di Marco Pietrolucci
Architetto, Dottore di ricerca in Composizione Architettonica e Progettazione Urbana
*Call Tematica

Premessa
Il fenomeno della crescita delle città e la conseguente trasformazione del territorio agricolo in spazio urbanizzato è un fenomeno di cui si discute da molti anni senza essere riusciti ad indicare una strategia di fondo che consenta di mettere in equilibrio dinamiche urbane e realtà rurali. C’è un bellissimo libro di R. Rogers, Città per un piccolo pianeta, che ha quasi vent’anni e che ancora descrive correttamente come le città possano tramutarsi da spazi di condivisione, di incontro e di scambio in agglomerati socialmente problematici, che consumano le risorse del pianeta e rendono la vita miserevole. Nonostante le profonde difficoltà ad accompagnare attraverso il progetto lo sviluppo delle città e dei territori urbanizzati, gli organismi urbani continuano ad essere il principale motore dell’economia sociale: consentono affrancamenti culturali e generano le nostre libertà, individuali e collettive,

sono i veri motori delle nostre democrazie. Se guardiamo al progetto delle città e dei territori urbanizzati partendo da questi presupposti non possiamo non osservare un cambiamento di paradigma che sta prendendo forma sotto ai nostri occhi. La centralità del progetto per lo sviluppo degli organismi urbani e della democrazia che rappresentano e generano non risiede nella capacità di attirare capitali e di competere sul piano finanziario e della globalizzazione economica, come erroneamente per anni si è detto (S. Sassen, Le città nell’economia globale, il Mulino, 2010; ma anche R. Koolhaas con il suo sguardo poco incline all’azione oppositiva, vedi in particolare: Whatever happened to Urbanism, in R. Koolhaas, B.Mau, SMLXL, Monacelli Press, 1997), ma piuttosto nella capacità di creare lavoro, anche localmente, migliorando l’organizzazione della vita urbana, attirando nuovi cittadini e comunità in grado di generare nuovi servizi di interesse collettivo. È il lavoro che deve diventare l’elemento centrale del progetto e il nuovo catalizzatore nel circuito di valorizzazione della città (vedi W. Tocci, Roma. Non si piange su una città coloniale. Note sulla politica romana, ed. Goware, 2015) ed ogni sforzo progettuale deve essere quindi indirizzato ad individuare luoghi ed occasioni concrete, per attivare programmi capaci di creare opportunità di lavoro nel tempo, realizzando nuovi servizi e nuove opportunità urbane. Il progetto urbano, in altre parole, ha una sua intima validità e una sua autonomia disciplinare se sviluppa le condizioni e le convenienze che consentano ai privati di investire su obiettivi e servizi di interesse collettivo, dato che non è più ipotizzabile riattivare politiche pubbliche fondate sulla spesa dello Stato. Al centro della riflessione, quindi, deve esserci il progetto dell’interesse collettivo, del lavoro di lunga durata, animato e reso possibile da capitali ed interessi privati secondo convergenze di volta in volta chiarite dal progetto urbano. D’altronde, come molto giustamente osserva Walter Tocci, «il sistema delle imprese non può non essere interessato alla nascita di nuovi mercati di beni collettivi, visto che ormai si vanno saturando quelli dei beni di consumo individuali e anzi molti settori presentano un surplus di capacità produttiva rispetto alla domanda» (W. Tocci, op. cit.). Anche la riconversione ecologica della città può essere un campo di crescita dell’occupazione ed è sotto questo aspetto che abbiamo formulato la nostra proposta per Roma. «Tutta la struttura urbana che abbiamo ereditato dal secolo passato è basata su una folle dispersione di energia, nei modi di costruzione, negli spostamenti, in ciò che consumiamo e nei rifiuti che abbandoniamo. Si possono generare convenienze private nell’investire a favore dell’interesse pubblico. Cento anni di speculazione edilizia hanno prodotto guasti urbanistici e bassa qualità edilizia, ma paradossalmente oggi questi disastri potrebbero diventare l’occasione per una nuova economia del recupero urbano» (W. Tocci, op. cit).

