di Beatrice A. Vivio
Architetto, curatrice della mostra

La mostra su Franco Minissi si inserisce nel ciclo “Generazione ’15-’18”, che ha portato alla Casa dell’Architettura una serie di mostre e conferenze su architetti nati intorno alla Prima guerra mondiale, che si avviarono alla professione nell’Italia degli anni Quaranta, nel solco delle devastazioni del successivo conflitto mondiale. Dopo Giuseppe Perugini e Maurizio Sacripanti, sono stati esposti, appunto, i lavori di Franco Minissi, nato a Viterbo nel 1919, legato ai primi due da comuni istanze politiche e sociali, da esperienze condivise e anche da rapporti di amicizia. Ad accomunare i tre è anche una limitata conoscenza della loro produzione nel dibattito attuale sull’architettura. Per necessità di sintesi, si è scelto di esibire in mostra una selezione di disegni utili a far emergere la ricchezza grafica con cui Minissi comunicava le proprie idee progettuali e, soprattutto, la vastità delle scale dimensionali e degli oggetti su cui affrontò il dialogo fra passato e presente, anche a livello di progetti non realizzati. La produzione del suo studio (prolifico in molteplici settori: dalla museografia all’archeologia, dall’edilizia abitativa all’arredo degli interni e degli spazi urbani) è ben documentata in un fondo dell’Archivio Centrale dello Stato composto da oltre 60 faldoni di documenti e da circa 8.000 disegni, custoditi dall’attenzione vigile e paziente dell’architetto Nadia De Conciliis e costituiti in alcuni casi da composizioni su lucido realizzate con materiali che hanno ormai perso adesione e che necessitano talvolta di veri e propri interventi conservativi.

È una mole di documenti che offre un’ampia panoramica sui contesti in cui Minissi si trovò a operare. Non mancano edifici e complessi di nuova costruzione, ove poté testare con buon esito le innovazioni tecnologiche del cemento armato. Tuttavia, la sua audacia lo condusse prevalentemente a lavorare sull’antico, per articolare sia teoricamente che nella pratica la concezione di una maniera post-bellica di “ri-vivere” la preesistenza. I suoi fondamenti storico-critici si evincono da numerosi scritti coi quali tentò di orientare la materia verso i principi di una conservazione “attiva”, commisurata cioè da un dinamico equilibrio fra le vocazioni della preesistenza e l’inserimento di nuove funzionalità. Inoltre, le soluzioni minissiane messe a punto sui siti archeologici e sugli edifici del passato sembrano precorrere, a grande scala, il criterio di “debolezza” dell’aggiunta oggi rispettato per salvaguardare le qualità meccaniche di ogni reperto restaurato. E se dal punto di vista tecnico alcune sue soluzioni sono in seguito risultate perfettibili, sul piano teorico si possono considerare ineccepibili. In linea con Paul Philippot, che qualificava il restauro come “ipotesi critica”, necessariamente reversibile, Minissi tentava di interferire il meno possibile nelle future reinterpretazioni dell’opera originaria, accostandosi ad essa come un “ospite discreto”. Le sue sovrapposizioni “astratte” si ponevano, in situ, come una sorta di modello al vero delle ipotesi ricostruttive, in una logica di imparzialità scientifica che consentiva una corretta rilettura della fabbrica conservata. Egli sosteneva, infatti, che «anche la più rigorosa e documentata certezza è sempre suscettibile di evoluzione e pertanto l’opera di restauro dovrà il più possibile mantenersi sul piano teorico, evitare il falso di sovrastrutture definitive ed incrementare la possibilità di ulteriori studi e conseguenti nuove ipotesi e soluzioni di restauro» (F. Minissi, Applicazione di laminati plastici (resine acriliche) nella tecnica del restauro e conservazione dei monumenti, in Il monumento per l’uomo, Atti del II Convegno ICOMOS, Venezia 25-31 maggio 1964, Marsilio, Padova 1971).

Su tale orientamento, Minissi elaborò una serie di rievocazioni “ideali” di spazialità perdute che continuano a fare scuola nella progettazione su contesti antichi, nonostante le resistenze della critica di allora, la mancanza di manutenzione e i recenti de-restauri. Le soluzioni “museografiche” per la Villa del Casale di Piazza Armerina (Enna, 1958-1967), per il teatro di Eraclea Minoa (Agrigento, 1960-1963) e per la chiesa di S. Nicolò a Mazara del Vallo (Trapani, 1960-66), malgrado le problematiche di fisica tecnica che hanno innescato sui luoghi, si possono considerare vere e proprie anticipazioni di una linea concettuale che ha valicato i confini dell’Europa e ha ispirato anche i teorici della post-modernità. A conferma di ciò, si sa che nel febbraio 1966, il soprintendente Pietro Griffo riferì a Bruno Zevi (ACS, FM, b. 5, fasc 87) che, nonostante «qualche acida riserva» dei colleghi italiani, l’esposizione a Venezia del teatro greco aveva suscitato un grande interesse negli architetti stranieri. E, difatti, alla pubblicazione che ne derivò su L’Architettura. Cronache e storia, seguì immediatamente una richiesta di pubblicazione dell’intervento in U.S.A. sul periodico Progressive Architecture di New York. Forse non è ardito pensare che tale approccio abbia persino ispirato Robert Venturi nella concezione di quel profilo virtuale della casa di Benjamin Franklin eretto sulla Franklin Court (Philadelphia, 1972-1976), annoverato dalla storia dell’architettura quale emblema della post-modernità.

