di Riccardo d’Aquino
Architetto e professore a contratto presso la Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio. Docente di Design Architecture e Architecture of the City presso la University of Arkansas Rome Center

«Mi viene in mente che forse non posso essere un architetto moderno perché sono un architetto mediterraneo.
La “modernità” non è stata forse inventata dai popoli del Nord? Dove fa freddo, dove piove molto e la frutta non si riempie mai abbastanza di zucchero?»
(Ettore Sottsass, Foto dal Finestrino, Adelphi, 2009)

Nel 2001, ho avuta l’opportunità di sviluppare assieme al prof. arch. Luigi Franciosini il progetto per la borgata di Settecamini sulla via Tiburtina nella periferia di Roma e, nel 2003, abbiamo redatto il progetto per la Collina della Pace nella borgata Finocchio lungo la via Casilina, sempre nella periferia di Roma. Entrambi i progetti hanno avuto, secondo me, il privilegio di essere partecipati con gli abitanti delle borgate e la fortuna di essere realizzati (nel 2005 e nel 2007). Nel 2014, con diverse Associazioni di cittadini del quartiere Flaminio (e non solo), ho potuto osservare il processo pianificatorio che ha portato alla redazione del cosiddetto Quartiere della Città della Scienza, promosso dal Comune di Roma e da Cassa Depositi e Prestiti Investimenti sgr, in un itinerario di partecipazione del tutto diverso dai primi due, poiché nelle vesti di cittadino e non di progettista.

Cercherò qui di illustrare questi tre casi. Devo dire che la proposta di AR di intervenire nel (nuovo?) dibattito circa i processi di recupero delle periferie e, specificamente, del ruolo del progettista nelle relazioni con i cittadini mi ha colto piacevolmente di sorpresa. Il piacere è pensare che questo numero di AR sia l’innesco di un rinnovato interesse (degli architetti e soprattutto della Pubblica Amministrazione) per le periferie. La sorpresa consiste nel fatto che io non sono un urbanista. Per cui, sentendomi come sempre un poco “fuori ruolo” (i miei amici del campo del Restauro sanno di cosa sto parlando), ho pensato di dare ordine ai miei pensieri tentando di scrivere una prima parte (teorica) relativa alle relazioni tra urbanistica e partecipazione e una seconda parte descrittiva della mia (relativa) esperienza in merito.

Urbanistica e partecipazione
Lo strumento della partecipazione non è nuovo nei processi progettuali o di pianificazione che cercano un legame tra imprenditori pubblici o privati, tecnici e cittadini: in Italia, uno per tutti, ricordiamo il progetto di Giancarlo De Carlo per il Villaggio Matteotti a Terni quale grande esempio di progettazione partecipata, a partire dalle schede d’indagine redatte per ogni singola conversazione con ogni futuro abitante, e di realizzazione di una buona architettura con tratti innovativi nell’edilizia residenziale degli anni ’70.

Purtroppo la partecipazione è stata utilizzata «da amministrazioni, autorità locali ma anche grosse imprese di progettazione per mediare il rapporto tra progetto ed utenti» (La Cecla, Contro l’urbanistica, Einaudi, 2014); si è spesso cercato, dunque, di facilitare l’ottenimento del consenso tra le - a volte - apatiche ed esigue richieste della popolazione e le decisioni tecniche dei pianificatori o progettisti. Così anche il processo di partecipazione - potenzialmente “spontaneo” e non organizzato, «considerando la non-organizzazione come un principio vitale grazie al quale ogni organizzazione si lascia attraversare da lampi di vita» (Gilles Clement, Manifesto del Terzo Paesaggio, Quodlibet, 2005) - diventa parte dei sistemi burocratici istituzionali in cui nascono figure professionali che favoriscono l’organizzazione del processo attuativo. Il rischio è che quello che dovrebbe essere uno strumento di conoscenza, di sensibilizzazione e di analisi sociale si riduca a una semplice «funzione comunicativa e spesso puramente pubblicitaria, soprattutto se (i partecipatori) vengono pagati da imprese pubbliche o private» (La Cecla, ibidem, Einaudi, 2014).

D’altra parte, un aspetto dell’urbanistica sempre più evidente è il suo progressivo trasformarsi in burocrazia, in norme e regole, statistiche e mappe e, soprattutto, in «linguaggio per soli addetti» (Ivan Illich, Esperti di troppo, Erickson, 2008). Si allarga, così, la frattura tra chi redige la norma, chi deve interpretarla nel progetto e chi - gli abitanti -subisce regole di cui non comprende la ragione.

A questo si aggiunge il problema dell’immagine globalizzata delle città che si sovrappone - o più spesso si sostituisce -
a quella originaria di un luogo: la città, per effetto di decisioni quasi esclusivamente economiche calate dall’alto e dall’esterno - la globalizzazione, appunto - si trasforma in una schizofrenica immagine di un “altrove”.

