di Nicolò Savarese
Architetto e urbanista

La Biennale dello Spazio Pubblico - nata nel 2011 da una felice intuizione di Mario Spada e lanciata allora dalla Sezione Lazio dell’Istituto Nazionale di Urbanistica - è arrivata quest’anno alla sua quarta edizione. Che cos’è la BiSP1? Difficile classificarla: un contenitore di eventi di tutti i tipi, seminari, convegni, mostre, proiezioni video ed altro ancora; ma al di là della rappresentazione che la BiSP ne dà, lo spazio pubblico costituisce un - forse il - tema centrale per la vita delle comunità urbane e per la forma della città, passata, presente e soprattutto futura. Questo ne ha determinato, sino ad oggi, il successo. Chi ne sono i promotori? La Biennale non ha ancora una sua fisionomia giuridica, ma si fonda sull’accordo programmatico di cinque soggetti istituzionali: l’Istituto Nazionale di Urbanistica e il Consiglio Nazionale degli Architetti PPC con le rispettive articolazioni territoriali (INU Lazio e Ordine degli Architetti PPC di Roma e Provincia) e dal Dipartimento di Architettura dell’Università Roma Tre, che l’ha sempre ospitata. Già dall’edizione 2013, inoltre, la Biennale gode del patrocinio di UN Habitat e di diversi altri organismi nazionali, dall’ANCI a vari Ministeri. La Biennale è insomma un appuntamento sufficientemente consolidato ed atteso, in una cornice architettonica - l’ex mattatoio - e in un settore urbano - Ostiense Testaccio, ricco di testimonianze archeologico-industriali post-unitarie - che non sono estranei al successo dell’iniziativa. Non è ancora stata fatta un’analisi dettagliata dei dati di affluenza e frequentazione della BiSP 2017, ma da quelli già in nostro possesso si può affermare che anche questa edizione ha registrato performance di tutto rispetto: 140 risposte alla call for proposals di novembre 2016, 26 workshop con 480 relatori, 2 convegni, 8 mostre, 26 video concorrenti ai 4 premi finali. Il numero di partecipanti dovrebbe essersi riportato sui valori del 2013, ma occorre tener conto del fatto che l’edizione 2015 aveva contato ben 46 workshop con 690 relatori. Il sito web ha registrato una crescita di visite considerevole rispetto alle edizioni precedenti: 73.000 visitatori da ottobre 2016 a maggio 2017 (quasi 22.000 nel solo mese maggio) con 1.179.800 pagine lette; cifre che eguagliano o addirittura superano tutte e tre le edizioni precedenti messe insieme; risultato notevole, pur tenendo conto della crescita esponenziale nello sviluppo del web e dei social media. Va infine tenuto presente che la BiSP non si esaurisce nell’evento conclusivo, ma si sviluppa nei cinque o sei mesi antecedenti con laboratori territoriali e online sui temi selezionati dal coordinamento. Non intendo qui tessere l’elogio della BiSP, ma cercare di analizzarne, quanto più possibile oggettivamente (pur essendo stato coinvolto sin dall’inizio nelle varie strutture di coordinamento), le ragioni del successo e le sue criticità, in una prospettiva che, al di là delle ristrettezze finanziarie, promette di proseguire nel tempo. In effetti, nel panorama degli eventi nazionali stabili, quelli che sopravvivono a più di due o tre edizioni, sono finanziati con fondi pubblici e/o privati, che ne consentono l’organizzazione e la gestione. Ogni edizione della BiSP, invece, è sinora costata tra i 20 e i 40 mila euro al massimo; il che, per chi s’intende di queste cose, è veramente nulla e sta a significare l’interesse suscitato in tutti coloro che si occupano di spazio pubblico. Si è tentato - specie nell’edizione 2015 - di tematizzare le proposte di partecipazione, ma senza grande successo. I temi finiscono per emergere da soli attraverso le call che vengono preliminarmente lanciate e che intercettano le esigenze più disparate in seno al mondo accademico, professionale, alle pubbliche amministrazioni, alle organizzazioni di volontariato, alle associazioni culturali, ecc. ecc. Tutto ciò sta a significare - anche per chi, come il sottoscritto, ne ha spesso colto debolezze e criticità - che la BiSP è un evento vivo e sentito. Se ne deve desumere che questo suo carattere, vagamente fieristico e, perché no, folkloristico, dovrà essere preservato anche in futuro; come dice spesso giustamente il suo originario promotore, Mario Spada, ‹‹la Biennale dello Spazio Pubblico è essa stessa uno spazio pubblico›› e perciò aperto a tutti e tutto. La questione che tuttavia si pone è un’altra. Da qualche tempo, in quasi tutti i programmi comunitari, alla