Urban Rigger, 2014, Copenhagen
BIG Architects

L’immagine attuale di Copenhagen è quella di una città sostenibile, dall’elevato tenore di vita e che incentiva la mobilità dolce. Questa rappresentazione riflette una serie di politiche mirate (su tutte il famoso piano urbanistico Finger Plan) avviate a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, che le hanno permesso di dare inizio a un processo di graduale e significativo miglioramento e di distanziarsi definitivamente dal profilo di centro urbano avvolto da un alone di smog e “intasato” di autovetture. La città, divenuta nel tempo anche un simbolo di democrazia e inclusione (uno dei tanti esempi è il masterplan SUK - Superkilen per il quartiere di Nørrebro, pubblicato nel numero 118 di AR, volto all’integrazione delle diverse componenti etniche dell’area), si è data come nuovo, ambizioso obiettivo quello di essere, entro il 2025, la prima capitale europea carbon neutral. In quest’ottica sta elaborando i suoi piani urbani e incentivando ulteriormente l’utilizzo e la gestione ottimizzata dello spazio. Il prototipo di studentato Urban Rigger, concepito nel 2013 e realizzato nel 2015 dall’omonima start up con la collaborazione di varie eccellenze tra cui lo studio BIG per la progettazione architettonica, è un nuovo modello

di complesso residenziale fluttuante, a basso costo, replicabile, sostenibile e che non occupa nuovo suolo. L’idea alla base del progetto è stata quella di dare una risposta dal basso al numero crescente di universitari in città, mediante una soluzione più economica rispetto alle tradizionali unità in locazione del centro storico. Per fare questo, la start up e BIG hanno identificato una delle tante aree inutilizzate del porto di Copenhagen, costruendo un prototipo sull’acqua che si collega ad essa per mezzo di un ponte; una soluzione interessante sotto diversi punti di vista: oltre a riqualificare un’area dismessa da tempo e priva di funzioni o caratteristiche identitarie, evita il consumo di nuove cubature e apre alla possibilità di estensione, con eventuali nuove unità che si agganciano a quella esistente. Urban Rigger è costruito a partire da una piattaforma galleggiante in calcestruzzo armato su cui si erigono tre corpi formati, ciascuno, da due container sovrapposti e organizzati attorno a un patio centrale a pianta triangolare. Questa disposizione dei volumi lungo il perimetro, oltre a minimizzare l’ingombro centrale e favorire la creazione di uno spazio comune di aggregazione, permette di ottimizzare le vedute sulla baia. Ogni prototipo di studentato accoglie 12 persone e offre spazi privati (un mini-appartamento standard con letto, servizi e cucina) e comuni (corte interna, giardino terrazzato, area barbecue, attracco per kayak e trampolino sull’acqua). Tutti i container sono arredati e illuminati da ampie finestre a tutt’altezza che garantiscono ventilazione trasversale e viste panoramiche. A livello di sostenibilità, la start up e BIG hanno optato per materiali performanti e a basso costo per abbattere le spese di costruzione e il canone di successiva locazione (il costo di un appartamento di Urban Rigger si attesta attorno a 500 euro mensili, ossia meno della metà del canone per le classiche unità nel centro storico). Inoltre, per garantire un elevato livello di comfort, Urban Rigger e BIG si sono avvalsi della collaborazione di esperti in materia di ingegneria, di impianti e di climatizzazione; infatti, l’intero prototipo viene riscaldato da pompe di calore che sfruttano l’energia del mare per coprire il 75% del proprio fabbisogno, i pannelli radianti idronici a pavimento garantiscono un risparmio energetico del 15%, infine i sistemi di ventilazione recuperano fino al 95% del calore prodotto.


Riqualificazione di magazzini portuali in teatro,
2015, Den Helder
van Dongen-Koschuch Architects and Planners

