La lunga strada verso la definizione di un piano per la gestione degli spazi comuni e del verde urbano
Una città accessibile, giusta e accogliente è la risposta alle trasformazioni che stanno coinvolgendo la nostra società, nella quale il lascito della crisi economica si va a sommare alla crescente mobilità della popolazione e alla paura suscitata dai flussi immigratori e dalla minaccia terroristica. In questo contesto, la disponibilità di spazi pubblici di qualità, disponibili a tutti i cittadini, rappresenta una risorsa cui attingere per promuovere comunicazione e interscambio, creazione di comunità e senso di appartenenza, in un circolo virtuoso che può costituire una delle vie d’uscita alle complesse dinamiche sociali urbane. Il ruolo degli spazi pubblici è stato però purtroppo troppo spesso sottovalutato - a Roma come altrove in Italia - dalle politiche degli ultimi decenni che non ne hanno saputo e voluto cogliere l’importanza, demandandone frequentemente ai privati la progettazione e la gestione, rinunciando così a una regia e a una pianificazione che sapessero leggere la città come una rete, un organismo unitario e non una semplice sommatoria di parti. Non mancano esempi positivi, che però ormai risalgono a un passato non troppo recente: pensiamo al programma Centopiazze avviato dalla giunta Rutelli a partire dalla metà degli anni Novanta, impostato su una sinergia tra Comune, Municipi e Università, che ha permesso, pur con risultati altalenanti, di recuperare alla vita pubblica numerosi spazi pubblici di quartiere; il programma, che prevedeva un totale di 130 interventi, è stato nel tempo progressivamente dimenticato, ma costituisce ancora oggi un valido esempio di buona amministrazione che auspichiamo possa tornare a essere uno dei punti in agenda della nuova Giunta. Nel frattempo, la crisi economica sembra aver causato una presa di coscienza di almeno una parte dei cittadini, che hanno sperimentato diverse modalità per riprendere il controllo degli spazi comuni: ne sono un esempio le social street, il cui scopo è proprio quello di ricreare la vita di quartiere e di vicinato, favorendo la condivisione tramite l’uso di spazi normalmente considerati soltanto di passaggio. Altre esperienze di cittadinanza attiva hanno permesso di recuperare aree verdi abbandonate, tanto nel centro storico di Roma quanto in periferia, per restituirle all’uso pubblico, spesso coniugando fini urbanistico-paesaggistici con fini sociali come, ad esempio, l’educazione ambientale. Le Amministrazioni stesse hanno preso atto di queste iniziative tentando di farne tesoro, introducendo tra gli strumenti per la gestione e la cura del verde “l’adozione” di specifiche aree, pensata per consentire ai cittadini una fruizione più soddisfacente di questi spazi e per favorire l’incontro tra le persone. Le richieste di adozione possono essere avanzate da enti, associazioni, persone fisiche interessate alla gestione e manutenzione dell’area per finalità senza scopi di lucro. In maniera simile gli Orti Urbani, localizzati in aree periurbane ed extraurbane, sono affidati in comodato d’uso ad associazioni e gruppi che possono poi dividere gli appezzamenti e destinarli ai cittadini interessati, con particolare attenzione per le categorie disagiate. Un modo per decentralizzare la gestione delle aree verdi pubbliche e alleggerire l’Amministrazione che favorisce al contempo l’inclusione e la condivisione dei cittadini. Non è chiaro però se esista un sistema di controllo sulle iniziative avviate e se siano in vigore dei metodi per misurarne l’efficacia e i benefici, come sarebbe lecito aspettarsi da una gestione pubblica. Secondo i dati ANSA, Roma è il Comune più verde d’Europa, con i suoi 85.000 ettari, che occupano il 67% dell’intera superficie di Roma Capitale. La rete Ecologica Cittadina, così come definita dal Piano Regolatore vigente, è