Evoluzione, dissoluzione e rinascitadello spazio pubblico
Componente essenziale della città, lo spazio pubblico è insieme spazio di rappresentazione, spazio di espressione ed elemento funzionale della struttura urbana. L’evoluzione della nostra società lo ha reso spazio di confronto tra pubblico e privato, traffico veicolare e pedonale, luogo di concentrazione dei nuovi poteri mediatici e di buona parte delle preoccupazioni di quanti non lo considerano altro che lo spazio nel quale si esprimono inciviltà e violenza.
L’organizzazione dello spazio pubblico, il suo ruolo e i suoi tracciati costituiscono un’eredità della storia, spesso legata al passato preindustriale delle nostre città.

L’interdipendenza della struttura fondiaria medievale, alla cui perfetta gerarchia corrispondeva l’organizzazione degli spazi pubblici connessi ai luoghi del potere civile e religioso ove si svolgeva la vita collettiva, è venuta meno con la perdita, fagocitata dai processi di “residentialisation” o dall’uso delle automobili, di quegli elementi di mediazione e respiro costituiti da piccoli luoghi semipubblici e semiprivati di cui era dotato lo spazio collettivo.
Il carattere stratificato dello spazio pubblico storico perde i suoi connotati di complessità con l’avvento delle teorie legate alla “città funzionale” costruita secondo i dettami della Carta di Atene.
In tal senso un ruolo di grande rilevanza nella costruzione della città europea nella seconda metà del secolo XX è stato svolto dalla costruzione dei grandi quartieri del Movimento Moderno. Questi complessi progettati unitariamente secondo i criteri della Carta di Atene hanno prodotto una periferia caratterizzata da separazione rigida delle funzioni, uniformità delle strutture insediative, rigidità compositiva, dissoluzione dello spazio collettivo in favore di un generico spazio “aperto” nel quale si perde “la complessità strutturale formale e insieme sociale dello spazio urbano”. (Belfiore 2001).


Nel tentativo di enunciare e fissare i principi fondamentali della città contemporanea con analisi puramente quantitative e funzionali di edifici ed attività veniamo privati di termini come “spazio pubblico” o “piazza” guadagnando termini come circolazione, specializzazione, segmentazione che diventano drammaticamente sinonimo di “qualità” nella progettazione e realizzazione dei grandi quartieri di edilizia pubblica degli anni ‘50-’60-’70 diversamente denominati: grand ensemble, Gro?siedlungen, quadras, 167 ecc.
Non a caso nelle 95 proposizioni della Carta di Atene non sono mai menzionati appunto i termini “spazio pubblico” e “piazza”.
Esiste un rapporto anche se non automatico tra forma urbana ed effetti sociali del quadro di vita. La forma dei grand ensemble è l’espressione di una cultura e di una visione sociale che ha portato alla monumentalizzazione della residenza, una cultura tecnico monumentale dietro la quale c’è un’idea precisa di società e di individuo: quella prodotta dal Movimento Moderno.
L’individuo è considerato come un oggetto, un’unità misurabile quantitativa, la cui natura è essenzialmente definita dai suoi caratteri biologici; la scienza ne quantifica le esigenze e definisce i modi per soddisfarle, mentre la nuova civiltà meccanicistica, vista come un processo di sviluppo inarrestabile, con i suoi principi di razionalità economica ne garantisce la realizzazione per l’intera società.
Un nuovo modello di cui si devono apprendere didascalicamente i modi d’uso. Per vivere nella machine à habiter di Le Corbusier è necessario - come per guidare un’automobile - avere una patente (in questo senso vengono redatti dei manuali di educazione per l’abitante, come in un’appendice del testo di Le Corbusier Manier de penser l’urbanisme).

Gli elementi principali della composizione urbana dei grand ensemble possono essere schematicamente individuati nei seguenti elementi:

- La trasparenza e la fluidità dello spazio aperto. Nei grand ensemble infatti lo spazio è totalmente trasparente, si tende a una estensione smisurata dello spazio pubblico. Tutto è visibile, non c’è più una divisione tra pubblico e privato. Idea panoptica: l’occhio può circolare nello spazio percependone l’integralità e l’assolutezza.

