AR 119 / Tematica

Ritorniamo a dove eravamo rimasti. Dopo decenni di sostanziale stasi e di intoppi burocratici per il recupero delle aree periferiche, in AR 111 veniva descritto l’intervento del Dipartimento Politiche delle Periferie, Sviluppo Locale, Formazione e Lavoro con un barlume di speranza per la riqualificazione periurbana attraverso la riformulazione e lo studio degli aspetti tecnico-economici dei vari piani di intervento (avviati già nel 1993 con i PRU). Tuttavia, la recente soppressione del Dipartimento e redistribuzione delle sue funzioni tra il Dipartimento di Urbanistica e il Dipartimento Turismo, Formazione e Lavoro, operata lo scorso ottobre dalla Giunta, si è rivelata a tratti discutibile: se a livello politico può aver avuto una sua ragion d’esistere (condivisibile o meno), a livello di pianificazione urbanistica ha lasciato più di un dubbio sul reale beneficio di questa operazione, aprendo un dibattito sull’effettivo disinteresse verso le zone più disagiate e sul rischio di protrarre ulteriormente una stagione di immobilismo in cui, come spesso accade, le principali “vittime” sono i cittadini.

di Davide Paterna
Direttore di Open House Roma

In gergo urbanistico, si chiamavano zone di espansione, oggi si chiamano periferie.

Forse non è nemmeno più corretto chiamarle tali, perché il termine periferia non funziona più. Troppo semplicistico per descrivere fenomeni urbani che non hanno più solo un rilievo urbanistico e men che meno geografico.  La periferia, la cui accezione oggi resta nella metà campo del negativo, non svolge il ruolo da alter ego del centro, in una città che ci sta sfuggendo di mano e che non sappiamo più interpretare tanto è cresciuta la sua complessità: “Città-mondo” direbbe Marc Augè1.

Periferia e centro, sinonimi di anti-città2 e pro-città, nelle metropoli del XXI secolo si liberano anche della loro originaria consistenza politica, dove la periferia (dal greco periphérein=portare intorno, perimetrare) indicava il confine che separava la pòlis, la città politica, dal territorio esterno.
Oggi troviamo zone di periferia in pieno centro, laddove fenomeni di gentrificazione o di specializzazione turistica hanno depauperato il tessuto urbano e sociale.
Laddove invece attente politiche creano le condizioni per lo sviluppo di un tessuto economico vitale, con la presenza di servizi sociali e di spazi pubblici di qualità, dove si promuovono la ricchezza e la varietà del tessuto edilizio e dove infrastrutture e nodi

L’attuale definizione di periferia impone una riflessione ad ampio respiro su come confrontarsi con situazioni di marginalità e di declino tanto in aree distanti dal centro storico, interessate dallo sviluppo di un’era industriale oggi tramontata, quanto in zone nevralgiche della città, che siano al fianco del tracciato ferroviario o all’interno del cuore urbano, ma che nel tempo hanno diminuito i propri standard di qualità fino a diventare, in alcuni casi, inutilizzate. Da ciò scaturisce la volontà di offrire alcuni esempi europei di realtà periferiche al centro di un’operazione di riqualificazione non solo architettonica, ma anche urbanistica. Il progetto di Copenhagen firmato da BIG abbina il lancio di un prototipo galleggiante per residenze a basso costo alla volontà di riqualificare le aree portuali inutilizzate.

di Franco Ferrarotti
Sociologo

Nel corso degli ultimi settant’anni ho avuto la fortuna, e goduto dell’immeritato privilegio, di visitare e soggiornare, non da turista ma da semplice convivente, tra regioni e popoli del pianeta, tuttora in maggioranza e pur tuttavia considerati “extra-comunitari”, indigeni, primitivi, combustibile passivo a tal punto che solo da una fiammata esterna, forse l’opera di missionari o di sanguinari conquistadores, potevamo attenderci l’uscita da un’inerzia millenaria.Se mi do un’occhiata alle spalle, mi rendo conto che, più per curiosità che per un deliberato progetto “scientifico”, nel corso di alcuni decenni ho visitato di persona e ho studiato, con risultati talvolta positivi, il mondo periferico: le borgate, i borghetti e le baracche di Roma, la “corea” di Milano e la “falchera” di Torino, le favela di Rio, le poblacione del Cile, le barriada del Venezuela e del Perù, le villamiseria argentine, gli slum e le blighted area di Los Angeles, New York, Detroit e Chicago, non dimenticando la miseria nei paesi del “socialismo reale”, dalla Romania alla Polonia e all’Ungheria. Oggi, alcune intuizioni circa la funzionalità dell’emarginazione povera rispetto ai quartieri ricchi, per non parlare dei “magnaccia” della miseria (i poverty pimp) risultano ampiamente confermate. La periferia non è più periferica. Ma la nuova realtà post-urbana stenta a emergere. Quando anche la progettazione e il “rimodellamento” degli aggregati periferici privi, come recita il linguaggio burocratico, “di funzioni sociali pregiate”, abbiano trovato la soluzione migliore, resta in piedi il problema dell’esclusione sociale. Temo che la generosa proposta di un “rammendamento” di Renzo Piano non sia sufficiente.