un sistema articolato di aree verdi non edificate che comprende aree naturali protette, aree verdi urbane, aree golenali e aree agricole. Il sistema mette in relazione le zone verdi interne alla città con le aree naturali periurbane con il fine di tutelare e valorizzare le risorse, recuperando le zone degradate e proteggendo la biodiversità. Nel territorio romano il “verde storico”, inteso come l’insieme delle ville storiche urbane e delle aree archeologiche, costituisce il 20% del verde urbano e comprende le ville nobiliari barocche (prima tra tutte Villa Borghese), le passeggiate ottocentesche (come Il Pincio e Il Gianicolo), le ville nate dopo l’unità d’Italia (Villa Leopardi, per citarne una) e i giardini pubblici di inizio Novecento (Parco Nemorense). Oltre alle aree verdi delle ville storiche, a Roma vi sono ampie aree agricole e boschive, con una grande ricchezza di flora e fauna. Questo patrimonio è gestito da RomaNatura, Ente Regionale per la Gestione del Sistema delle Aree Naturali Protette nel Comune di Roma, che amministra circa 16.000 ettari di natura protetta, con oltre 1.000 specie vegetali e 150 specie animali. Tra le aree protette, la Riserva Naturale Statale del Litorale Romano, istituita nel 1987 su iniziativa dell’Associazione Italia Nostra con il sostegno di associazioni ambientaliste, è una riserva di proprietà pubblica per oltre il 60% che si estende nei Comuni di Roma (8.150 ha) e Fiumicino (7.750 ha), ai quali è data in gestione, e costituisce un esempio di come l’Amministrazione stia facendo dei piccoli passi nella direzione della valorizzazione del patrimonio verde. Per molto tempo la fruizione della Riserva è stata limitata ad aree attrezzate o valorizzate da associazioni ambientaliste (la spiaggia di Capocotta, gli scavi di Ostia Antica, le rive del Tevere), ma il Piano di Gestione attuale mira a rivederne le attività di pianificazione e valorizzazione grazie alla promozione di attività e infrastrutture che promuovano una fruizione pubblica più continua (centri visita, aree di sosta attrezzate, piste ciclabili, sentieri, servizio di navigazione del Tevere…). Le risorse però non sembrano essere sufficienti per avviare i progetti di recupero e per mantenerli in essere, garantendo continuità nella fruibilità e nelle iniziative. Esempio emblematico è il parco del Tevere alla Magliana, un’area verde inaugurata nel 2014 e già dimenticata, tornata sulle pagine dei giornali lo scorso giugno, grazie all’appello dell’architetto Tullio, che auspicava alcuni interventi mirati per poter ridare dignità al parco, che ha sempre più l’aria di una discarica, e renderlo di nuovo agibile: la sistemazione delle sculture, la pulizia delle vasche d’acqua e il riavvio della fontana. Storia diversa, ma altrettanto triste, quella del Parco di Centocelle, di cui lo scorso febbraio è stata disposta la bonifica da parte del Sindaco, ma che non è mai stata effettuata per mancanza di fondi. Solo due esempi di una situazione sempre più precaria, dove sembra mancare totalmente una pianificazione puntuale, che tenga conto delle necessità urgenti da un lato, ma di una programmazione di lungo periodo dall’altro. La Giunta Capitolina ha approvato lo scorso aprile le Linee Guida per il Regolamento del Verde e del Paesaggio di Roma Capitale, con il fine di aiutare a “predisporre una regolamentazione organica e uniforme di tutte le aree verdi, pubbliche e private della città”. Il documento, tuttavia, non è che un inizio. Assegna competenze e responsabilità, definisce i principi alla base della conservazione e della valorizzazione del verde, cui si riconosce una funzione di interesse pubblico, e ha il merito di porre le basi per il rilancio di un patrimonio di grande valore. Un primo, piccolo passo, cui dovranno seguire documenti programmatici di ampio respiro e un piano di azioni concrete e scadenzate.

AR 118