Mario Cucinella, architetto palermitano ma da anni residente a Bologna, è il curatore del padiglione Italia alla Biennale di Architettura 2018. Gli abbiamo chiesto la sua visione delle periferie, dai falsi miti come il riuso fino alle responsabilità della politica, passando per l’esperienza nel gruppo G124 voluto da Renzo Piano.

Che idea si è fatto delle periferie? Sono più un problema da risolvere o un’opportunità per crescere?
Sono anche un problema, inutile negarlo, benché vada calato nelle singole realtà. Ci sono casi in cui c’è un tessuto sociale molto forte e altre abbandonate a loro stesse. Quelle più problematiche spesso lo sono diventate per mancanza di “cose”, perché nel costruire la città contemporanea si è data più voce all’emergenza casa, dimenticando servizi, negozi, parchi, scuole. Poi, certo, quando c’è un problema da risolvere, c’è anche un’opportunità. Le periferie offrono spazi e relazioni che i centri storici non possono più garantire. I centri storici sono gentrificati.

Come si è evoluto il rapporto tra periferie e centri storici?
I nostri centri storici sono governati da leggi e tutele giustissime, che però hanno fatto il loro tempo. Negli anni ’60 abbiamo saputo reagire a una forma di speculazione dei centri difendendoli con normative, formando anche un’opinione pubblica che ha voluto proteggere quel patrimonio fino all’accanimento, al punto che ancora oggi si discute intorno al nuovo dentro l’antico. Una discussione un po’ fine a se stessa. Ora dobbiamo accanirci con lo stesso impegno sulle periferie, lavorando in modo mirato su queste aree dove abita la maggioranza della popolazione. Il centro storico è un luogo di attrazione turistica con spazi limitati con alle spalle cinquant’anni di cure, ma la gente vive altrove.

«La periferia è una fabbrica di idee, è la città del futuro». Partendo da queste parole di Piano, le periferie possono definirsi come la grande scommessa dei prossimi decenni. Quali sono gli obiettivi perseguibili per una realtà eterogenea come quella italiana?
È bello da dire, bisogna capire cosa significa in concreto. Intanto un obiettivo facile: smettiamo di chiamarle periferie. Abbiamo voluto creare le città metropolitane, definiamole così. La parola “periferia” contiene in sé l’idea che ci sono cittadini di serie A e di serie B. I primi vivono in centro, gli altri fuori. Il linguaggio è importante. Dobbiamo iniziare a considerare che c’è la città, magari grande, metropolitana con all’interno realtà diverse.

Cosa pensa della periferia romana?
Roma, forse ancor più di altre città, ha realtà molto diverse tra loro. Spesso a fare la differenza è la distanza dai servizi e la qualità edilizia. Roma è stata in mano a palazzinari, a costruttori, che comunque hanno assolto un’esigenza. Su questo punto dobbiamo essere realisti: i costruttori romani hanno coperto un fabbisogno. Il problema vero è che nella Capitale ci sono periferie davvero lontane dai servizi.

Di chi è la responsabilità?
In Italia è stata compiuta una scelta precisa, e ritengo consapevole, e cioè che l’architettura non sia una forma dell’espressione della politica. L’architettura è stata semplicemente ignorata, la politica ha delegato ai palazzinari quando non all’abusivismo. Sono stati redatti piani regolatori mai adottati. Tutta la storia della pianificazione è quella di un enorme fallimento culturale e politico. E c’è stato chi ha risposto a questo bisogno speculando. È chiaro che su un’espansione come Roma, è pazzesco non aver adottato una politica di trasporto pubblico seria. Tra l’altro ormai esistono strumenti inutilizzati che consentirebbero di ottenere una mobilità più efficiente. Poi, certo, i trasporti richiedono tempo, bisogna costruire le infrastrutture, ma il pubblico dove era quando le città crescevano? Sono cresciute in cinquant’anni, non in un giorno.

Oggi la situazione a Roma sembra però essere critica.
Trovo la critica attuale alla città di Roma in linea con la tradizione tutta italiana del melodramma, molto pittoresco ma inutile per realizzare metropolitane o raccogliere la spazzatura. La verità è che siamo alla fine di un percorso, di fronte al risultato di un sistema che non ha mai funzionato. Se in una città di 14 milioni di abitanti della Cina o del Nord Europa non c’è un pezzo di carta per terra, vuol dire che si può fare. Perché noi non ci riusciamo? Il tempo perso non lo recuperi rapidamente, la curva di recupero rischia di essere immensa. Le cose si fanno un po’ alla volta.