Il sistema degli spazi e delle aree verdi della città di Roma
Se guardiamo al sistema degli spazi e delle aree verdi della città di Roma1 come alla principale infrastruttura della riqualificazione della componente contemporanea della città, anziché come materiale inerte in attesa di essere urbanizzato o come un generico corridoio ambientale, possiamo aggiornare la Forma Urbis Romae e produrre apparati gerarchici conformi alla dimensione fisica della città contemporanea. Recentemente ho avanzato l’ipotesi di ridefinire questo insieme così complesso di lacerti di paesaggio, in funzione del salto strutturale verso la città policentrica, mettendo in discussione, per la prima volta, le relazioni tra la totalità dell’insediamento e l’autonomia delle sue parti (v. un recente studio sulla componente contemporanea di Roma: M. Pietrolucci, Verso la realizzazione delle microcittà di Roma, Skira, 2016). Seguendo questa traccia, se consideriamo l’insieme degli spazi e delle aree verdi della città di Roma secondo una lettura unitaria e sistemica, è possibile individuare una corona verde intorno al nucleo centrale della città, coincidente con i tessuti che il Piano Regolatore vigente definisce consolidati, una cintura che istituirebbe una relazione nuova, aperta ad una moltitudine di progetti (di natura ecologica, d’uso, di costruzione di una nuova immagine della città) tra il sistema di spazi naturali della città consolidata e i paesaggi, i parchi, le tenute, i castelli, i casali, le rovine di Roma, presenti nella cintura più esterna, quella che chiamiamo Città del Grande Raccordo Anulare che coincide, significativamente, con i tessuti della trasformazione e con quelli da ristrutturare. Il progetto della corona verde romana, di cui abbiamo fornito lo schema strutturale, è una grande opportunità di trasformazione, utile a riconoscere l’articolazione policentrica della nostra città e a conferire una struttura formale, il più stabile possibile nel tempo, al policentrismo urbano di cui parla il Piano Regolatore del 2008. Conferire una struttura formale chiara ad un corpo urbano slabbrato come quello romano è un compito difficile ma non impossibile se, tutti insieme, smettessimo di modificare la città per aggiunte (progettuali) puntuali e cominciassimo a lavorare per interpretazione e stratificazione. Si tratta infatti di promuovere, il più possibile, un sistema coordinato di progetti urbani fondati su un complesso di strategie della stratificazione, in grado di indicare e chiarire un modello di sviluppo per il futuro di Roma. In altre parole appare sempre più necessario un progetto di interpretazione di scala urbana il quale impone, per la complessità della situazione, uno sforzo di sintesi dei temi prioritari. Noi riteniamo che occorra fondare le ragioni di questo riassetto su una serie di qualità che costituiscono un connotato fondamentale dell’organizzazione spaziale della città periferica romana, nel suo attuale stadio di evoluzione: la porosità, che significa presenza viva dentro la città di strutture naturali interconnesse; il valore del suolo, della sua forma, della sua memoria, della sua visibilità e centralità come struttura fisica portatrice di identità e di diversità urbana, spesse volte perduta nelle parti di città stratificata e storicizzata; la dimensione comunitaria, quasi di villaggio presente come dato naturale e non progettuale a Roma, espressione di una necessità di misura urbana e di comunità.