parola chiave “disseminazione” se ne è affiancata un’altra: “capitalizzazione”. Ci si è accorti, cioè, che un progetto è destinato a durare lo spazio e il tempo del finanziamento e non lascia quasi mai traccia di sé, se non nella memoria di chi vi ha partecipato, anche quando è pervenuto alla definizione di “buone pratiche”2 nel suo campo di applicazione. Anche la BiSP, a mio parere, ha assoluta necessità di capitalizzare la sua esperienza e la sua storia, recuperando e valorizzando l’enorme patrimonio di contributi che, sulle più svariate problematiche legate allo spazio pubblico, ha accumulato e continua ad accumulare nel tempo. Costruire un “Archivio dello Spazio Pubblico” rappresenterebbe, tanto per cominciare, un grande contributo a tutti coloro che si occupano di progettazione, realizzazione e gestione di spazi pubblici. È pertanto giusto che i principali attori di questa opera di capitalizzazione siano i soggetti fondatori della Biennale, e cioè gli Ordini degli Architetti, l’INU e l’Università Roma Tre; ma sarebbe anche auspicabile che la compagine dei futuri promotori si allargasse includendo altri soggetti portatori di interessi e responsabilità sullo spazio pubblico (come AIAPP, AIIT, Enti di ricerca, Enti Locali), in grado di convogliare ulteriori risorse umane e finanziarie. L’istituzionalizzazione della BiSP appare a tutti - e non solo a chi scrive - un obiettivo auspicabile affinché i processi di capitalizzazione possano concretizzarsi nella creazione di archivi, in studi e ricerche, pubblicazioni e altre attività, facendo della BiSP un punto di riferimento stabile e riconosciuto, a livello nazionale e internazionale, e che abbia nell’evento Biennale il suo momento di massima visibilità esterna e relazionale. Ne vale la pena? Credo di sì, per molte buone ragioni, che riguardano il significato che lo spazio pubblico è destinato ad avere nel futuro della città e a cui accennerò in maniera estremamente sintetica. In primo luogo, la questione “identità” è ormai trasmigrata dagli studi antropologici e sociologici a quelli urbanologici e c’è, a mio parere, una ragione specifica in tutto ciò: la decomposizione delle grandi città e delle aree metropolitane in un arcipelago - per usare una felice espressione di Francesco Indovina3 - di comunità e relative parti urbane che non si relazionano e non si parlano più tra loro. L’unico punto di riferimento comune - quando c’è - è il centro storico o ciò che ne resta, perché quella è l’unica parte che appartiene, in qualche modo, a tutti. In Italia, la difficile gestazione delle aree metropolitane dipende molto dal fatto che il potere amministrativo resta saldamente nelle mani del comune capoluogo, non lasciando spazio né al decentramento municipale né ai comuni esterni; tutto ciò rende difficile il riconoscimento di realtà sociali destinate ancor più a complessificarsi con la prevedibile concentrazione di oltre il 70% della popolazione mondiale nelle aree urbanizzate del pianeta. Appare quindi indispensabile identificare preliminarmente le diverse parti urbane e le loro caratteristiche in rapporto alle comunità che le vivono; lo spazio pubblico gioca qui un ruolo fondamentale, perché è all’interno di questo spazio che si manifestano legami interpersonali, relazioni sociali, comunanze etniche, nuovi riti collettivi, modalità innovative di partecipazione alla vita pubblica. Di conseguenza, qualunque operazione di conformazione/trasformazione dello spazio pubblico non può che partire dall’identità dei luoghi ovvero dal senso che lo spazio di relazione ha per coloro che lo abitano. Una seconda ragione sta nella crisi della mobilità urbana, non più sostenibile e non più sanabile con rimedi vagamente ecologici o puramente tecnologici, neppure se smart, in quanto è qui in gioco il concetto stesso di mobilità, non più fondabile sul principio univoco della minimizzazione del rapporto tempo/spazio negli spostamenti individuali, ma su un mix integrato di criteri riguardanti la sicurezza, il benessere, la salute, l’accessibilità e l’inclusione per tutti coloro che usano lo spazio pubblico. Di conseguenza, un ripensamento globale nella concezione stessa della mobilità urbana e degli spazi ad essa dedicati si sta imponendo nei piani strategici di tutte le principali città del mondo, con importanti e significativi traguardi già raggiunti da quelle più virtuose, che hanno iniziato ad applicare i nuovi criteri già da molti anni, arrivando a modificare