di Davide Paterna
Direttore di Open House Roma

In gergo urbanistico, si chiamavano zone di espansione, oggi si chiamano periferie.

Forse non è nemmeno più corretto chiamarle tali, perché il termine periferia non funziona più. Troppo semplicistico per descrivere fenomeni urbani che non hanno più solo un rilievo urbanistico e men che meno geografico.  La periferia, la cui accezione oggi resta nella metà campo del negativo, non svolge il ruolo da alter ego del centro, in una città che ci sta sfuggendo di mano e che non sappiamo più interpretare tanto è cresciuta la sua complessità: “Città-mondo” direbbe Marc Augè1.

Periferia e centro, sinonimi di anti-città2 e pro-città, nelle metropoli del XXI secolo si liberano anche della loro originaria consistenza politica, dove la periferia (dal greco periphérein=portare intorno, perimetrare) indicava il confine che separava la pòlis, la città politica, dal territorio esterno.
Oggi troviamo zone di periferia in pieno centro, laddove fenomeni di gentrificazione o di specializzazione turistica hanno depauperato il tessuto urbano e sociale.
Laddove invece attente politiche creano le condizioni per lo sviluppo di un tessuto economico vitale, con la presenza di servizi sociali e di spazi pubblici di qualità, dove si promuovono la ricchezza e la varietà del tessuto edilizio e dove infrastrutture e nodi

allacciano il territorio, anche la più estrema periferia viene percepita come centro.
Se nell’epoca della mobilitazione universale3, dove sono ormai deboli concetti come identità e appartenenza, e dove infinitamente maggiore è la richiesta di libertà, la libertà di muoversi e di trasformare, attraverso reti fisiche e digitali, allora il modello gerarchico della città ottocentesca e quello specialistico della zonizzazione novecentesca non corrispondono già da tempo alle esigenze dell’abitare urbano.
Da dove vengono, quindi, le periferie delle nostre città, tanto estese da diventare non più gestibili in termini di costi sociali e infrastrutturali, tanto rilevanti demograficamente da costituire una sfida imprescindibile per la nostra sostenibilità futura?
Generalizziamo troppo, se le addebitiamo a una grande operazione di dominio e sfruttamento del territorio guidata da fini economici ed elettorali in periodi storici in cui politica e industria delle costruzioni incanalavano a loro vantaggio le enormi pressioni sociali, dovute alla forte immigrazione nelle città nel dopoguerra?
In Italia, Roma ha particolarmente prestato il fianco alla speculazione, basti ricordare che, sebbene già negli anni ’70 la tumultuosa crescita di popolazione si fosse ormai arrestata, fino all’adozione delle misure di salvaguardia del nuovo PRG nel 1997 si è continuato a costruire perseguendo le previsioni, ipotizzate nel piano del 1965, di una città di 4 milioni di abitanti.
Rimandando la disamina su attori e responsabilità, politiche e culturali al sempre attuale Roma moderna di Italo Insolera4, occorre ora provare a mettere a fuoco, nel breve spazio di un articolo, considerazioni e proposte per rispondere alla cruciale esigenza di provare a governare quel che ci è sfuggito, la città.
In un contesto di ripresa dalla crisi economico-finanziaria ci troviamo di fronte alla riduzione del perimetro d’azione di due degli attori principali del processo di sviluppo urbano: le Amministrazioni pubbliche locali, che si trovano a far fronte a pesanti restrizioni di bilancio, e l’industria delle costruzioni, che deve far fronte al rallentamento del mercato immobiliare.
Allo stesso tempo, più in generale, assistiamo al maturare, nelle realtà più urbanizzate dell’Occidente e anche nella nostra città, di una coscienza critica urbana che si fa promotrice sempre più di processi d’innovazione bottom-up.