di Daniela Fondi
Ricercatore Docente di alta qualificazione Sapienza Università di Roma
*Call Tematica

Lo studio del degrado fisico dei luoghi del V Municipio, delle conseguenti criticità sociali e la constatazione delle opportunità trascurate e delle aspirazioni negate emerse dai colloqui con i residenti e fruitori hanno suggerito di intraprendere iniziative capaci di promuovere un approccio innovativo di “rigenerazione urbana sostenibile” nel settore a est della Capitale. Il team - formato da studiosi dell’Università Sapienza, liberi professionisti e amministratori locali - ha sviluppato l’intervento applicando una strategia open-source. Il “Progetto Direttore” che è stato redatto ha tutte le potenzialità di una smart city, così come definita nel Programma Europeo H2020 e scommettendo sulla potenza della cultura come mezzo capace di abbattere le barriere del degrado, si propone come esempio innovativo per una migliore mobilità e qualità degli spazi aperti, attraverso la valorizzazione di una infrastruttura costruita a suo tempo come “tombatura” delle reti ferroviarie. Il V Municipio ha già manifestato con la Delibera di Giunta n°32 dell’ottobre 2015 “interesse alla promozione della progettazione della smart line”. Il programma funzionale, finalizzato alla formazione di nuove centralità integrate con l’edilizia pertinenziale, è articolato in macro-temi e punteggiato con interventi “brillanti”. Un esempio di rivitalizzazione di periferia urbana in cui è possibile rispettare le prescrizioni e gli obiettivi che la legge/normativa sulla “rigenerazione urbana” intende raggiungere, vale a dire: zero consumo di nuovo suolo, zero emissioni di gas inquinanti a supporto degli spostamenti giornalieri (pendolari, studenti etc.), valorizzazione della mobilità pubblica, riutilizzo degli spazi in chiave progettuale con mix funzionale,

Urban Rigger, 2014, Copenhagen
BIG Architects

L’immagine attuale di Copenhagen è quella di una città sostenibile, dall’elevato tenore di vita e che incentiva la mobilità dolce. Questa rappresentazione riflette una serie di politiche mirate (su tutte il famoso piano urbanistico Finger Plan) avviate a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, che le hanno permesso di dare inizio a un processo di graduale e significativo miglioramento e di distanziarsi definitivamente dal profilo di centro urbano avvolto da un alone di smog e “intasato” di autovetture. La città, divenuta nel tempo anche un simbolo di democrazia e inclusione (uno dei tanti esempi è il masterplan SUK - Superkilen per il quartiere di Nørrebro, pubblicato nel numero 118 di AR, volto all’integrazione delle diverse componenti etniche dell’area), si è data come nuovo, ambizioso obiettivo quello di essere, entro il 2025, la prima capitale europea carbon neutral. In quest’ottica sta elaborando i suoi piani urbani e incentivando ulteriormente l’utilizzo e la gestione ottimizzata dello spazio. Il prototipo di studentato Urban Rigger, concepito nel 2013 e realizzato nel 2015 dall’omonima start up con la collaborazione di varie eccellenze tra cui lo studio BIG per la progettazione architettonica, è un nuovo modello

di Daniel Modigliani
Architetto e Urbanista, Commissario Straordinario Ater

Il termine “periferia” è talmente generico che mantiene ormai solo il senso originario di luogo “emarginato”. Fuori dal centro, al di là del margine. Ma l’emarginazione, che connota le periferie, non ha più un diretto riferimento alla condizione fisica di essere al di là del margine (della città), ma ha un’origine complessa nella quale gli aspetti economici, sociali e ambientali sono prevalenti. I confini delle periferie corrono nel corpo delle città. Non solo ai suoi margini, ma anche nei tessuti più recenti, ancora non integrati nel corpo urbano. Le “periferie” urbane e le sacche degradate dei centri storici sono i luoghi in cui la crisi sociale si salda con la crisi ambientale. La città assimila le parti nuove con tempi che si misurano in generazioni. Il riscatto delle periferie è un fenomeno continuamente in atto. Basta solo una buona politica per accelerare positivi processi di recupero.