Den Helder è un piccolo comune situato nella provincia dell’Olanda Settentrionale, con una popolazione di circa 50 mila abitanti. Come gran parte delle città lungo costa dei Paesi Bassi, anche a Den Helder l’area portuale ha rivestito e continua a rivestire un ruolo strategico nell’economia locale e, nel tempo, la sua evoluzione ha lasciato dietro di sé aree dismesse e stabilimenti abbandonati all’incuria del tempo.
Il sito dove si colloca la nuova sede del teatro Kampanje è un’area facente parte dell’antico deposito navale della città, di nome Willemsoord, rimasta inaccessibile per oltre 170 anni. Il progetto a firma dello studio van Dongen-Koschuch ha previsto la riqualificazione di alcuni stabilimenti abbandonati, andando a dare nuova linfa a un’area depressa e, soprattutto, garantendo un importante rinnovamento urbano per Den Helder. Infatti, la sapiente riqualificazione, unità alla creazione di una nuova polarità di interesse pubblico e alla collocazione dell’ingresso principale verso il porto (e non verso la città) che “obbliga” i visitatori a un percorso tra le strutture portuali adiacenti, ha rilanciato la zona e aumentato le visite, catturando l’attenzione di nuovi investitori immobiliari interessati a creare nuovo indotto, migliorando il quadro esistente con nuove o rinnovate strutture portuali, ricettive e di ristorazione. Contestualmente, la sede originaria del teatro, che si trovava a Stadshart nel centro storico, è stata smantellata in favore di residenze, negozi, parcheggi e di un parco urbano che collegherà la stazione al centro attraverso spazi verdi.
A livello architettonico, lo studio è intervenuto con la precisa intenzione di conservare l’identità storica del complesso ed esaltare le volumetrie e le proporzioni originarie che richiamano l’archeologia industriale. Inoltre, ha fatto largo impiego del vetro per amplificare la visibilità del porto (dall’interno del complesso) e svelare a distanza le nuove funzioni (per i visitatori in arrivo). In particolare, il volume destinato al teatro è stato concepito come un cubo vetrato posto in corrispondenza della navata principale di uno degli ex magazzini. Le sue trasparenze mantengono la visuale su tutto il blocco industriale esistente, mentre i pannelli lignei operabili e alti dieci metri permettono di regolare la luminosità dello spazio scenico sulla base delle esigenze delle attività svolte. Al suo interno, il teatro accoglie una torre scenica e 748 posti a sedere.


Riconversione dell’ex filanda Rigot-Stalars in spazio di co-working, 2014, Dunkerque
CAAU - Coldefy & Associés Architectes Urbanistes

A Dunkerque, città francese affacciata sull’Atlantico, si trova un parco industriale dismesso che fiancheggia il tracciato ferroviario ed è attualmente oggetto di un’importante operazione di recupero funzionale. L’area, che si sta sviluppando a grande ritmo, accoglie un’ex filanda risalente al 1928 che, dopo decenni di totale abbandono, è stata riconvertita in spazio di co-working.
Il progetto, curato dallo studio francese CAAU, ha previsto la trasformazione e l’ampliamento del complesso architettonico esistente, con l’inserimento di nuove funzioni. Gli spazi di co-working, gli uffici e le sale conferenze sono stati distribuiti all’interno delle volumetrie originarie, a diverse quote, mentre due nuovi corpi accolgono rispettivamente un asilo nido e una caffetteria. La ciminiera è stata conservata in quanto simbolo del passato industriale dell’edificio. Allo stesso modo, per non intaccare la centralità della preesistenza e non alterare la conformazione originaria della filanda, gli interventi più invasivi sono stati calibrati con perizia e sobrietà: nello specifico, le aperture inserite ai vari livelli che si alternano alle porzioni in laterizio seguono il ritmo imposto dalla preesistenza, mentre le nuove volumetrie, con la loro collocazione decentrata, il loro sviluppo orizzontale e l’elevato ricorso a superfici vetrate, sottolineano la volontà di non ostruire la vista sulla preesistenza, in particolare sul mulino.
All’interno, gli ambienti sono stati impostati riprendendo le cromie delicate che caratterizzano i fronti. L’arredamento è stato progettato su misura: alcuni elementi sono stati realizzati a partire dal riciclo degli scarti prodotti durante la fase di cantiere, altri ancora sono stati rivestiti in iuta, a ripresa e a celebrazione del passato industriale di questa architettura.


Due complessi residenziali di edilizia sociale - 2014, Lormont e 2015, Bègles
LAN Architecture

