Non più solo La grande bellezza, c’è un cinema italiano che è tornato a raccontare le periferie romane, le borgate di Pasolini che oggi non esistono più, ma che ancora sono capaci di restituirci vicende e fatti spesso crudi, magari dolorosi, eppure emozionanti. Storie che hanno come sfondo palazzi di cemento, talvolta fatiscenti, frutto di un’edilizia popolare sciatta e di un’incuria generalizzata che diventano punto di vista privilegiato per nuove narrazioni cinematografiche. Trame in cui spesso a dirci che siamo nella Capitale è, più che altro, la parlata o qualche edificio noto solitamente perché emblema della decadenza delle borgate.
Ad aprire la strada è stata la scuola dei documentaristi con Sacro GRA di Gianfranco Rosi, vincitore del Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia nell’ormai lontano 2013, ma pure Ascanio Celestini che nel suo quartiere alle porte della capitale, al Quadraro, ha girato nel 2014 con la collaborazione dei fratelli Dardenne, Viva la sposa a metà strada tra doc e finzione.

Da lì in poi le opere di finzione cinematografica ambientate nelle diverse periferie romane si sono moltiplicate, a partire da Non essere cattivo nel 2015, lungometraggio postumo di Claudio Caligari, nel quale Luca Marinelli e Alessandro Borghi si aggirano tra spacciatori e violenze quotidiane, sul litorale di Ostia. Poi c’è stato il “supereroe di borgata” interpretato da Claudio Santamaria in “Lo chiamavano Jeeg Robot” del premiatissimo esordiente Gabriele Mainetti, con Ilenia Pastorelli e ancora Marinelli, che inizia con un tuffo nel Tevere e approda a Tor Bella Monaca. Passo ulteriore è stato l’esordio di Michele Vannucci che con il suo Il più grande sogno ha raccontato la rinascita di un quartiere alla periferia della Capitale, tra fiction e attori non professionisti, girandolo tra i palazzi della Rustica, Tor Bella Monaca e San Basilio.

«Nell’agosto 2012, Alessandro Borghi - spiega il regista - che è un amico fraterno e recita nel film, mi presenta Mirko Frezza. Aveva quarant’anni e un passato in carcere che cercava di lasciarsi alle spalle. Mi ha raccontato che era stato eletto presidente di quartiere, che aveva aperto un’associazione, che stava per nascere il suo terzo figlio. Davanti ai miei occhi si stava scrivendo una storia che riguardava anche me. Così l’ho frequentato per tre anni, mi sono messo in ascolto e ho iniziato a scrivere un racconto ispirato alla sua vicenda. Il più grande sogno è un’opera di finzione che nasce dalla realtà».

Per girare il suo lungometraggio d’esordio Vannucci e la sua troupe si sono trasferiti per sette mesi nel quartiere della Rustica, filmando la borgata che cambiava. Metodo analogo a quello impiegato da Roberto de Paolis con il suo Cuori puri che ha portato la periferia romana più aspra a Cannes sulla Croisette nella sezione “Quinzaine des realisateurs” dove il suo lavoro è stato applauditissimo e di cui esce in questi giorni il dvd. La storia si svolge a Tor Sapienza e racconta l’amore tra il guardiano di un parcheggio contiguo a un campo rom e una ragazza molto credente. «Il vero protagonista è il quartiere - osserva De Paolis - io e i miei attori abbiamo fatto una lunga ricerca sul territorio prima di arrivare sul set. Un’osservazione sul campo che ci ha portato tra i palazzoni di viale Morandi, al campo rom di via Salviati e pure all’interno della vita della parrocchia». La scelta di Tor Sapienza è stata dettata dallo spunto di cronaca da cui è nata questa storia. «Ci serviva un quartiere che avesse un campo rom, poi la realtà ci ha portato in mondi che non conoscevo. Io avevo anche provato a intessere una trama che avesse come protagonisti dei ragazzi della Roma centro, ma mi sembrava che non avessero niente da dirmi. E credo sia questa la ragione per cui il cinema ha ricominciato a narrare la periferia».

I cuori puri del film, Stefano e Agnese, vivono in condizioni di totale precarietà lavorativa e affettiva. «Le situazioni che porto sullo schermo - continua il regista - sono tutte vere, viste coi miei occhi nel periodo che abbiamo trascorso a Tor Sapienza. Sono reali le condizioni lavorative, gli sfratti, il parcheggio a fianco del campo rom, così come è reale che l’unico punto di riferimento sia per tanti la comunità cattolica. Mentre i politici, se arrivano, vengono a fare proclami cui però segue un nulla di fatto». De Paolis vive in centro ed è figlio del distributore Valerio, il fondatore di Bim. «Chi è privilegiato ha la responsabilità di raccontare i problemi sociali. Poi certo se a Tor Sapienza ci fosse una scuola di cinema e fossero i ragazzi cresciuti nelle borgate a fare film sul loro ambiente sarebbe meglio. Da cineasta pensavo di poter cambiare le cose, oggi posso dire che raccontare la periferia fa bene al nostro cinema perché lo innesta di nuova linfa narrativa, ma non mi pare possa cambiare le condizioni di chi ci vive. Almeno non a breve termine. E questo per chi fa il mio lavoro è un po’ deprimente».