Non più solo La grande bellezza, c’è un cinema italiano che è tornato a raccontare le periferie romane, le borgate di Pasolini che oggi non esistono più, ma che ancora sono capaci di restituirci vicende e fatti spesso crudi, magari dolorosi, eppure emozionanti. Storie che hanno come sfondo palazzi di cemento, talvolta fatiscenti, frutto di un’edilizia popolare sciatta e di un’incuria generalizzata che diventano punto di vista privilegiato per nuove narrazioni cinematografiche. Trame in cui spesso a dirci che siamo nella Capitale è, più che altro, la parlata o qualche edificio noto solitamente perché emblema della decadenza delle borgate.
Ad aprire la strada è stata la scuola dei documentaristi con Sacro GRA di Gianfranco Rosi, vincitore del Leone d’oro alla Mostra del cinema di Venezia nell’ormai lontano 2013, ma pure Ascanio Celestini che nel suo quartiere alle porte della capitale, al Quadraro, ha girato nel 2014 con la collaborazione dei fratelli Dardenne, Viva la sposa a metà strada tra doc e finzione.

Per secoli città e campagna sono state realtà fortemente distinguibili da un punto di vista spaziale e funzionale, ma legate da un diretto e continuo rapporto tra produzione e consumo dei prodotti dell’attività agricola. Il processo di globalizzazione degli ultimi cinquant’anni ha rafforzato il ruolo delle città, con una conseguente crescita demografica e spaziale che ha interessato il territorio circostante. All’inizio del XXI secolo il 50% della popolazione mondiale vive in insediamenti urbani con previsioni di crescita costante e con uno sviluppo concentrato prevalentemente nelle fasce periurbane. Se un tempo il contado esaltava la differenza tra urbano e rurale, oggi lo sprawl e le parti di città diffusa hanno preso il posto della fascia agricola segnando un profondo cambiamento del rapporto città-campagna, tra spazio aperto e spazio costruito, in termini spaziali, funzionali e sociali. L’espansione urbana ha preso talvolta le forme di una città continua senza soluzione di continuità tra un centro e l’altro, talvolta ha inglobato campi agricoli, borghi rurali, aree industriali, centri commerciali. Questa commistione si riflette nei termini utilizzati per descriverla (periurbano, conurbazione, sprawl, exurbia), sottolineando una difficoltà di definire la differenza tra rurale e urbano come società, così come i nuovi rapporti che trovano spazio nei nuovi luoghi di margine. Tale trasformazione ha problematizzato

di Riccardo d’Aquino
Architetto e professore a contratto presso la Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio. Docente di Design Architecture e Architecture of the City presso la University of Arkansas Rome Center

«Mi viene in mente che forse non posso essere un architetto moderno perché sono un architetto mediterraneo.
La “modernità” non è stata forse inventata dai popoli del Nord? Dove fa freddo, dove piove molto e la frutta non si riempie mai abbastanza di zucchero?»
(Ettore Sottsass, Foto dal Finestrino, Adelphi, 2009)

Nel 2001, ho avuta l’opportunità di sviluppare assieme al prof. arch. Luigi Franciosini il progetto per la borgata di Settecamini sulla via Tiburtina nella periferia di Roma e, nel 2003, abbiamo redatto il progetto per la Collina della Pace nella borgata Finocchio lungo la via Casilina, sempre nella periferia di Roma. Entrambi i progetti hanno avuto, secondo me, il privilegio di essere partecipati con gli abitanti delle borgate e la fortuna di essere realizzati (nel 2005 e nel 2007). Nel 2014, con diverse Associazioni di cittadini del quartiere Flaminio (e non solo), ho potuto osservare il processo pianificatorio che ha portato alla redazione del cosiddetto Quartiere della Città della Scienza, promosso dal Comune di Roma e da Cassa Depositi e Prestiti Investimenti sgr, in un itinerario di partecipazione del tutto diverso dai primi due, poiché nelle vesti di cittadino e non di progettista.

