzazione e chiusura delle varie componenti etniche che spesso non vogliono integrarsi, non capiscono la lingua, ignorano le regole e le strutture amministrative.

Una “periferia” atipica come quella di Bruxelles, incuneata tra il centro antico della città e i quartieri esterni residenziali, crea maggiori difficoltà a livello di coesione urbana? La prossimità fisica potrebbe divenire un punto di forza e di svolta nel recupero della marginalità sociale di questi quartieri?
Sicuramente è un vantaggio. La vicinanza al centro e la mobilità inter-quartiere rendono la situazione più semplice rispetto a un contesto stile banlieue. A oggi, il canale che separa il centro dalla periferia rimane una barriera fisica e mentale importante, ma la riqualificazione delle zone limitrofe e l’aumento delle iniziative culturali di respiro nazionale e internazionale stanno indebolendo l’effetto frontiera. Inoltre, il fatto che il centro sia facilmente raggiungibile a piedi o tramite mezzi pubblici permette ai residenti di Molenbeek di beneficiare di una serie di servizi pubblici e privati, culturali, scolastici, sociali ed economici.

L’emergenza della radicalizzazione e del terrorismo ci impone un ragionamento sulle nostre città, sulle modalità di accoglienza, sul significato dell’integrazione. Quali sono le strategie che state mettendo in atto a Molenbeek, quali le principali difficoltà che state incontrando?
Come ho detto prima, le nuove generazioni si sentono escluse e ignorate dalla società e dalla politica, questo fa sì che non abbiano fiducia in niente e nessuno e che i fenomeni di discriminazione e di stigmatizzazione aumentino. In più, dagli attacchi dell’11 settembre in poi c’è una vera e propria islamofobia. I giovani musulmani vengono guardati con sospetto e loro, per contro, si legano ancor di più alla dimensione religiosa per farsi scudo e proteggersi a vicenda. Questo processo di identificazione, ancor più rafforzato dall’influenza delle scuole islamiche wahhabbite dell’Arabia Saudita, aumenta la percezione di pericolo e disincentiva l’aggregazione sociale, creando un quadro ideale per il Daesh per annoverare nuove reclute.

Vorrei tuttavia insistere sul fatto che il fenomeno della partenza di molti giovani per la Siria è solo un sintomo tra i tanti di questa situazione di malessere. È dunque importante agire a livello più ampio, dando alternative e prospettive ai ragazzi, facendo sì che la società dimostri vicinanza e accoglienza, così da ricevere apprezzamento e non distacco. Non si tratta solo di prevenire il terrorismo, ma di aiutare i giovani a ritrovare la propria dignità.

A Molenbeek, a partire dall’estate 2013, abbiamo strutturato un programma per combattere la radicalizzazione fondato su tre azioni prioritarie. In primis la prevenzione emotiva: supportiamo le famiglie in cui uno o più membri è sospettato di radicalizzazione o di arruolamento nel Daesh. È un percorso psicologico mirato a ricreare i legami emotivi perduti, proprio perché abbiamo constatato che uno è pronto a partire quando ha tagliato ogni rapporto con la famiglia.

Dopodiché c’è la prevenzione razionale: vogliamo analizzare e screditare i proclami dei reclutatori. Per fare questo, diamo supporto a chi agisce in prima linea, come insegnanti e assistenti sociali, per parlare di questi temi. Parliamo di radicalizzazione, di cosa sia il Daesh, del modo in cui agiscono i reclutatori, ma anche di Islam. Organizziamo dibattiti con i giovani e le famiglie, dando libertà di parola senza giudizio. Cerchiamo di screditare i reclutatori su più fronti rispettando il pensiero altrui.

Infine, la prevenzione generica: cerchiamo di sterilizzare il terreno fertile alla radicalizzazione, ovvero i ragazzi. Li aiutiamo a credere nuovamente in se stessi, nel loro valore e nelle istituzioni. A livello locale, cerchiamo di dare loro sempre più voce e ascolto, mettendo a disposizione strumenti per seguirli nel loro percorso di crescita. Abbiamo anche messo a punto un percorso di dialogo interculturale contro le chiusure, i pregiudizi, il razzismo, l’antisemitismo e l’islamofobia. Sono europei e belgi al 100%, quindi devono essere trattati come tali e le azioni che noi strutturiamo in loco hanno necessariamente bisogno del supporto delle autorità a un livello superiore, unite in uno sforzo comune verso l’integrazione e la sicurezza internazionale.