- Il capovolgimento della concezione formale della città: il pieno prima del vuoto. Uno spazio antiprospettico che rafforza l’autonomia spaziale del grand ensemble effetto ghetto. Concetto di isolamento visto come volontà progettuale. Un’isola felice immersa nel verde, nella libertà di uno spazio fluido, preservata dal magma urbano. Il concetto di tabula rasa e di rottura totale con il contesto visto solo in rapporto alla topografia.

- L’inversione dei valori urbani. La monumentalizzazione della residenza e la sua proiezione ad una scala, ad una dimensione gigantesca. Eliminazione della divisione tra spazio pubblico e privato, tra spazio esibito e spazio intimo nascosto.

- L’uniformità. Al concetto precedente si associa quello di uguaglianza, ossia quello di uniformità, di standardizzazione. Un modello egualitario, una norma spaziale unica che alla fine si dimostra come un modello autoritario quale è quello collettivistico.


Rinnovo - rehabilitation - riqualificazione - rigenerazione
Dalla revisione critica operata dal Team X, a partire dal secondo dopoguerra, inizia una complessa “riconcettualizzazione del pensiero urbanistico che parte dalla sostituzione lessicale dei termini “rinnovo” e “recupero” con il concetto di “rehabilitation” e “riqualificazione”, nel tentativo di giungere ad una definizione interdisciplinare della qualità urbana.
Benché il termine riabilitazione abbia un’origine antica, il suo utilizzo nell’urbanistica si è diffuso negli anni ’70. Nella legislazione urbanistica, fino ad allora, non si conoscevano che i termini di rinnovo e restauro, intendendo nel primo caso la distruzione di una parte degradata della città e la sua sostituzione con nuovi edifici, e nel secondo il mantenimento degli immobili antichi, protetti in quanto storici.
In generale l’idea di riqualificazione urbana si è evoluta lungo un percorso che si può schematizzare in quattro fasi principali.

- La prima fase è costituita da una serie di azioni su campi diversi di natura settoriale e concentrata quasi esclusivamente sulla sola dimensione edilizia della riqualificazione, che ha curato i sintomi senza affrontare le cause della crisi urbana del quartieri periferici.

- Segue una seconda fase di rinnovamento urbano in cui si supera la semplice ristrutturazione edilizia e si interviene sulla forma urbana, ma per ambiti separati, con interventi puntiformi senza una visione complessiva d’insieme.

- All’inizio degli anni ‘80 si ha un salto concettuale rispetto alla risoluzione dei problemi dei grande ensemble urbain legata alla sola ristrutturazione edilizia. Questo scarto è rappresentato dall’operazione di Roland Castro che prende il via, in Francia, dal 1983 sotto il nome di Banlieu 89, e dall’IBA di Berlino. Essi pongono al centro del progetto di riqualificazione il ridisegno della forma urbana e lo spazio pubblico, reinterpretandoli attraverso il coinvolgimento delle collettività locali in un rapporto di collaborazione tra abitanti e architetti.

- Un’ ultima fase tra la fine degli anni Novanta e il Duemila che corrisponde a un approccio globale e interdisciplinare che inserisce gli interventi precedenti in un progetto complesso di rivitalizzazione urbana alla scala dell’intera città, in coerenza con le politiche strategiche individuate dalla nuova generazione di piani europei. La riqualificazione diviene un processo complesso e interdisciplinare, nascono nuove politiche urbane, nuovi strumenti legislativi - in Francia la legge SRU del 2000 e quella sulla Renovation Urbaine: un tentativo di globalizzazione delle varie politiche settoriali che trovano una sintesi nello strumento del progetto urbano - Gran Projet Urbain, poi Gran Projet de Ville. È l’età della rigenerazione.


Principi e strategie della rigenerazione comunialle principali esperienze europee
Questo nuovo quadro disciplinare che come riferimento fondamentale una nuova idea di città rispetto a quella consolidatasi nel corpus disciplinare dell’urbanistica moderna: una città compatta, funzionalmente mista, innervata da un sistema denso di luoghi centrali, con spazi urbani ricomposti e delimitati ed integrata al sistema ambientale. Ne conseguono:

- La riorganizzazione funzionale secondo il principio della mixité urbana, con un’offerta equilibrata di residenze, uffici, commercio e servizi di diverso livello, a rompere la specializzazione del tessuto urbano e a riproporre la complessità, l’intreccio e la continuità di utilizzazione tipiche del centro città.