Vent’anni fa Bordeaux ha lanciato un programma di recupero focalizzato sull’area della Garonna; il piano di intervento lungofiume, oltre a concentrarsi sul restauro delle facciate, degli immobili e della riqualificazione degli spazi pubblici, poneva l’accento anche sui trasporti, volendo mettere a regime un servizio tram alimentato da suolo. La mobilità è dunque uno dei temi centrali nei piani di recupero e sviluppo della città, come testimonia l’incarico ricevuto nel 2013 da OMA da parte dell’ente pubblico La Fabrique Métropolitaine del Comune di Bordeaux per la redazione di un masterplan volto all’espansione dell’area a sud di Bordeaux. Il programma quinquennale si focalizza sul tracciato tramviario esistente e prevede una migliore integrazione dei trasporti nel tessuto periurbano, il miglioramento degli spazi pubblici e l’inserimento di 50 mila nuove unità residenziali, toccando i Comuni di Bègles e Villenave d’Ornon.
Proprio a Bègles, lo studio parigino LAN, nel 2015, ha realizzato ex novo un complesso residenziale che, con le sue scelte architettoniche innovative e sulla carta difficilmente realizzabili, vuole proporre alcune riflessioni sulle tipologie e sugli oneri di costruzione. Sin dalla fase progettuale, gli architetti hanno beneficiato di un quadro per certi versi invidiabile. Innanzitutto l’area di intervento, identificata entro il grand ensemble di Terre Neuve, è stata rasa al suolo come disciplinato dall’apposito programma urbanistico, per dare vita a questa nuova centralità. Inoltre, la presenza dei Verdi al governo cittadino ha significato la possibilità di interfacciarsi con una committenza di mentalità aperta, favorevole all’adozione di soluzioni sostenibili e sperimentali.
Se da un lato questo quadro era estremamente favorevole a LAN, dall’altro complicava ancora di più le cose per via delle condizioni invidiabili che li ponevano di fronte a una percentuale minima di errore, specialmente in considerazione del risultato richiesto. Dovevano infatti costruire un complesso di edilizia sociale (chiamato poi Carré Lumière) a elevata densità, che occupasse meno cubature possibili e desse una sistemazione dignitosa a persone dai mezzi economici limitati, creando al tempo stesso il giusto mix tra zone private e aree di socializzazione.
Il risultato ottenuto ha proposto alcune riflessioni tipologiche ed economiche sull’architettura. Il complesso, formato da due volumi, spicca per la sua capacità di essere tanto definitivo, quanto in evoluzione. La presenza di logge su più livelli propone un’ibridazione dello stile nordico, più isolato, e di quello mediterraneo, più aperto e ricco di patii. Inoltre, tale scelta apre anche alla possibilità di riconfigurare ogni unità abitativa in maniera indipendente: infatti, ogni appartamento beneficia di tre affacci (che favoriscono la ventilazione trasversale) e di una loggia, la quale può essere autonomamente convertita in ambiente domestico interno o ampliata nella sua veste originaria di area all’aperto. Il tema della personalizzazione viene ulteriormente accentuato dalle soluzioni di involucro: le strutture in cemento armato vengono infatti rivestite da un tamponamento in pannelli prefabbricati (utili per la coibentazione dei due volumi), a loro volta “coperti” da una pelle leggera in acciaio bianco con funzione frangisole che, grazie alla sua operabilità, permette di utilizzare le logge come giardini d’inverno, serre, gruppi di raffrescamento o semplici spazi all’aperto a seconda della stagione e della volontà dei residenti.
Da un punto di vista economico, il ricorso alla prefabbricazione e l’esclusione di molti attori intermedi di filiera tra il costruttore e l’utente finale hanno permesso l’abbattimento degli oneri di edificazione, rendendo possibile un costo di 1.000 euro al metro quadro (ad esclusione delle logge), una cifra di gran lunga inferiore rispetto agli standard regionali.
Sempre nella prima periferia di Bordeaux, ma a Lormont, LAN ha completato nel 2014 la riqualificazione di un distretto residenziale obsolescente, composto da quattro complessi residenziali, ovvero Saint-Hilaire (387 unità), Leroy (114 unità), La Boétie (105 unità) e Villon (104 unità), situati nel quartiere di Génicart.
Con questo progetto, lo studio parigino ha proseguito un programma di residentialization partito negli anni Ottanta del secolo scorso, mirato a ottimizzare le aree inutilizzate delle case popolari dietro richiesta degli stessi investitori immobiliari. Le criticità del processo erano dettate dalle precondizioni generali della stessa residentialization, ossia la riduzione degli spazi comuni inoccupati in favore di nuove cubature private, con il susseguente rischio di svantaggiare la sfera pubblica e disincentivare il dialogo tra residenti e non.
LAN si è occupato della rivitalizzazione di quest’area destinata ad accogliere circa 10.500 persone (la metà dei residenti di Lormont), adottando una strategia duplice: da un lato riconfigurare le facciate, sia attraverso specifici trattamenti per una corretta coibentazione sia attraverso soluzioni estetiche per raggiungere identità architettonicamente distintive. Al tempo stesso, i progettisti hanno studiato il rapporto tra il costruito e i “vuoti” pubblici con l’intento di renderli più aperti e funzionali.
Le tre “torri” di Saint-Hilaire circoscrivono una nuova piazza e un’area giochi. Leroy sfrutta invece la morfologia del proprio sito, leggermente collinare e con una spiccata presenza di vegetazione, per creare uno spazio piacevole - quasi bucolico - in cui il verde permea l’architettura. Boétie si sviluppa attorno a un enorme prato e, grazie all’inserimento di arredo urbano, si propone come luogo per famiglie e, più in generale, dove rilassarsi. Lo stesso vale per Villon, al limite di un’area boschiva (che diventa schermo naturale in caso di vento), poiché gode del sole pomeridiano e di un contesto di maggiore quiete, lontano alle maggiori strade di Génicart e dalle principali polarità di aggregazione (Saint-Hilaire su tutte).
LAN ha inoltre optato per riposizionare le zone di parcheggio, ponendole lungo il perimetro del sito, così da creare un ambiente centrale libero dal passaggio veicolare e simile a un vero e proprio parco urbano, impreziosito da percorsi ciclo-pedonali, luoghi di ritrovo, monumenti in legno e in calcestruzzo.