È di questi mesi la notizia dei diversi cartelli apparsi nei luoghi pubblici più famosi di Barcellona con su scritto “I hate tourists”. Questo è il prodotto del cambiamento della città conviviale e accogliente in un brand turistico/giovanile che grava su una popolazione di circa 1.800.000 abitanti con un flusso di 32 milioni (!) di visitatori l’anno.

Così i problemi di un’urbanistica iper-specializzata e tutt’oggi ancorata a una zonizzazione legata a statistiche e considerazioni economiche e di una (scarsa) richiesta di (vera) partecipazione escludono dai processi di pianificazione e di progettazione un genius loci fatto di osservazione e di ascolto, di interpretazione dei modi di vivere e delle richieste dei cittadini: cosa viene prima in una scala di priorità, la memoria di un luogo da trasformare o l’economia di una completa sostituzione? Il recupero delle zone interstiziali o il geometrico disegno di una nuova centralità? Il valore etimologico dell’abitare la città o quello finanziario dell’implementazione edilizia continua?

Qui si innesta la mia personale esperienza nei processi partecipativi che hanno costruito Settecamini e Collina della Pace e aperto un dibattito sulla trasformazione dell’area di via Guido Reni e del Quartiere della Città della Scienza.


Parco Guido Rossa - Borgata Settecamini
Collina della Pace - Borgata Finocchio

Dei primi due progetti e realizzazioni è facile parlare: la partecipazione voluta dal Comune di Roma (dall’allora assessore alle periferie Luigi Nieri, dall’arch. Mirella Di Giovine - dirigente - e dall’arch. Maurizio Clarotti, entrambi del dipartimento XIX) si è risolta in una serie di incontri di “ascolto” delle richieste e delle proposte dei cittadini. A queste sono seguite altre riunioni in cui abbiamo (noi e la Pubblica Amministrazione) sottoposto delle idee e le abbiamo discusse con la cittadinanza fino alla redazione di un progetto preliminare che è stato presentato pubblicamente e accettato in assemblea di quartiere dalla comunità residente. Per rendere la cittadinanza ancora più partecipe siamo anche andati a presentare i progetti nelle scuole delle due borgate.

I due interventi riguardano due aree “marginali” di altrettante importanti borgate romane. Il progetto del Parco Guido Rossa a Settecamini ha permesso di saldare una strada di crinale (via di Casal Bianco) con il fondovalle, costituendo un sistema di percorsi e di piazze costruiti con i due materiali principali della campagna romana: il tufo per la pavimentazione e le alberature (cipressi e olivi) che ne sottolineano le direzioni. Un terzo elemento, anche questo tipicamente romano, compare nella piazza conclusiva: uno specchio d’acqua borda un lato della piazza, risolvendo un salto di quota.

Il progetto dell’area della Collina della Pace ha visto un intervento di recupero di spazio urbano e del paesaggio: tutto comincia con la demolizione di un edificio abusivo (uno scheletro di cemento armato restato in situ per 25 anni) che aveva intaccato l’originaria collina digradante verso la via Casilina. L’idea è stata quella di ricostruire il sistema collinare attraverso un percorso che sale dalla strada consolare alla sommità del rilievo: anche qui il progetto passa attraverso l’idea di ricostruire un “luogo” in cui camminare o sostare, fatto di un unico materiale “locale” (in questo caso le lastre di peperino), connotato da una forte presenza del verde e seguito, passo passo, da un “fosso” che parte dal fontanile in sommità e che, con una serie di stramazzi, conduce l’acqua a una vasca che conclude in basso il percorso, parallelamente alla via Casilina. Le immagini, qui pubblicate, dei due progetti riguardano la fase preliminare ed alcune foto delle realizzazioni.

Tutto questo anticipando la delibera di Consiglio Comunale 57/2006 (Regolamento per l’attivazione del processo di partecipazione dei cittadini alle scelte di trasformazione urbana) che fissa normativamente il diritto alla partecipazione. Il principio generale è che il Comune di Roma «[...] riconosce nella partecipazione popolare un metodo fondamentale per la formazione delle decisioni in materia di trasformazioni urbane [...] e che questa [...] ha carattere di continuità, strutturazione e di non occasionalità».


Città della Scienza - Via Guido Reni

Per l’area dell’ex Stabilimento Militare Materiali Elettrici di Precisione (SMMEP) di via Guido Reni è stata richiesta dal Comune di Roma la partecipazione delle Associazioni del territorio a un tavolo per la definizione delle linee guida del masterplan relativo al progetto di recupero dell’area, i cui lavori si sono svolti da febbraio a luglio 2014.

L’area, occorre ricordare, era stata acquisita da Cassa Depositi e Prestiti sgr nel dicembre 2013. Successivamente era stata concordata con il Comune di Roma una zonizzazione che prevedeva una serie di quantità edilizie e un mix di funzioni (commerciale, residenziale, turistico-ricettiva e housing).