i comportamenti degli utenti urbani e le prospettive produttive della grande industria nel settore dei mezzi di trasporto4. Una terza ragione riguarda il governo del territorio ed i rapporti intercorrenti tra pubblico e privato; posso qui solo accennarvi, rinviando ad altra occasione per una più approfondita argomentazione delle tesi sostenute. Già ragionando sul caso romano (cfr. l’articolo Mobilità e trasporti nell’area metropolitana romana, AR N° 117-2017) s’è visto come, a dispetto di qualunque visione strategica elaborata dalle amministrazioni capitoline succedutesi nel corso degli anni, la localizzazione delle grandi funzioni urbane abbia spesso ubbidito e continui a ubbidire alle regole e soprattutto alle opportunità del mercato immobiliare, la cui logica spinge là dove il rapporto ricavi/costi risulta massimo o quantomeno non comprimibile oltre soglie minime di convenienza, vanificando così quelle stesse visioni strategiche, spesso del tutto virtuali. La separazione del diritto di proprietà dallo ius aedificandi rappresenta una chimera dell’urbanistica italiana fin dagli anni ’60, con la formazione dei primi governi di centro-sinistra; in un paese dove la proprietà dell’abitazione riguarda ormai l’80% delle famiglie, è piuttosto lo spazio pubblico, inteso come bene comune, ovvero come diritto a goderne oltre che come spazio fisico, a rappresentare uno dei principali strumenti di governo del territorio e di controllo in tutte le forme di partenariato pubblico/privato. Possiamo dunque dire che la qualità dello spazio pubblico è considerata - da tutti e sotto tutti i punti di vista - un aspetto determinante per generare quegli effetti di identità, inclusività, accessibilità, sicurezza, governabilità, che le comunità esigono da coloro che li amministrano. Il controllo di qualità nei processi che presiedono e governano la progettazione, realizzazione e gestione degli spazi pubblici, diviene dunque un aspetto critico fondamentale. Tuttavia il concetto di qualità e l’esigenza di un suo controllo sono da tempo evoluti dalla semplice quantificazione in termini di standard a una più congrua valutazione in termini di prestazioni. Per dare concretezza e cogenza normativa a questa evoluzione, sarebbe allora necessario adottare criteri e metodi già in atto in molti altri settori di attività, produttivi e di servizio; criteri e metodi che hanno spostato il focus dalla qualità del prodotto finale alla qualità di tutto il processo che presiede alla sua realizzazione e al suo utilizzo. Sono molti i metodi implementati a questo scopo, specie per quanto riguarda l’ambiente, il territorio, la comunità, e sono raggruppabili sotto la sigla SGA - Sistemi di Gestione Ambientale. Il più classico fa riferimento alla normativa ISO-UNI-EN adattata all’ambiente: ISO 14000, l’ultima versione della quale risale al 2015. Altri sistemi, più o meno basati sul cosiddetto Ciclo di Deming (noto anche come PDCA Plan-Do-Check-Act), sono l’EMAS - Eco-Management and Audit Scheme e il TQM - Total Quality Management. Indipendentemente dal sistema considerato, un SGA mirato alla valutazione qualitativa dello spazio pubblico, a livello sistemico e non solo locale, implica: (i) la delimitazione dell’ambito urbano o territoriale cui la pianificazione ed il controllo di qualità deve applicarsi; (ii) l’identificazione di tutti i soggetti operanti nel contesto ambientale di interesse, dagli amministratori pubblici sino agli utenti finali; (iii) il ruolo che ciascuno di essi svolge nel processo di progettazione-realizzazione-gestione dello spazio pubblico; (iv) i metodi e le forme d’interazione tra tali soggetti; (v) la definizione dei criteri e di opportuni parametri idonei a misurare ciò che intendiamo per qualità; (vi) il monitoraggio costante di tutte le fasi che conducono alla realizzazione materiale di tali spazi e alle fasi successive d’uso e di gestione, attivando, se del caso, i più opportuni provvedimenti correttivi. In conclusione, e senza pretendere che la BiSP possa con le sue sole forze ricoprire tutti questi ambiti di attività, di certo il suo ruolo futuro potrà enormemente rafforzarsi capitalizzando le esperienze dei soggetti che vi partecipano; dando il più ampio spazio e visibilità ai processi di identificazione dei luoghi rispetto alle comunità insediate; favorendo l’affermazione ed il consolidamento di processi tendenti alla certificazione ed al monitoraggio della qualità ambientale degli spazi pubblici.

AR 118