Complesso multifunzionale Canopia, in corso, Bordeaux
Sou Fujimoto Architects e Laisné Roussel

Sempre a Bordeaux, sempre nel contesto di un programma di sviluppo urbano, è in cantiere la realizzazione di Canopia, un complesso multifunzionale firmato a quattro mani dagli studi Sou Fujimoto Architects e Laisné Roussel.
Nel dicembre 2015 il Dipartimento di Urbanistica del Comune di Bordeaux ha indetto un concorso per la costruzione di un complesso alto 50 metri e con struttura lignea, che sarebbe così diventato una delle architetture in legno più alte al mondo, oltreché una nuova icona per la città e un esempio di sostenibilità e lotta ai cambiamenti climatici.
La proposta vincitrice di Sou Fujimoto e Laisné Roussel, un complesso con quattro torri piantumate che riprende il concept del Bosco Verticale di Boeri, ospiterà 199 unità residenziali, 3.770 e 500 metri quadrati destinati rispettivamente a uffici e ad attività commerciali. Le torri saranno collegate tra loro da passerelle e accoglieranno in copertura giardini tematici e orti, campi da gioco, oltreché aree comuni verdeggianti sia nelle aree periferiche del sito, sia nel cuore del complesso in una vera e propria oasi verde urbana.
Il progetto, che rientra nella seconda fase del piano urbanistico Euratlantique che interessa un’area di 80 ettari nella ZAC di Saint-Jean Belcier, sottolinea la volontà dell’amministrazione comunale di rilanciare il tessuto nei pressi della stazione ferroviaria di Saint-Jean in vista della creazione di nuove infrastrutture collegate all’alta velocità, all’insegna della sostenibilità e del basso impatto ambientale.


Riqualificazione di un complesso per uffici in residenziale, 2016, Charenton-Le-Pont
Agence Moatti-Rivière

Parigi è una città dalla configurazione radiale definita da infrastrutture concentriche, che segnano una demarcazione tra l’area centrale della capitale francese, la prima periferia e le zone ancor più esterne; il primo anello corrisponde al Boulevard Périphérique, una strada a scorrimento veloce inaugurata nel lontano 1973, mentre il secondo all’autostrada A86, che presenta alcuni bracci di connessione con il Boulevard. Similmente ad altre grandi realtà metropolitane dalla medesima conformazione, anche a Parigi la densità abitativa e la qualità dei servizi sono inversamente proporzionali man mano che ci si allontana dal centro: se la prima aumenta, la seconda subisce una regressione. Da questo punto di vista, il Boulevard Périphérique diventa dunque una soglia urbana. Nelle sue immediate prossimità, nella prima periferia a sud-est di Parigi, si colloca il Comune di Charenton-Le-Pont. Qui, l’Agence Moatti-Rivière, che ha firmato il restyling del primo piano della Tour Eiffel, ha completato nel 2016 la riconversione in complesso residenziale di un imponente blocco di uffici risalente agli anni Settanta del secolo scorso. L’architettura si trova in posizione antistante la Senna, altro importante elemento nello sviluppo urbanistico della città che durante il governo Pompidou vide la nascita e il lento declino di un’ulteriore arteria urbana, oggi oggetto di una lunga e complessa politica di riqualificazione.  L’ex edificio per uffici si presentava come una struttura prefabbricata, con il prospetto principale sviluppato per 260 metri lungo il fronte stradale e contraddistinto da un’elevata ripetizione delle componenti di facciata. Lo studio Moatti-Rivière, intenzionato a celebrare la storia dell’edificio offrendone una rilettura contemporanea, ha deciso di mantenere la “ossatura” generale smantellando solo una parte dei modelli prefabbricati in calcestruzzo, così da inserire alcune logge, e arretrando la linea di facciata di 70 centimetri per realizzare terrazze coperte. In questo modo, la facciata su strada non ha perso l’impronta del proprio passato, ma anzi ha acquisito maggiore carattere e funzionalità: le logge spezzano la ripetitività della trama originaria e favoriscono la ventilazione trasversale, mentre il recesso della linea di facciata e l’aggiunta contestuale delle terrazze creano nuovi spazi all’aperto e aiutano a ombreggiare gli ambienti.  Il fronte interno, invece, sfrutta la planimetria a L del sito per creare un giardino privato che segna un netto distacco dal caotico fronte stradale e, al tempo stesso, funge da spazio comune per i residenti.

Immagini fornite dai progettisti