Oltre all’evocazione della preesistenza, l’evento alla Casa dell’Architettura ha consentito di sottolineare altre due specificità del talento progettuale di Minissi, ricorrenti nella protezione dei siti archeologici e anche in altri tipi di intervento: l’attenzione ai rapporti con il territorio e la meticolosità nella definizione dei particolari costruttivi. Sono due estremi di un atteggiamento progettuale che spaziava dalle estese visioni del paesaggio alla rappresentazione dei minimi componenti e che rifletteva la costante ricerca, nella prassi, sia di radicamento nel contesto (e nel passato) che d’innovazione creativa. A ben vedere, la coerenza dei dettagli si dispiegò in ogni opera concepita da Minissi, talvolta unendo in un unico sistema costruttivo infissi, strutture divisorie, illuminazione, contenitori espositivi e anche muri antichi, laddove presenti. Ad esempio, fra le settanta vetrine che sono state esposte nel focus della Sala “Monitor P”, all’Acquario Romano, sono stati enumerati diversi casi di vetrine illuminate con luce naturale, con stratagemmi pensati ad hoc per prospetti e corti interne di alcuni musei. Uno per tutti, l’esempio del Museo Nazionale Archeologico di Agrigento (1958-1967) può offrire un paradigma della visione “onnicomprensiva” minissiana, che condusse alla realizzazione di soluzioni espositive estremamente integrate all’organismo architettonico, subordinato a sua volta alle preesistenze e integrato al paesaggio. Del resto il rapporto con l’ambiente e con il territorio era sin dall’inizio nelle intenzioni del progettista, così come ha ricordato nel giorno dell’inaugurazione della mostra il figlio di Minissi, Matteo. Le parole con cui il padre spiegò l’idea preliminare concepita per la Valle dei Templi, rivelano la sensibilità e la coscienza del progettista nei confronti dell’intorno: «La località prescelta per la costruzione del nuovo museo … nel paesaggio agrigentino, presenta caratteristiche tali da rendere estremamente delicato il problema dell’inserimento di un nuovo organismo architettonico di notevole consistenza … Da tutti i punti dell’abitato di Agrigento da cui è visibile la vallata che scende verso il mare, si nota, al centro, la volumetria della Chiesa di S. Nicola. Scendendo lungo la strada che conduce ai templi è pur sempre visibile la chiesa in tutti i suoi lati secondo innumerevoli e vari scorci prospettici. E ancora dalla collina dei templi, in ogni punto di essa, il complesso di S. Nicola risulta visibile in un suggestivo quadro di verde sullo sfondo dell’aggregato urbano di Agrigento. L’interno poi della zona di S. Nicola offre tutt’attorno meravigliose inquadrature paesistiche: a sud i templi si disegnano nell’ultima striscia di cielo sull’orizzonte, a nord, l’armonia volumetrica della città vecchia; in tutte le altre direzioni una distesa di verde che si sfuma e si punteggia con innumerevoli variazioni di tono e si conclude a sud con la striscia di violento azzurro del mare … a completare il suggestivo quadro ambientale, tre imponenti coppie di pini, con abbondanti chiome, emergono al di sopra di tutta una bassa vegetazione costituita principalmente di mandorli e ulivi» (ACS, FM, b. 10, fasc. 123 sf. 1).

Altri aspetti della copiosa eredità intellettuale lasciata da Franco Minissi sono stati messi in evidenza, nel convegno di apertura della mostra, da Massimo Locci, Anna Maria Moretti Sgubini, Stefano Gizzi, Nadia De Conciliis e Giuseppe Guerrera: l’indirizzo storico-critico accompagnato da una forte tendenza alla sperimentazione, la capacità comunicativa e di dialogo interdisciplinare, la vocazione all’insegnamento che lo portò a promuovere la didattica anche come strumento museografico, la creatività nei sistemi di rappresentazione dell’architettura e la leggerezza dei suoi accostamenti alla preesistenza, causa, quest’ultima, di una facile rimozione dei suoi allestimenti. Il mutamento dei tempi e una certa miopia di chi le ha avute in gestione sembra aver condotto alla cancellazione delle sue opere più controverse. Proprio per questo la mostra ha inteso “fare memoria”, tramandando i concetti essenziali di interventi ormai smantellati e progetti non realizzati ad un pubblico di una rinnovata sensibilità.

Immagini fornite da Beatrice A. Vivio


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