Roma è dunque l’esempio classico … di un processo di decomposizione. La sua disgregazione fu la conseguenza della sua eccessiva espansione che provocò una decadenza delle funzioni e una diminuzione del controllo sui fattori economici e sugli agenti umani essenziali alla sua continuità. … il suo principale contributo all’evoluzione urbana è la lezione negativa della sua espansione patologica, lezione evidentemente così difficile da afferrare, che le città hanno continuato a considerare la semplice espansione fisica ed economica una dimostrazione della propria prosperità e della propria cultura.(sulla Roma del IV secolo, L. Mumford, La Città nella storia, Bompiani, 1961)

Ancora oggi l’estensione di Roma costituisce il principale elemento di vulnerabilità della città.Bassa densità, infrastrutturazione insufficiente, abusivismo e difficoltà di programmazione nel breve periodo contribuiscono, poi, al degrado delle periferie e della città nel suo complesso.

Se guardiamo alla dinamica di crescita della Capitale negli ultimi 60 anni possiamo, molto schematicamente, individuare tre periodi di sviluppo rilevanti. La grande espansione del secondo dopoguerra, con la realizzazione dei quartieri INA CASA del Tuscolano, del Tiburtino, di Ponte Mammolo, Valco San Paolo, Villa Gordiani, Torrespaccata, Colle di Mezzo - che hanno avuto protagonisti grandi architetti del moderno come Ridolfi, Libera, Quaroni, De Renzi - e la contemporanea densificazione operata da parte dell’edilizia privata attraverso la realizzazione di insediamenti intensivi lungo i grandi assi di espansione della città Appia, Tuscolana, Prenestina, etc.

Il periodo delle periferie progettate e costruite per la creazione di alloggi popolari e a costo calmierato - si pensi ai PEEP e ai Piani di Zona realizzati a seguito della Legge 167 - affiancato dalla continua crescita delle aree abusive sorte ai margini, inizialmente nate per dare risposta al problema casa, e che nel tempo sono diventate un vero e proprio sistema di costruzione della città, riconosciuto anche dalle Amministrazioni, in seguito alla successione dei condoni edilizi dell’ultimo trentennio.  Infine, più recentemente, l’espansione attuata per mezzo di accordi di programma, secondo forme di urbanistica contrattata, che solo in alcuni casi hanno seguito un progetto organico di sviluppo della città.  Questa dinamica di crescita in cui il tessuto abusivo condonato, affermatosi secondo i principi spontanei dello sprawl, ha costituito il modello alternativo parallelo a quello formalizzato dei quartieri “ufficiali”, definiti da standard insediativi, ha portato al consumo/abuso di suolo e all’ipertrofia dell’uso del trasporto privato a spese delle linee su ferro. Periferie discriminanti dal punto di vista sociale, senza decoro, anonime, disordinate, abbandonate ad affrontare il fenomeno dell’immigrazione e dell’emergenza abitativa. 

Roma deve rafforzare la sua struttura e aumentare la sua densità
Un territorio a struttura forte è un territorio ricco di reti per la mobilità, l’energia, la conoscenza, un territorio denso di servizi, un territorio in grado di svilupparsi, accrescere gli scambi sociali e culturali, sviluppare nuove economie di scala. La riduzione della capacità di spesa dell’amministrazione pubblica, l’impossibilità di programmare e attuare vasti programmi di recupero e riqualificazione urbana, i costi fuori mercato per la realizzazione delle infrastrutture per la mobilità, l’incapacità di far rispettare le regole, portano a ragionare su nuove modalità di alleanza tra pubblico e privato che stavolta non perdano di vista l’interesse della collettività. All’Amministrazione rimane il compito di sviluppare un progetto strategico di crescita della città, cercando di individuare e mettere a sistema investimenti minuti e diffusi, dando regole semplici e tempi certi, recuperando la cultura urbana, il rapporto diretto con la cittadinanza, la capacità di governo che guarda all’interesse collettivo. Non solo in periferia, ma anche al centro di Roma.