Sempre sulla Croisette ha debuttato Fortunata, ultima opera per la regia di Sergio Castellitto da uno dei romanzi scritti dalla moglie Margaret Mazzantini, tutta ambientata nel quartiere romano di Tor Pignattara e nella contigua Centocelle, nelle stesse strade dove Pasolini ha girato Accattone, e dove Fortunata, interpretata da Jasmina Trinca (che per il ruolo ha ottenuto a Cannes il premio come miglior attrice), sogna di aprire un salone da parrucchiera. Un’opera che per Castellitto ha segnato un ritorno all’infanzia, nel quartiere dove è nato e ha mosso i primi passi. «Girare Fortunata - dice - in quelle periferie è stato emozionante, la desolazione e la bellezza di quei luoghi è rimasta intatta. O è solo apparentemente cambiata. L’estate e la luce hanno inciso sulla memoria, dal momento che mi sono reso conto che avevo solo ricordi estivi e questo mi ha colpito. La periferia è il luogo di Pasolini e di tanto cinema italiano; forse c’è il bisogno di ritornare a parlare degli ultimi». Durante le riprese sono state impiegate comparse reclutate in zona, compresi molti stranieri che abitano il quartiere, soprattutto cinesi, bangladesi, indiani. «Quando andavo sul set al mattino - continua Castellitto - provavo un sentimento di migrazione, arrivato a Largo Preneste sentivo di attraversare un confine. Entrando nelle case, nei condomini, nei bar mi accorgevo della presenza di conflitti ma anche di uno strenuo desiderio di superarli. Direi un desiderio di riappacificazione...».

È invece nelle palazzine basse del Quarticciolo che si muovono le vite di Marcello (Vinicio Marchioni) e Chiara (Anna Foglietta), di Mauro e Simona e del boss di quartiere Carmine. In questo scenario di umanità mutevole perennemente sospesa tra il tragico e il comico si inserisce il professor Walter (Vincenzo Salemme), scrittore di estrazione borghese il quale ha da tempo una relazione con Marcello, ex culturista dalla sessualità incerta.

Sono i personaggi de Il contagio di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, appena uscito nelle sale e non a caso prodotto da Kimerafilm, stessa casa di produzione di Non esser cattivo.

Alla base del lungometraggio c’è l’omonimo romanzo del premio Strega Walter Siti, che scrive nel libro: «Per me ormai Roma è questa, non quella del Pantheon o di piazza Euclide; non i monumenti di gesso che si ammirano dal Gianicolo, né il giro di cupole e campanili che disegnano i gabbiani dalla Terrazza Olivetti. La Roma che per lui era straniera, da volerci quasi il visto per entrarci, è ormai straniera anche per me: non mi restano che le borgate, ma le borgate senz’anima…». Sullo sfondo la Roma dei palazzinari, dei faccendieri, degli spacciatori, dei piccoli criminali e politici corrotti. «Anche il nostro primo lungometraggio, girato nel 2010, Et in terra pax - spiega Coluccini - era ambientato in una periferia iconica come Corviale; una struttura, credo, unica al mondo. Il nostro intento, in ogni caso, è quello di portare sullo schermo un microcosmo rappresentativo di una storia più universale. Nelle periferie mancando le infrastrutture, i nuclei sociali sono abbastanza isolati, una condizione che porta alle creazione di una comunità. A Corviale, per esempio, i comitati si danno un gran da fare affinché il quartiere funzioni, è la grande forza delle periferie. Se infatti l’architettura di questi luoghi è spersonalizzante, sono realtà in cui si crea una un senso di solidarietà tra le persone che altrove è scomparso». Ad aprire Il contagio è una panoramica davanti a quello che al Quarticciolo chiamano il “Colosseo quadrato”, quasi un alveare con i ballatoi esterni da cui affiorano persone dalla vitalità rabbiosa e disperata. «Architettonicamente è un luogo molto interessante - spiega Coluccini - sono case popolari, ci vivono studenti ma pure persone più disagiate».

Ma “il contagio” di cui si fa riferimento è proprio quello tra centro e periferia, mondi che si toccano. «Fino a divenire la stessa cosa - osserva Botrugno - un unico blocco. Un’idea che parte da un presupposto, un’intuizione che Siti riprende da Pasolini, non è la borgata che si sta imborghesendo, è la borghesia che si sta “imborgatando”. I protagonisti della nostra storia vengono della periferia, si sporcano le mani con criminalità e approdano al centro del potere. Il grande poeta friulano quarant’anni fa aveva già intuito in che modo si sarebbe trasformata la società italiana». Un’opera girata per metà a Quarticciolo, metà nel centro storico della Capitale. «Abbiamo cercato di utilizzare uno stile estremamente realistico - spiegano gli autori - poi per la parte girata in borgata abbiamo preferito tonalità calde per restituire l’affresco di un’umanità con tutti i suoi difetti ma viva, mentre uno stile più geometrico e colori più freddi caratterizzano la seconda parte quella ambientata nel centro di Roma. Ai nostri occhi ormai malinconico».