di Domenico Cecchini
Architetto e urbanista

All’inizio del secolo, nel loro volume L’epoca delle passioni tristi, gli psichiatri francesi Miguel Benasayag e Gérard Schmit ci spiegarono come e perché dall’idea futuro come promessa si sia passati a quella del futuro come minaccia. Un passaggio che ha generato molto dolore, soprattutto tra i giovani, immigrati e no, e soprattutto nelle periferie metropolitane. Da allora l’esperienza del dolore non è diminuita. È aumentata, di molto. Il modo in cui ci occupiamo degli spazi pubblici delle nostre città non può prescindere dalle cronache che viviamo. Quando cominciammo a lavorare alla prima edizione della Biennale, la crisi globale di origine finanziaria aveva già largo spazio nelle cronache. Oggi, a otto anni di distanza, sappiamo che non si tratta di una “crisi” con un inizio e una fine. È una nuova epoca storica. Un’epoca dura e difficile, nella quale crescono le diseguaglianze, si perde il filo della solidarietà umana, si alzano muri e barriere. Come se per sopportare e per ridurre il dolore vi fossero altri modi che non quello di ampliare la sfera della comprensione e della solidarietà. Come se si potesse procedere oltre il “futuro come minaccia” senza ritrovare le vie della solidale accoglienza. Che non vuol dire essere inermi di fronte all’infamia terroristica. È molto difficile, quando le cronache raccontano di centri che dovrebbero essere “di accoglienza” e sono campi di concentramento, o di violenze contro le donne in un Capodanno nelle piazze di Colonia, è difficile credere, addirittura pretendere che gli spazi pubblici delle nostre città, le nostre piazze, possano essere luoghi dell’accoglienza, dell’incontro, della solidarietà. È difficile, ma è questo il senso che diamo alle nostre Biennali. Accoglienza. Ecco il messaggio che vorrei lanciasse questa quarta edizione della Biennale. Accoglienza: tra le tante belle iniziative di questa edizione segnalo la mostra e il laboratorio su Lampedusa così come l’evento conclusivo, omaggio alla grande arte di William Kentridge a piazza Tevere, che così vuole tornare ad essere spazio pubblico, spazio di accoglienza. Forse ad andare oltre le passioni tristi, a sopportare e a ridurre il dolore, a capire il significato di una rinnovata solidale accoglienza ci può aiutare Profezia, la visionaria tragica poesia che Pasolini scrisse più di mezzo secolo fa:
Alì dagli Occhi Azzurri
uno dei tanti figli di figli, scenderà da Algeri, su navi
a vela e a remi. Saranno
con lui migliaia di uomini
coi corpicini e gli occhi
di poveri cani dei padri
sulle barche varate nei Regni della Fame.

AR 118