Infatti, oggi, connotare il termine periferia unicamente come concetto geografico, ovvero come distanza dal centro, è riduttivo e non tiene conto di aspetti sociali, economici, politici che lo caratterizzano.Centro e periferia sono termini obsoleti che mal rappresentano l’attuale organizzazione territoriale e urbana. A Roma è possibile individuare aree periferiche centralissime, che per le loro caratteristiche di degrado sono state abbandonate dai cittadini, e lasciate all’occupazione delle fasce della società che si trovano in difficoltà. Un esempio è via di Porta San Lorenzo, dal sottopasso di Santa Bibiana a Viale Labicano, o ancora l’area di Piazza Vittorio dove la sicurezza non è garantita in nessuna ora della giornata. Si tratta di aree del centro servite da infrastrutture e servizi ma fortemente degradate. Ci si interroga allora su quale realmente sia la periferia di Roma e su quale possa essere il contributo degli architetti al recupero del periferie e della città.

Il progetto ha perso la sua centralità
L’intersecarsi delle questioni sociali, delle pressioni ambientali, dell’economia e della partecipazione fa perdere chiarezza al lavoro dell’architetto che sempre più si allontana dal progetto inteso come soluzione ai problemi. La crisi attuale ci spinge ad abbandonare il campo del progetto, che ci è proprio, e a cercare nuovi spazi di azione in campi che non ci sono propri, la sociologia, le tecnologie informatiche e della comunicazione, l’ambientalismo tout court. La formazione generalista (per fortuna) che la maggior parte degli architetti dai 40 anni in su ha ricevuto, la propensione al sociale della nostra professione, ma, soprattutto, la mancanza di occasioni di progetto, ci porta a fornire soluzioni che, nella migliore delle ipotesi, portano a una riconfigurazione temporanea ed effimera degli spazi, allontanandoci dall’individuare soluzioni che nella configurazione dello spazio trovano la loro compiutezza.

Bisogna tornare a dar credito alla capacità risolutiva del progetto, inteso come la proposizione di possibili visioni della città. Possiamo ancora credere che si possano colmare le diseguaglianze sociali attraverso il disegno della città e dello spazio dell’uomo, esercitando la nostra coscienza critica con «la volontà di cercare un’alternativa progettuale coerente e articolata alla convulsione della nostra epoca» (Maldonado, La speranza progettuale, 1970).

Eliana Cangelli


Nel 2015 con AR abbiamo cominciato un percorso teso a indagare le potenzialità di Roma, evidenziare le criticità, proporre soluzioni con l’obiettivo di sollecitare un dibattito sulla città in un momento politico di disattenzione e grave difficoltà che ha visto, nell’arco di 4 anni, l’avvicendarsi di due giunte di diverso colore politico ed un anno di commissariamento.

AR ha analizzato Roma affrontando tematiche dai titoli iconici e incisivi - Recupero, Reti, Abitare, Servizi, Patrimonio, Mobilità, Natura e Società, Periferie - che sottendono però argomenti concreti quali la valorizzazione delle aree dismesse, il recupero dei servizi urbani, la riflessione sugli spazi pubblici e sulla rete infrastrutturale necessaria per rendere la città più reattiva, più ecologica, più smart, ma comunque a misura d’uomo.

La nostra riflessione su Roma è stata svolta intervistando amministratori: Zingaretti, Berdini, Montuori, Galloni e altri; chiedendo a figure di rilievo la loro visione su temi strategici per la crescita della città – Muratore, Cucinella, Ratti, Helle Søholt, …; ottenendo la visione progettuale per Roma di architetti e studiosi su temi come patrimonio, natura, società, mobilità, periferie: Manacorda, Zagari, Ferrarotti, Tocci, Modigliani, solo per citarne alcuni.

Abbiamo ricercato e illustrato esempi di architetture virtuose realizzate altrove, in Italia e all’estero, che potessero fornire spunti progettuali e sollecitare l’immaginario circa lo sviluppo della nostra area metropolitana.

In questi nove numeri abbiamo dato spazio alle realizzazioni dei colleghi romani costruendo una mappatura delle architetture realizzate a Roma negli ultimi 10 anni. Il quadro che ne esce non è confortante, siamo arrivati a mappare circa 90 architetture, segnale inequivocabile della situazione di sofferenza in cui versano il settore delle costruzioni e la città. Ancora molto resta da fare per far comprendere alla società qual è il ruolo degli architetti e quale il contributo dell’architettura al miglioramento della qualità della vita e all’evoluzione del mondo contemporaneo.

Con questo numero 119, dedicato alle Periferie, si chiude il progetto editoriale della nuova AR lasciando, correttamente, a chi verrà dopo di noi, l’opportunità di ripensarla. Grazie alla redazione, al comitato editoriale e a tutti i colleghi che hanno collaborato allo sviluppo di questo progetto.

E.C.