Su quali spazi della città è opportuno intervenire per favorire l’integrazione, per incrementare la qualità della vita degli abitanti? Lo spazio fisico e la sfera sociale quanto sono correlati?

Esiste un’evidente correlazione tra spazio fisico e sfera sociale, specialmente quando si vuole intervenire a favore dell’integrazione. Innanzitutto, lo spazio pubblico e la sua gestione hanno un ruolo chiave in questo. Quando ci si trova di fronte a uno spazio pubblico abbandonato, poco aggregante e in cui non si viene stimolati all’interazione, allora si rafforza una sensazione di insicurezza e di abbandono da parte delle autorità. È una delle convinzioni su cui insisto maggiormente.

In questo quadro l’Amministrazione pubblica, attraverso i servizi, deve creare le giuste condizioni per la collettività e per favorire la mixité sociale, culturale, economica e scolastica. Per fare questo, le autorità devono esercitare un’influenza significativa sui privati che danno in locazione agli enti pubblici i propri immobili; se invece le strutture sono già di proprietà pubblica, allora esiste una maggiore libertà d’azione e i progetti possono essere decisi in funzione delle necessità, impostando la programmazione economica anche a seconda delle esigenze comunitarie e del quartiere.

Infine, come ovvio che sia, lo spazio residenziale privato ha un impatto enorme sulla crescita dei giovani nel tempo. È risaputo che uno spazio inadeguato (insalubre, inospitale o limitato rispetto al numero di residenti) incide negativamente, alla pari di altri fattori, sul processo di distaccamento scolastico e sociale dei ragazzi che vivono un quadro familiare già di per sé fragile.

È possibile, secondo lei, costruire spazi che favoriscano il senso di appartenenza alla comunità? Esiste uno spazio fisico della “interculturalità”?

Bella domanda. Ci sono strutture di quartiere a Molenbeek che per molto tempo sono state private e offrivano servizi principalmente per l’infanzia. Oggi stiamo cercando di trasformarle in comunitarie, creando luoghi conviviali, aperti a tutti, indipendentemente dall’età e dall’origine socio-culturale, in cui vengono mantenuti determinati servizi ma dove gli abitanti possono anche sviluppare un senso di appartenenza alla comunità nella sua accezione collettiva e sociale.

Per quanto riguarda l’interculturalità, più che fornire uno spazio si tratta soprattutto di creare le condizioni: in primis, sentirsi a proprio agio e in sicurezza. L’interculturalità è il processo democratico ideale che permette a ciascuno, con il suo percorso, la sua identità e le sue peculiarità, di costruire qualcosa con l’altro, con il collettivo, con la società e con tutti i suoi compromessi. Sono compromessi che noi possiamo accettare facendo un passo verso l’altro, facendo sì che nessuno si senta minacciato.

Per arrivare a questo, naturalmente c’è bisogno di spazi in cui ciascuno si senta bene al proprio posto, ma bisogna prima tessere delle relazioni di fiducia, valorizzare l’individuo, i gruppi di persone, le varie identità della società; solo a quel punto, allora, si può pensare di dare vita a progetti che permettano l’incontro e il dialogo con il prossimo.

Nel suo lavoro è entrata o entra in contatto con colleghi di altre città europee? Ci sono affinità tra le varie realtà urbane o prevalgono le differenze? Esiste una qualche forma di collaborazione, di condivisione delle esperienze o procedete in modo autonomo gli uni rispetto agli altri?

Da quando Molenbeek è diventata “famosa”, i momenti di incontro e di scambio si sono moltiplicati: molte delegazioni nel mondo sono venute a renderci visita. In queste occasioni ci siamo, ovviamente, confrontati sulle rispettive realtà. Al tempo stesso, siamo di frequente invitati all’estero: io, il mio team o anche gli stessi gruppi di ragazzi. Ogni visita ci porta a mettere in discussione quello che facciamo e ci permette di apprendere nuove cose. In questo quadro, questi scambi sono spesso puntuali; non esistono collaborazioni permanenti o strutturate con altre realtà europee.