Crediamo, a questo punto, che, in un clima di ridefinizione dei modelli culturali di riferimento, che implica la ridiscussione della governance, dall’Europa allo Stato, alla città, il contributo di una generazione formatasi su modelli di sviluppo sostenibili, imperniati su sharing e green economy, non ideologica e globalizzatasi attraverso internet, possa aiutare oltre a dare una spinta innovativa, a costruire coesione sociale direttamente nei territori, laddove la ritirata dei partiti tradizionali ha lasciato un vuoto politico, nel senso di pòlis, di governo urbano.
Incentivare la collaborazione tra Amministrazione e cittadini, a cominciare dal coinvolgimento delle realtà già attive, seguendo il principio costituzionale della sussidiarietà5, aiuterebbe la gestione del territorio quando questo, ricordiamolo, nella Capitale ha dimensioni enormi, paragonabili alla somma delle maggiori nove città italiane6.
Nel forum organizzato il 4 e 5 maggio di quest’anno insieme all’Ordine degli Architetti P.P.C. di Roma e provincia, Legambiente, Fondazione MAXXI e Fondazione Gimema e patrocinato da UN-HABITAT, Regione Lazio e Roma Capitale, lo scopo principale è stato quello di invitare le Amministrazioni pubbliche a condividere, con tutti gli stakeholder territoriali e i cittadini, un percorso di definizione dell’Agenda Urbana, nell’ottica di un nuovo, possibile, patto per un futuro sostenibile della Capitale7.
Funzionale a questo, a nostro avviso, è la creazione di un soggetto che rompa i tradizionali schemi verticali che vedono il coinvolgimento degli stakeholder solo a posteriori delle scelte prese, in una città che paradossalmente è tra le più ricche in Europa di energie rigenerative.

Secondo la ricerca “Cultural and creative cities monitor”8 pubblicata a luglio 2017 e curata dall’Osservatorio della Cultura e della Creatività Urbana della Commissione Europea, Roma si colloca al 17° posto su 21 grandi città europee, per la sua capacità di legare la creatività e la cultura a un processo di rigenerazione e miglioramento della vita urbana.
Questo dato, preso nella sua asetticità, potrebbe restituirci una visione poco confortante, ma analizzando i dati disaggregati è evidente che Roma presenta un grande potenziale ancora inespresso collocandosi al pari di altre grandi città europee come Berlino, Amsterdam o Milano per la sua capacità di generare economia creativa e per il numero di lavoratori impegnati nel campo dell’arte, della creatività e della conoscenza.

Crediamo che per veder realizzarsi appieno le naturali ambizioni di Roma quale città competitiva in Europa e nel mondo, occorra prima di tutto liberare queste energie, stimolare l’immaginazione, ma soprattutto rendere accessibili quei processi che riguardano la trasformazione della nostra città. Roma ha bisogno di un luogo dove cittadini, istituzioni pubbliche, associazioni e rappresentanti del mondo economico e sociale possano incontrarsi e discutere le trasformazioni territoriali e urbane, così come avviene a Bologna, Torino e in tante altre città italiane e del mondo che hanno uno Urban Center.

C’è un’occasione da non perdere, la scadenza nel 2018 del protocollo d’intesa tra Roma Capitale e l’Ordine degli Architetti P.P.C. di Roma e provincia che ha sancito la nascita nel 2002 della Casa dell’Architettura nell’Ex Acquario Romano di Piazza Manfredi Fanti.

Questa istituzione che già svolge un importante ruolo culturale, favorendo il confronto e lo scambio tra la cultura architettonica e le altre forme e linguaggi del sapere, potrebbe ampliare la sua missione integrando le funzioni di uno Urban Center contemporaneo. Funzioni come quella di laboratorio permanente in cui elaborare e sperimentare le diverse forme di collaborazione tra gli attori della città, come fa l’Urban Center di Bologna con l’Ufficio per l’Immaginazione Civica il cui l’obiettivo è sperimentare e sostenere le pratiche partecipative e collaborative in stretta relazione con i quartieri della città, nonché la promozione, lo sviluppo e il confronto sui progetti di innovazione urbana.