- La creazione di nuove centralità, con l’inserimento all’interno dei quartieri di funzioni strategiche e di eccellenza - della conoscenza, della ricerca, della decisione, etc. -, per innescare processi di rigenerazione economica e d’integrazione a scala metropolitana.

- Il ridisegno dell’impianto a schema aperto, con demolizioni, ricostruzioni, nuovi tracciati urbani, nuove tipologie edilizie e nuove emergenze, in un tessuto urbano denso, compatto e diversificato.

- La ridefinizione dello spazio collettivo - come obiettivo prioritario e sintesi dell’insieme delle strategie messe in atto - reinterpretando i principi compositivi e la morfologia dello spazio urbano chiuso, attraverso l’innervamento del tessuto urbano con un sistema continuo di spazi pubblici - viali alberati, piazze, mall, esplanade, giardini, parchi urbani, percorsi pedonali e ciclabili - connesso alla trama degli spazi aperti dell’intera agglomerazione urbana ed elemento di riconnessione agli altri tessuti urbani, e il ridisegno del sistema indifferenziato degli spazi liberi con una trama verde in cui il verde, da semplice attrezzatura funzionale di quartiere, si configura come ingrediente fondamentale della riconfigurazione dello spazio urbano e dell’identità collettiva dei luoghi.


Un caso di studio: Bijlmermeer

Bijlmermeer è un grande quartiere periferico di edilizia pubblica, localizzato a sud-est di Amsterdam, il più noto e vasto grand ensemble olandese realizzato tra la fine degli anni Sessanta e la metà degli anni Settanta, che interpreta in maniera radicale l’urbanistica funzionalista, trasposizione quasi letterale dei principi dell’ideologia urbana dei CIAM, la cui realizzazione avviene in un contesto europeo dove il modello urbano del grand ensemble è in piena crisi. Mentre la costruzione di Bijlmermeer procede a pieno ritmo, in Francia un famoso decreto governativo dichiara conclusa l’esperienza dei grand ensemble e con un programma di incentivi si promuove la produzione di case unifamiliari a bassa densità. La concezione di questo quartiere ha poi un carattere paradossale per la stessa Olanda: le prime critiche al Movimento Moderno degli inizi degli anni Sessanta sono proprio di esponenti della cultura urbanistica olandese: Team X, Aldo van Eyck, etc. Questa sfasatura temporale risulterà catastrofica per le sorti del quartiere: ancora non era ultimata la sua costruzione che già venivano redatti, dalle autorità comunali, i primi dossier di denuncia delle condizioni di malessere degli abitanti.

La composizione urbana di Bijlmermeer secondo i precetti dell’urbanistica funzionalista si articola nei seguenti elementi:

- La monumentalizzazione della residenza con grandi segni che dominano il territorio: un grande intervento per 100 mila abitanti con un edificato costituito da giganteschi edifici lamellari di 10-12 piani, modellati su uno schema esagonale ripetuto serialmente: una specie di alveare a scala territoriale che contiene l’idea di un potenziale processo di espansione all’infinito.

- L’idea di città-parco, ossia di un mondo di “oggetti” plasticamente modellati, poggiati su un piano libero dominato dalla scala onnicomprensiva del verde. I grandi edifici vengono immersi in questa visione “bucolica”: tra di essi una distesa senza nessuna qualificazione, un vuoto smisurato, un verde indifferenziato, banalizzato a semplice dotazione di servizio.

- La separazione funzionale tra i traffici e tra residenza e servizi: nel l’idea di città-parco, il suolo è dedicato ai soli pedoni e alle piste ciclabili mentre l’automobile e il trasporto su ferro vengono posti a una quota sopraelevata attrezzata raggiungibile a piedi dai rispettivi blocchi residenziali. Diversamente dal modello dei grand ensemble, a Bijlmermeer le attività commerciali e i servizi di base sono inseriti sotto i principali viadotti della rete automobilistica e ferroviaria -
in particolare modo lungo l’asse est-ovest -, senza nessuna relazione con gli edifici residenziali e con gli enormi spazi aperti.