Il 28 gennaio 2014 un incontro pubblico segnava l’avvio del processo di partecipazione delle Associazioni, che sarebbe servito a definire un documento-guida da porre a base del successivo concorso internazionale. Le Associazioni firmatarie del documento conclusivo, ricco di approfondite argomentazioni, motivazioni tecniche e normative e puntuali richieste, sono: Amate l’Architettura, Amici dell’Auditorium, Amuse, Associazione Cittadini Flaminio, Cittadinanza attiva Flaminio, Cromas Flaminio, Italia Nostra Roma, Movimento Cittadino Flaminio Parioli Villaggio Olimpico, Progetto Roma Insieme - Seniores Italia, Villaggio dei Bambini, Villaggio Olimpico 1960; altre 3 Associazioni (Gropius, Flamini Bene Comune e ACU - Onlus Ass.ne Consumatori Utenti di Roma), che pure avevano partecipato a tutti gli incontri, nella stessa data hanno protocollato un documento di dissenso dal processo che si era sviluppato.

Il Comune, d’ufficio e d’accordo con le Associazioni, ha redatto in seguito una sintesi del documento, che avrebbe dovuto rappresentare la sintesi del processo partecipativo e al tempo stesso la guida su cui impostare i progetti di concorso.

Tra i punti - a mio parere fondamentali - inseriti nel documento, troviamo indicazioni sulla tipologia del tessuto urbano (con il suggerimento di privilegiare un impianto in stretta relazione con il verde pubblico), sull’integrazione tra nuove strutture e preesistenze, sul dimensionamento degli esercizi commerciali; altri passaggi del documento si concentrano sulla conservazione della porzione ancora esistente del fabbricato originale e del prospetto su via Guido Reni, oltre che sul recupero dei due viali alberati esistenti.

Nel successivo bando di Concorso, così come nel Protocollo di Intesa siglato tra Comune di Roma e CDP Investimenti sgr, non si trova però traccia né del documento, così come denunciato dalle Associazioni del tavolo partecipato in una lettera pubblicata sulle pagine del sito di Carte in Regola: «[…] il Documento Preliminare per la Progettazione […] verrà consegnato ai sei concorrenti selezionati all’inizio della seconda fase (punto 2 del bando di gara). Con quale criterio saranno selezionati i sei, questo non è dato sapere visto che il bando non accenna […] a criterio alcuno e nella seconda si riportano alcuni criteri di selezione senza […] attribuire a questi punteggio di merito. Ciò appare come […] libero arbitrio del giurato […] ed elimina quel controllo/tutela dei pubblici interessi che l’Amministrazione è tenuta, per Legge e per mandato, ad esercitare esprimendo formalmente gli indirizzi urbani prescrittivi dell’area. Come è tutelato, nel rispetto della proprietà privata e del diritto di CDP Investimenti sgr ad ottenere un giusto profitto, il pubblico interesse da parte della pubblica amministrazione?»

Contemporaneamente, in un altro documento l’Associazione Amate l’Architettura denunciava come il Concorso fosse stato indetto prima che il Documento di Progettazione Partecipata fosse reso pubblico: «[…] è stata messa in atto una procedura concorsuale - palese e non anonima - nella quale i termini di valutazione non sono definiti. […] Il Documento di Progettazione Partecipata, che dovrebbe essere alla base del Concorso non è ancora pubblico ma intanto questo è stato indetto. […] L’Ordine […] ha immediatamente scritto a Cassa Depositi e Prestiti Investimenti sgr […] invitandola ad “attivare una procedura ad evidenza pubblica secondo quanto stabilito dall’attuale normativa”. […] CDPI sgr, il 28 gennaio 2015, rispondeva che la sua natura giuridica è privatistica “non rientrando, sotto alcun profilo, nella nozione di “amministrazione aggiudicatrice”. […] Perciò l’Ordine, il 6 febbraio 2015, preso atto della volontà di CDPI sgr di procedere ad “un concorso internazionale di progettazione”, chiede che questo venga organizzato come previsto dalla legge».

È evidente, a mio parere, che il conflitto irrisolto - e che ha relegato a margine tutto il lungo e difficile processo partecipativo - è l’accordo programmatico fatto tra CDPI e pubblica amministrazione: è mancato, a mio avviso, un controllo “tecnico-giuridico” sull’uso della partecipazione e sulla possibile estensione di norme pubbliche anche per un soggetto privato (che, giustamente, si comporta da investitore e quindi vuole riprendere il capitale impegnato) vista la rilevanza pubblica del progetto di via Guido Reni.

Una breve nota a conclusione di questo scritto: sarebbe, a mio avviso, doverosa la richiesta di partecipazione dei cittadini alla ricostruzione post terremoto. Non solo in termini di bisogni (quantità) ma anche in funzione delle loro memorie e delle loro idee (qualità) nel processo ricostruttivo. Non solo dati (sociali, economici, urbanistici, antisismici). Piuttosto una via per replicare quello che un tempo - senza troppa burocrazia e istituzione - sarebbe “naturalmente” avvenuto: un aiuto reciproco per ricostruire il pubblico - la cattedrale di Norcia, per esempio - e il privato. Non solo un abitato, ma “un luogo”.