In questo modo, all’interno dell’Urban Center potrebbe essere ricondotto il percorso di elaborazione di una forma regolativa sui Beni Comuni, strumento cruciale alla definizione delle modalità di co-partecipazione nella cura e nella rigenerazione della città9.

A Bologna, sotto la conduzione dell’Urban Center in due anni sono stati stipulati 245 Patti di Collaborazione tra cittadini e Amministrazione che hanno riguardato interventi di cura, rigenerazione e gestione condivisa di spazi ed edifici pubblici (parchi, giardini, piazze, scuole, edifici in stato d’abbandono), promozione dell’innovazione sociale e dei servizi collaborativi (nuove bike lane, abbattimento delle barriere architettoniche), promozione della creatività urbana (arte pubblica) e innovazione digitale (nuove piattaforme collaborative).

Quello che a Roma costituisce un grande patrimonio materiale e immateriale non utilizzato potrebbe emergere come infrastruttura di rigenerazione architettonica, sociale ed economica, con ricadute positive e in maniera diffusa sulla città, soprattutto nelle aree più depresse.

Gli Urban Center nascono negli anni ’60 negli Stati Uniti e si diffondono in Europa circa vent’anni più tardi. Il ruolo tradizionale è quello d’interfaccia tra Amministrazione e cittadini sui progetti di trasformazione urbana: il racconto attraverso esposizioni, incontri, visite guidate della città com’è e come sarà o potrebbe diventare.

L’Urban Center è utile, in questo senso, a prefigurare i cambiamenti indotti dalle trasformazioni e a discuterli pubblicamente, evidenziandone gli impatti, tutelando con un’indagine preliminare l’interesse pubblico. Ma con l’emergere di paradigmi sempre più complessi nelle metropoli contemporanee, l’Urban Center ha cominciato a occuparsi non solo di promozione ma anche di elaborazione e ricerca.

A Torino l’Urban Center Metropolitano, che nasce nel 2005 seguendo il Secondo Piano Strategico, svolge la sua principale missione nell’essere un luogo di confronto e informazione a disposizione di cittadini, pubblico esperto e operatori economici, ma si occupa anche di promuovere, con You can bet on Torino, le occasioni d’investimento immobiliare a operatori nazionali e internazionali, oppure di attrarre finanziamenti partecipando a progetti europei.

Tornando a Roma, auspicando che presto si creino le condizioni per una nuova stagione di concorsi pubblici e privati di architettura, l’UC potrebbe diventarne il soggetto promotore, e svolgere tutte le attività organizzative oltre che promozionali, diventando punto di riferimento per la progettualità della Capitale.

Una struttura che sa innovarsi e innovare, capace di dare un impulso in tal senso in ambito architettonico è il Pavillon de l’Arsenal di Parigi che, oltre a proporre in collaborazione con Google e JCDecaux un modello virtuale interattivo della città10, ha inaugurato al suo interno FAIRE, un Acceleratore per progetti architettonici innovativi: una piattaforma per la selezione, con call annuale, di progetti che verranno poi finanziati e seguiti da un team di esperti fino alla loro realizzazione come prototipi. Un ponte-trampolino sulla Senna, un padiglione gonfiabile dinamico e un edificio in terra cruda, solo alcuni tra i 25 progetti selezionati su 243 proposti nel 2017.

Uno Urban Center non è solo un museo sulla città del futuro, né un acceleratore di progetti, o un laboratorio educativo sull’architettura. Non è esclusivamente il luogo centrale dei processi partecipativi e nemmeno solo un centro promotore di concorsi e di progetti europei.