Agli inizi degli anni ’80, il quadro complessivo è talmente critico per il disagio sociale, per le difficoltà di gestione e per la fama negativa di cui gode il quartiere, che il Comune deve ammettere l’erroneità delle proprie scelte progettuali. Il Governo Olandese decide quindi di intervenire con uno stanziamento straordinario di 200 milioni di fiorini nel 1983, con un programma di azione quinquennale e con cinque ambiti di intervento: ristrutturazione gestionale, rinnovo edilizio, servizi per i residenti, riduzione dei canoni, rivitalizzazione economica.

Nel 1987, l’amministrazione comunale affida allo studio OMA, guidato da Rem Koolhaas, l’incarico di formulare un’ipotesi di ristrutturazione complessiva dell’area fino a giungere al progetto definitivo del 2001 - il Final Plan van Aanpak - basato su un disegno le cui linee essenziali ripropongono il progetto di Koolhaas degli anni Ottanta che ha rappresentato una cesura concettuale nel modo di ripensare la composizione urbana dei grandi quartieri del moderno e che all’epoca della sua elaborazione non fu realizzato perchè troppo rivoluzionario rispetto a un dibattito e a politiche urbane che si erano arenate sulla semplice idea di ristrutturazione edilizia.

I contenuti e gli elementi compositivi di quel progetto sono in sintesi:

- La densificazione dell’impianto a schema aperto lungo assi polifunzionali che innervano il quartiere con l’inserimento di funzioni di eccellenza e con un’offerta diversificata di servizi, commercio e uffici, caratterizzati da un fronte urbano continuo e da elementi emergenti a torre.

- La differenziazione dell’offerta abitativa con l’inserimento di nuove tipologie edilizie: ville, case unifamiliari, etc.

- La riorganizzazione della maglia viaria eliminando la separazione tra traffico automobilistico e pedonale con la realizzazione di boulevard urbani e la ricostruzione dei servizi intorno a spazi pubblici, a delle vere e proprie piazze.

- Il ridisegno del suolo basato sull’intreccio di più sistemi: il verde naturalistico, il verde formalmente disegnato, l’acqua e i canali, gli spazi minerali, i percorsi pedonali e ciclabili, le nuove attrezzature per il tempo libero e le attività ricreative.

L’esperienza di Bijlmermeer è solo una tra le tante disponibili nel panorama europeo. Da Seine-Arche a Parigi a Vaux en Velin a Lione fino Hellersdorf a Berlino, ovunque il ridisegno degli spazi aperti indifferenziati dell’urbanistica moderna mirato alla ricostruzione dello spazio pubblico è l’elemento comune con maggior rilevanza presente in tutte le esperienze con due obiettivi principali:

- L’individuazione dei fattori generatori di diversità in grado di conferire riconoscibilità e varietà funzionale e sociale e del ruolo delle diverse componenti che conferiscono l’identità di luoghi collettivi allo spazio urbano.

- La definizione di una strategia di riconnessione dei luoghi collettivi in grado di contestualizzare e trasformare in rete il continuum degli spazi aperti, conferendo agli stessi continuità e riconoscibilità in rapporto sia al contesto locale, sia all’intera agglomerazione urbana.

Ovvero, lo spazio come “luogo” dotato di :

- Prossimità fisica come nozione centrale dello spazio pubblico: il pedone e la distanza dello sguardo devono essere commisurati; uno spazio urbano non può essere percepito in una maniera assoluta, d’un colpo, ma solamente nella successione delle sequenze, secondo tempi e percorsi.

- Complementarità tra la strada e l’edificio: quale che sia l’elemento di transizione che li separa, la via, la piazza, il boulevard sono definiti da un edificato che disegna il loro inviluppo, il costruito trova il suo logico prolungamento nello spazio pubblico che lo serve.

- Organizzazione particellare: nella città antica ogni costruzione occupa una particella che si apre sullo spazio pubblico e la divisione particellare assicura la diversità del costruito e del suo uso, permette l’evoluzione del tessuto che si rinnova più facilmente per unità minute senza destrutturare l’insieme.

- Mixité degli usi: la strada tradizionale è un centro di socialità per la presenza vicino alle abitazioni di commerci e servizi che sono accessibili a piedi.