La centralità dei valori del vuoto che sto richiamando, e che a Roma coincidono con spazi naturali di grande intensità, interpreta, inoltre, un dato storico della città perché la struttura intervallare del policentrismo romano ha radici antiche, che si confondono con il mito della sua fondazione: si tratta, a ben vedere, di un topos nella costruzione di Roma, di un suo carattere genetico2. Non si tratta di macchia d’olio ma di un complesso intreccio di pieni e vuoti, di una piegatura barocca in attesa di una interpretazione che la dis-pieghi. L’anello verde che proponiamo fa emergere la struttura latente della città arcipelago, assegnando un valore strutturante al vuoto. Vale la pena soffermarsi sulla geografia attuale di questo anello. Se partiamo dal Parco dell’Appia antica, una felice intuizione piacentiniana, abbiamo, in senso orario: il Parco di Centocelle, il Parco dell’Aniene, il Parco della Valle del Tevere, la Riserva dell’Insugherata, il Monumento Naturale Quarto degli Ebrei, il Parco della Cellulosa, la Tenuta dell’Acqua Fredda, la Tenuta dei Massimi, la Valle del Tevere, che possono essere incardinati tra loro, in un circuito spaziale e naturale, di uso lento, compatibile con le attività agricole e con una loro valorizzazione a fini turistico ricettivi, che può svilupparsi attorno alla città compatta. Si tratta di un circuito di assoluto interesse storico-naturale che andrebbe messo a fuoco nei suoi valori portanti, che potrebbe dare un impulso formidabile alla ridefinizione dell’immagine contemporanea di Roma. Un sistema analogo al favoloso circuito delle delizie di Torino3, se considerassimo le aree naturali e i paesaggi agricoli interni alla città come i veri monumenti della città contemporanea. Questi monumenti contemporanei che sono stati sottratti agli interessi della speculazione devono essere fatti conoscere e diventare i punti fermi della rigenerazione locale. Attualmente hanno un uso e una comunicazione separata, in molti casi è difficile riconoscere l’ingresso, non esistono circuiti d’uso, non c’è alcun progetto di valorizzazione integrata, nessuna ipotesi di accordo pubblico-privato per la loro valorizzazione. Quanti di noi conoscono queste risorse? Quanti romani ne fruiscono nella loro quotidianità? Quanti visitatori stranieri si spingono oltre il bordo delle Mura Aureliane?
Considerando l’insieme degli spazi pubblici come un sistema continuo è possibile individuare una serie di luoghi significativi di trasformazione anche all’interno della città consolidata: a solo titolo di esempio sarebbe possibile consentire una fruizione integrata ad una parte significativa delle ville storiche della città mettendo in relazione ad esempio il parco di villa Borghese con villa Pamphili attraverso il Tevere e da lì raggiungere la valle dei Casali. Il Piano Regolatore del 2008 ha individuato una serie importante di valori ambientali, storico-morfologici, di uso, di ampie porzioni di territorio romano sottraendolo alla speculazione. Si tratta di una serie di punti nodali utili a chiarire la forma della città. È evidente che si dovrebbe lavorare ad un grande progetto di valorizzazione complessiva di queste risorse, consentendo una lettura nuova e diversa della città. La morfologia dello spazio anulare di Roma, che raramente si placa, se non nella piana lavica dell’Appia antica, presenta quattro grandi campi di lavoro, nell’orizzonte circolare di Roma, che coincidono significativamente con le quattro principali traiettorie di espansione della città e dei suoi traffici. Verso il mare, verso i Colli Albani, verso i vulcani Sabatini, verso l’alta valle del Tevere e dell’Aniene. La corona verde deve aprirsi a queste dimensioni territoriali attraverso il progetto di un sistema di raggi verdi, proiettati lungo le traiettorie radiali. Se opportunamente definiti da progetti di paesaggio, i raggi verdi confermerebbero, secondo una nuova strategia paesaggistico ambientale, la Forma Urbis originaria, potentemente centrifuga e orientata verso la proiezione esterna dei suoi tracciati costitutivi, rinnovandola in un nuovo disegno territoriale. I raggi moltiplicano l’intuizione Piacentiniana del cuneo verde, includendo i Parchi naturali istituiti dal Piano Regolatore del 2008 in un progetto di valorizzazione delle radiali storiche, le vie consolari, veri trait-d’union fisici e simbolici tra la città storica e il suo sviluppo più recente, che versano in una condizione di degrado e di abbandono assoluto. A conclusione di quanto fin qui esposto, possiamo affermare che il progetto dell’anulare verde di Roma realizzerebbe:

1- un limite inderogabile alla crescita del nucleo storico
consolidato della città la cui dimensione attuale sarebbe
definita dalla realizzazione di un nuovo parco anulare, la
nuova corona verde di Roma;

2- un principio di ordine e di separazione per le
parti urbane periferiche, che chiamiamo Città del
Grande Raccordo Anulare
, cresciute lungo l’anello e che
oggi tendono a saldarsi tra di loro. La realizzazione dei
raggi verdi impedirebbe improvvide saldature;

3- l’integrazione, in un sistema continuo, delle
aree naturali protette, i nuovi parchi, le aree agricole,
le ville storiche, che aumenterebbe il valore ecologico
e rigenerativo dell’intero sistema urbano, venendosi a
realizzare una rete continua di spazi naturali interconnessi;

4- la base per una programmazione integrata delle
maggiori risorse storico naturali di Roma, coordinate
e anche fisicamente unificate da nuovi percorsi e da
nuovi spazi urbano-metropolitani.

La corona verde ei suoi raggi sono un principio di penetrazione nella città del suo territorio ancestrale, che asseconda e apre il disegno delle reti verdi ai diversi livelli: metropolitano,urbano e locale; non è solo uno slogan alla moda, ma il riconoscimento definitivo della vocazione e del Genius Loci contemporaneo di Roma.

Immagini fornite da Marco Pietrolucci


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