Uno Urban Center può esser tutto questo allo stesso tempo, se Ordine degli Architetti e Roma Capitale decideranno di aggiornare la Casa dell’Architettura immaginandola come il punto di partenza per una rilettura dei processi urbani che metta a sistema tutti gli attori istituzionali come la Casa della città e la Fondazione MAXXI, culturali come l’INARCH Lazio, Campo, l’Accademia di San Luca e di ricerca come le Università e gli Istituti di design.

E su questo vorrei aggiungere che, se Roma ha bisogno di immaginarsi nel futuro, così come fanno le più importanti città europee11, allora la sua prima ambizione deve essere quella di ritornare a vivere il presente, puntando a superare la diffidenza dei suoi cittadini frutto, come si diceva prima, di una recente tradizione di sfruttamento e disinteresse verso il bene pubblico.

Con Open House Roma12, quest’esigenza ha trovato espressione con una risposta dei cittadini così importante da dimostrare la correttezza della direzione. L’architettura e l’urbanistica, il progetto del paesaggio e delle infrastrutture, il recupero e il restauro degli edifici della nostra storia hanno bisogno di una nuova leggerezza che ne richiami il potenziale di utilità e bellezza insite nella natura del progetto.

La città, e qui intendiamo le istituzioni pubbliche e tutti i soggetti privati che ne hanno a cuore il futuro, deve tornare a usare l’architettura quale dirimente strumento per la coesione sociale e questo lo può fare solo recuperando, attraverso una presenza leggera, quel suo antico ruolo di fronte ai suoi destinatari, i suoi abitanti. L’architettura leggera, ovvero il progetto di piccola scala che recupera luoghi pubblici, spazi di socialità, che migliora tangibilmente la vita quotidiana nei quartieri; l’architettura leggera, perché non autoreferenziale, che non ambisce a cambiare il mondo, ma a restituire dignità e a dare un servizio immediato: come l’architettura di una piazza in un’area degradata o di una ciclovia che libera un quartiere da auto e smog.

Di questo ha bisogno la metropoli contemporanea per riannettere i quartieri alla città, per ricreare pòlis: di uno sguardo lungo, un’Agenda Urbana che ponga, servendosi del progetto, obiettivi qualitativi e quantitativi a 10-20-50 anni, e di un ascolto di prossimità, che miri a recuperare giorno dopo giorno il terreno perduto attraverso un’opera di tessitura capillare che solo il progetto può fare.In questo senso la Casa dell’Architettura, come Urban Center, aiuterebbe la città ad affrontare questa sfida, la cruciale sfida della rigenerazione e della costruzione di futuro, portando mezzi culturali, economici e organizzativi. Prima di concludere, mi permetto un’ultima riflessione anche sul modello di governance che l’Urban Center dovrebbe avere. Roma è una città al bivio. Urbanisticamente si muove al rallentatore; non riesce a programmare né a proporre una visione strategica che esca fuori dalla gestione dell’ordinario.

Appelli alla coesione vengono fatti tutti i giorni da tutti gli operatori economici e sociali. Per uscire da questa impasse c’è bisogno di un grande sforzo comune e contemporaneo su tanti fronti. Citando Walter Tocci, occorre però provare a ribaltare il tavolo, abbracciando una visione costruttiva e propositiva.
In questo quadro, crediamo che l’Urban Center possa contribuire ad aprire un percorso condiviso tra le istituzioni della città e i suoi maggiori operatori economici e sociali in funzione di uno sviluppo urbano sostenibile, e lo sarebbe ancor più se sostenuto da un comitato allargato ai più importanti stakeholder della città.
A Bologna, i membri del comitato oltre al Comune sono, ad esempio, l’Università, la Fondazione Cassa di Risparmio, Bologna Fiere, l’azienda di trasporti pubblici, l’azienda dell’energia e del ciclo rifiuti, la società Aeroporto, l’Ordine degli Ingegneri, l’Azienda per l’edilizia residenziale pubblica e il Centro agroalimentare.
Se il timore comprensibile, e da noi condiviso, è quello di lasciare spazio a interessi distorti e non allineati con quelli dei cittadini, va detto che questi per loro natura si sviluppano maggiormente in assenza di un progetto accessibile e condiviso. L’Urban Center, al contrario, è il luogo deputato all’incontro e al dialogo e dovrebbe essere aperto a chi interessato a partecipare, che siano soggetti pubblici o privati, a un progetto di città votato all’interesse comune.