Nei suoi interventi la sostenibilità è un aspetto chiave. Come può essere integrata nei processi di recupero di aree afflitte da situazioni di disagio socio-economico?
Questo è un paese che consuma le parole. Tutti parlano di rigenerazione urbana, di riuso, ma l’idea che bisogna riusare è inadeguata. Non dobbiamo recuperare tutto, non ce la faremo. Anzi, bisogna eliminare quanto di brutto è stato costruito e oggi è inutilizzato. Non è che possiamo riadattare tutti i capannoni. Questa bulimia del riuso non ha senso, il sistema della sostenibilità vera è una politica degli spazi e di naturalizzazione. Tra l’altro le città sono tutte fuori standard dal punto di vista del verde. O pensiamo davvero di occupare tutte le aree militari e ferroviarie? Non sappiamo nemmeno impiegare le case vuote che abbiamo. Abbiamo costruito tanto, ora le risorse sono poche. Bisogna avere il coraggio di abbattere. La logica della crescita degli ultimi anni è stata dettata solo dal profitto, mica i centri storici li abbiamo costruiti pensando solo alle convenienze economiche. Sono entrati in campo fattori come la rappresentazione, la cultura, l’identità.

Come giudica operazioni come quella della Nuvola?
Anche per quanto riguarda i grandi poli, come anche il Parco della Musica e il Maxxi, siamo in eterno ritardo. Ce ne vorrebbero altre dieci di Nuvole in giro per l’Italia. Il punto non è se è bella o brutta, il punto è che siamo ancora qui a discutere di concessioni edilizie. La vergogna è impiegare 18 anni e spendere 300 milioni di euro. Tra l’altro in Italia o spendi 300 milioni di euro o niente. Ma tra 0 e 300 milioni ci sono anche i 100 mila euro, che sono quei micro-tessuti che tengono insieme le comunità.

È lo spirito del gruppo G124. Cosa porta con sé dell’esperienza come tutor nel 2014?
È stato interessante, perché dimostra che gli architetti sono importanti. Un architetto diventa senatore, va in Senato e dice ai suoi colleghi della Repubblica italiana che c’è il tema delle periferie. I senatori non se ne erano mai accorti. E poi spiega loro, anche pensando alle politiche del Paese, che è inutile pensare a grandi progetti destinati al fallimento. Piuttosto è meglio prendersi cura della città con interventi anche piccoli, che ricostruiscano tessuti, dagli edifici abbandonati alle strade e alle piazze. Una dimensione molto locale, precisa, per piccoli interventi. La lezione è che bisogna cominciare a guardare fuori dalla porta, a prendersi cura del marciapiede sotto casa.

Nei programmi di riqualificazione urbanistica vengono spesso inseriti progetti socio-culturali. Qual è il peso specifico di queste iniziative nella riuscita di questi interventi? Può parlarci di qualche caso nella sua esperienza professionale?
Sicuramente l’esperienza di Unipolis, la Fondazione del gruppo Unipol, che con Culturability ha ideato vari bandi per progetti socio-culturali in immobili di interesse pubblico o privato in zone solitamente difficili. Azioni che rappresentano il riscatto di una società civile che crede che il motore del rinnovamento sia il binomio tra cultura e uso dello spazio. Questo è un Paese che si rilancerà, anche economicamente, attraverso le operazioni culturali.

Con MCA avete portato avanti diversi progetti nelle zone colpite dal terremoto in Emilia, tutti legati alla socialità.
In Emilia abbiamo concretizzato progetti importanti grazie alla generosità dei lavoratori iscritti ai sindacati confederali, che hanno donato un’ora di lavoro, e di Confindustria, per un totale di 7,5 milioni di euro. Tra le realizzazioni una scuola di musica a Mirandola (Modena), un centro per lo sport e la cultura a Bondeno (Ferrara), una scuola di danza a Reggiolo (Reggio Emilia), il centro ricreativo di Quistello (Mantova) e un centro per persone disabili a San Felice sul Panaro (Modena). Sono il risultato di un enorme e faticoso lavoro soprattutto a causa della burocrazia e dell’idea di ricostruire come e dove era prima del sisma. Non sempre quello che esisteva prima era bellissimo.

La call che, in qualità di curatore del Padiglione Italia, ha lanciato per la Biennale di Architettura 2018 si focalizza sui piccoli centri urbani italiani, lontani dai contesti metropolitani. Queste piccole realtà possono insegnare qualcosa alle grandi città e alle loro periferie?

In Italia non abbiamo città metropolitane benché le abbiano definite così. Si tratta di un passaggio squisitamente letterario: le province ora si chiamano città metropolitane. Ma basta pensare che le città metropolitane in Europa sono 10 mentre in Italia ne abbiamo “solo” 14. Piuttosto il nostro Paese è fatto di una rete di piccole realtà, da 10 e 20 mila abitanti, che messe insieme costituiscono una megalopoli da 60 milioni di abitanti. Noi italiani siamo abituati a guardare sempre gli altri, mentre noi vorremmo mostrare questo Paese come un modello diverso. Un modello interessante perché, mentre le metropoli nel mondo sono al collasso, la via italiana diventa interessante.

È la fine della metropoli?

È un processo giunto a termine. Per esempio Shanghai, che non vuole più crescere perché non riesce più a gestire il sistema infrastrutturale. Basta pensare a 20 milioni di persone che vanno in bagno tutti i giorni. Solo il sistema fognario ha costi improponibili. Il modello italiano è una “poli-città”
con tanti centri connessi tra loro. Vorrei raccontare che l’Italia è in ritardo, però rappresenta una possibilità di città molto più appetibile rispetto alle megalopoli. Alla Biennale racconteremo dunque una storia italiana.