Ma anche lo spazio pubblico come “rete” articolata e continua di spazi dalla strada al boulevard, alla piazza, al parco, etc. e “mixité e compresenza” dei modi di spostamenti nella città tradizionale: lo spazio urbano come luogo di coabitazione.

La reinterpretazione di questi caratteri essenziali dello spazio urbano viene considerata l’unico modo veramente innovativo per intervenire su frammenti urbani, espressione datata delle periferie moderne, di utopie e ideologie d’avanguardia. Ciò non comporta però all’interno dei casi di studio una pura e semplice mimesi di forme consolidate; essa corrisponde alla volontà che, nell’impostazione di una diversa organizzazione urbana, non rinuncia al principio, ancorché rinnovato, dell’ordine, ma un ordine che è capace di ripensare le coordinate dello spazio prospettico che informa dogmaticamente la nostra percezione e che genera una contaminazione tra spazio chiuso e spazio aperto secondo un principio di giustapposizione di sistemi ed insiemi formali differenti.

Le trame principali che ridisegnano il sistema complessivo degli spazi aperti indifferenziati dei grand ensemble esaminati sono costituite da:

- La ricostruzione di una maglia urbana di percorsi e vie a ricostituire un sistema di relazioni coerente sia all’interno del quartiere sia con il resto della città, eliminando quelle fratture rappresentate dalla grande viabilità che isolano i grand ensemble dai tessuti circostanti e dal resto della città: spesso in viadotto, vengono riportate al suolo e ricondotte a una logica urbana di collegamento all’interno del quartiere e di riconnessione con gli altri tessuti. Tale riammagliamento si organizza su un sistema di assi principali che innerva l’intero quartiere, svolgendo la funzione di apertura verso il resto della città e di riconnessione con i tessuti urbani circostanti.

La creazione di una sequenza articolata di spazi urbani maggiori, che ritornano ad essere dei luoghi riassumendo quel valore formale e simbolico di segno urbano attribuito precedentemente ai volumi edilizi.

- Il ridisegno degli spazi liberi con una serie di grandi spazi verdi con caratteri diversi connessi l’uno all’altro a formare un sistema continuo che si inserisce in una sequenza a scala più ampia. Un sistema verde con il ruolo sia di elemento di riequilibrio ambientale, sia di elemento paesaggistico che contribuisce con il suo disegno di natura modellata a definire dei luoghi urbani.

- L’esigenza di inserire una dimensione privata nell’uso dello spazio da parte degli abitanti in stretta relazione alla residenza. All’interno di una chiara differenziazione tra gli spazi pubblici e gli spazi privati collegati con la residenza, si realizza una parziale privatizzazione degli indifferenziati spazi grigi ai piedi degli edifici che vengono trasformati secondo il principio della residenzializzazione: ossia fissato il sistema degli spazi pubblici, permettere al resto di trasformarsi liberamente e volontariamente fluidificando e parcellizzando la proprietà.

Tutti questi sistemi, che si intrecciano in un disegno complessivo unitario a ricostruire lo spazio collettivo ed innervare l’impianto a schema aperto dei grand ensemble, non sono circoscritti all’ambito ristretto del quartiere, ma si proiettano a una scala più ampia, come riconnessione ai tessuti urbani circostanti attraverso il sistema dei nuovi assi urbani configurati a boulevard; come proiezione alla scala dell’intera agglomerazione urbana attraverso la trama degli spazi aperti e verdi.

Come abbiamo visto il tema della rigenerazione nel quadro più generale di una città maggiormente compatta e sostenibile è sempre più al centro del dibattito disciplinare e della prassi professionale.

Dopo l’esperienza del Piano Casa che, tra molte contraddizioni, ha comunque consentito in qualche modo la sopravvivenza di imprese e studi, la Regione Lazio ha recentemente licenziato un testo di legge avente per oggetto la rigenerazione mirato a favorire il lavoro sul patrimonio edilizio esistente.

Non è questo il luogo per discutere di questa nuova legge ma certamente voglio cogliere l’occasione per sensibilizzare l’Amministrazione comunale di Roma a esaminare le possibilità che lo stesso apre fornendo indicazioni più ampie possibili di intervento per i settori demandati ai Comuni.