Evoluzione, dissoluzione e rinascitadello spazio pubblico
Componente essenziale della città, lo spazio pubblico è insieme spazio di rappresentazione, spazio di espressione ed elemento funzionale della struttura urbana. L’evoluzione della nostra società lo ha reso spazio di confronto tra pubblico e privato, traffico veicolare e pedonale, luogo di concentrazione dei nuovi poteri mediatici e di buona parte delle preoccupazioni di quanti non lo considerano altro che lo spazio nel quale si esprimono inciviltà e violenza.
L’organizzazione dello spazio pubblico, il suo ruolo e i suoi tracciati costituiscono un’eredità della storia, spesso legata al passato preindustriale delle nostre città.

L’interdipendenza della struttura fondiaria medievale, alla cui perfetta gerarchia corrispondeva l’organizzazione degli spazi pubblici connessi ai luoghi del potere civile e religioso ove si svolgeva la vita collettiva, è venuta meno con la perdita, fagocitata dai processi di “residentialisation” o dall’uso delle automobili, di quegli elementi di mediazione e respiro costituiti da piccoli luoghi semipubblici e semiprivati di cui era dotato lo spazio collettivo.
Il carattere stratificato dello spazio pubblico storico perde i suoi connotati di complessità con l’avvento delle teorie legate alla “città funzionale” costruita secondo i dettami della Carta di Atene.
In tal senso un ruolo di grande rilevanza nella costruzione della città europea nella seconda metà del secolo XX è stato svolto dalla costruzione dei grandi quartieri del Movimento Moderno. Questi complessi progettati unitariamente secondo i criteri della Carta di Atene hanno prodotto una periferia caratterizzata da separazione rigida delle funzioni, uniformità delle strutture insediative, rigidità compositiva, dissoluzione dello spazio collettivo in favore di un generico spazio “aperto” nel quale si perde “la complessità strutturale formale e insieme sociale dello spazio urbano”. (Belfiore 2001).

di Paolo Miotto
Archpiùdue Paolo Miotto Mauro Sarti architetti associati

Nei primi mesi del 2014 si è completato un intervento di rigenerazione urbana in una zona periferica attigua al centro cittadino di Mestre, altrimenti nota come Macallé, caratterizzata dalla rilevante presenza di alloggi di edilizia residenziale pubblica (oltre 400) realizzati in più riprese tra gli anni Trenta e Novanta del secolo scorso, la metà dei quali risultava vuota od occupata senza titolo, in rilevante stato di degrado fisico da cui derivava un conseguente disagio sociale, tale da rendere il quartiere malfamato in tutta la città. Un pezzo di città caratterizzato dalla vicinanza al centro storico di Mestre e ai sui servizi pubblici è, nel contempo, divenuto il posto più vicino e comodo per parcheggiarvi l’auto a qualsiasi ora del giorno. Si chiama Altobello, ma per tutti è Macallé (da pronunciarsi rigorosamente alla veneziana, omettendo le due “elle”), come l’inespugnabile città etiope inutilmente assediata dagli italiani durante le campagne d’Africa di fine Ottocento. Per un certo periodo entrare in questo quartiere di Mestre era sconsigliato, da qui l’appellativo ancora in voga e fino a poco tempo fa sentirsi apostrofare con un “Ma ti vien da Macallé?” non era esattamente da interpretare come un complimento. Adesso l’uso di questa espressione si è quasi del tutto estinta e il quartiere, pur tra ritardi e contraddizioni, ha cambiato fisionomia. Non è più la terra di nessuno, delimitata tra il canale di Piazza Barche, le automobili di Corso del Popolo, le rotaie dismesse della Carbonifera e le lande desolate di via Torino. In questo contesto il Comune di Venezia ha promosso, nel 2004, il Contratto di Quartiere, affidandoci l’incarico di predisporre il programma degli interventi per l’ottenimento dei contributi pubblici posti a bando dal Ministero e dalla Regione (masterplan urbano, progetti preliminari degli interventi ordinari e sperimentali oggetto di contributo, programma delle attività sociali, sperimentali e di monitoraggio). A ciò è seguito, a finanziamento ottenuto, la progettazione e la direzione artistica della riqualificazione e pedonalizzazione della principale via Costa, le sue laterali e l’area a parco di piazza Madonna Pellegrina (di cui abbiamo curato la progettazione definitiva, esecutiva e la direzione artistica), strada centrale del quartiere