1- «Ogni grande città è un mondo e persino una ricapitolazione, un riassunto del mondo con la sua diversità etnica, culturale, religiosa, sociale ed
economica. […] Una grande metropoli oggi raccoglie e racchiude tutte le diversità e le diseguaglianze del mondo» cit. M. Augé, L’immaginario della città.
Dalla storia alla globalizzazione, Paginette del Festival della Filosofia di Modena-Sassuolo-Carpi, Notizie Editrice, Modena, 2009
2- «C’è un’Anticittà ben più potente e diffusa che ogni giorno plasma gli spazi della nostra vita. Che sta sgretolando la nostra società. In Italia, in Europa,in molte parti del pianeta», cit. S. Boeri, Anticittà, Laterza, Bari, 2011.
3- Cit. M.Cacciari nel testo Nomadi in prigione all’interno di La città infinita, a cura di Aldo Bonomi e Alberto Abbruzzese, La Triennale di Milano Paravia Bruno Mondadori Editore, 2004
4- I. Insolera, Roma moderna. Un secolo di storia urbanistica. 1870-1970, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1993
5- L’Art. 118 della Costituzione, ultimo comma, recita: “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà.”
6- A livello europeo, Roma è la quarta città più popolosa dopo Londra, Berlino e Madrid. Anche a livello di superficie territoriale, con i suoi 1.285 km²,il Comune di Roma è il più grande d’Italia e la sua estensione è maggiore della somma delle superfici di nove tra le più importanti città italiane:  Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Napoli, Bari, Palermo, Cagliari. In particolare Roma è estesa sette volte Milano e circa 11 volte Napoli.
Fonte: www.comune.roma.it

7- Il report di Urbanitas è disponibile sul portale di World Urban Campaign alla pagina:http://www.worldurbancampaign.org/utc-report-urbanitas-time-spring.
8- La ricerca è consultabile su: https://composite-indicators.jrc.ec.europa.eu/cultural-creative-cities-monitor/
9- C’è un dibattito molto ampio a livello nazionale e un intenso lavoro che ha portato a diverse forme di regolamentazione sui Beni Comuni. In particolare siveda oltre al caso di Bologna, il lavoro della giunta De Magistris a Napoli e dell’Università Luiss Guido Carli di Roma con il LabGov.
10- Il modello è intitolato “Paris, Metropolis 2020”; Fonte: www.pavillon-arsenal.com.

11- Interessante lo studio comparativo condotto dal CRESME e presentato anche in occasione del forum Urbanitas. Si ricordano qui i casi di Parigi conLe Grand(e) Paris, di Stoccolma con il piano “Strong and better” al 2030 e quello di Londra con “Big and better” al 2050. Si cita Lorenzo Bellicini,direttore del CRESME: «In questo contesto [un contesto di grandi cambiamenti e nuovi modelli] per le principali città del mondo diventa più importante di prima “disegnare il proprio futuro”, pianificare lo sviluppo, avviare politiche di investimento e trasformazione, potremmo dire “progettare la rivoluzione”. […] Potremmo dire che tutte le città che contano hanno sviluppato negli ultimi anni, e stanno continuando a sviluppare, piani strategicidi “adattamento al futuro”»
12- Open House Roma è l’evento annuale che apre le porte di circa 200 rilevanti edifici, pubblici e privati, gratuitamente e con lo scopo di far avvicinarei cittadini all’architettura. Open House Roma è parte del progetto Open House World Wide che promuove Open House in 35 città del mondo;

Fonte: www.openhouseroma.org.