AR 118 / Tematica

La lunga strada verso la definizione di un piano per la gestione degli spazi comuni e del verde urbano
Una città accessibile, giusta e accogliente è la risposta alle trasformazioni che stanno coinvolgendo la nostra società, nella quale il lascito della crisi economica si va a sommare alla crescente mobilità della popolazione e alla paura suscitata dai flussi immigratori e dalla minaccia terroristica. In questo contesto, la disponibilità di spazi pubblici di qualità, disponibili a tutti i cittadini, rappresenta una risorsa cui attingere per promuovere comunicazione e interscambio, creazione di comunità e senso di appartenenza, in un circolo virtuoso che può costituire una delle vie d’uscita alle complesse dinamiche sociali urbane. Il ruolo degli spazi pubblici è stato però purtroppo troppo spesso sottovalutato - a Roma come altrove in Italia - dalle politiche degli ultimi decenni che non ne hanno saputo e voluto cogliere l’importanza, demandandone frequentemente ai privati la progettazione e la gestione, rinunciando così a una regia e a una pianificazione che sapessero leggere la città come una rete, un organismo unitario e non una semplice sommatoria di parti. Non mancano esempi positivi, che però ormai risalgono a un passato non troppo recente: pensiamo al programma Centopiazze avviato dalla giunta Rutelli a partire dalla metà degli anni Novanta,

di Fabio Di Carlo

Architetto, professore associatodi Architettura del Paesaggio

Come altre città d’eccezione ma un po’ abbandonate, Roma è bella malgrado tutto. Malgrado i suoi cittadini e amministratori, i suoi detrattori, i suoi delinquenti e i diversi false friend. Forse i romani sono antropologicamente lontani da una consapevolezza e una visione dei propri paesaggi, come in una sorta di presbitismo da eccessiva vicinanza. Molti si preoccupano della sua pulizia e del degrado, del disagio sociale e delle sue manifestazioni, della sua ecologia, dell’ambiente e altro. Ma pochi pensano a un’evoluzione di Roma attraverso i paesaggi, che invece oggi sono consumati da tutti, sono erosi dall’uso al pari di un centro commerciale. Perfino la cinematografia spesso la riduce a immagini stereotipate, da cartolina: un po’ slabbrata e sporca, ma con un grande fascino. Un false friend appunto, come lo è molta pubblicità che ne utilizza gli scorci come fondali quasi finti.

In una società in profonda e continua trasformazione, nella quale le città hanno ri-assunto un significativo ruolo di attrazione, la riflessione sugli spazi pubblici e sul verde urbano, sulla loro funzione e sui loro usi diviene centrale e non più differibile. La città è un organismo complesso, all’interno del quale spazi pubblici e verde costituiscono il tessuto connettivo, i luoghi nei quali e attraverso i quali si snoda la vita cittadina, si creano legami, si realizzano incontri, si costruisce il senso civico e di appartenenza, si manifesta la società. È qui che si incontrano le generazioni,
di Domenico Cecchini
Architetto e urbanista

All’inizio del secolo, nel loro volume L’epoca delle passioni tristi, gli psichiatri francesi Miguel Benasayag e Gérard Schmit ci spiegarono come e perché dall’idea futuro come promessa si sia passati a quella del futuro come minaccia. Un passaggio che ha generato molto dolore, soprattutto tra i giovani, immigrati e no, e soprattutto nelle periferie metropolitane. Da allora l’esperienza del dolore non è diminuita. È aumentata, di molto. Il modo in cui ci occupiamo degli spazi pubblici delle nostre città non può prescindere dalle cronache che viviamo.
di Marco Sangiorgio
Direttore Generale CDP Investimenti SGR

Parlare di rigenerazione urbana significa affrontare un tema il cui significato è in continua evoluzione. Partendo dalla classica interpretazione, con la quale si designano i programmi di recupero e di riqualificazione del patrimonio immobiliare alla scala urbana, puntando a garantire qualità e sicurezza dell’abitare sia dal punto di vista sociale che ambientale, si arriva alla concezione di interventi volti alla rifunzionalizzazione del patrimonio edilizio preesistente, limitando il consumo di territorio, salvaguardando il paesaggio e l’ambiente, ed escludendo interventi unicamente volti a demolizione e ricostruzione a fini speculativi. Le prime azioni di rigenerazione sono storicamente nate al fine di salvaguardare le periferie, specialmente quelle più degradate. Oggi il concetto di periferia è mutato: non si trovano più esclusivamente ai confini esterni delle grandi città, ma si rileva la presenza di numerose aree dismesse, spesso caratterizzate dalle connotazioni negative afferenti il concetto di periferia, anche in zone centrali delle città,

SUK - Superkilen, 2012, Copenhagen
BIG Architects, Topotek1, SUPERFLEX
Superkilen è un masterplan nel quartiere di Nørrebro, a Copenhagen, ideato e sviluppato da BIG Architects in collaborazione con i paesaggisti di Topotek1 e gli artisti visivi di SUPERFLEX. Vincitore di un bando indetto dal Comune di Copenhagen assieme all’associazione Realdania, mirato al miglioramento degli standard di vita e più in generale alla riqualificazione di questo distretto dalla forte matrice multiculturale e teatro di sporadici episodi di violenza, Superkilen può definirsi un progetto a più mani non solo per il coinvolgimento di tre diverse realtà professionali, ma soprattutto per il contributo dei cittadini. Tramite canali mediatici e sociali, i residenti sono stati contattati per suggerire funzioni ed elementi di arredo urbano da inserire nel masterplan; un vero e proprio processo di partecipazione dal basso, sfociato nell’inserimento di oggetti di vita quotidiana provenienti da 57 nazioni (ossia il numero delle comunità etniche di Nørrebro), tra cui dissuasori da marciapiede dal Ghana,

di Nicolò Savarese
Architetto e urbanista

La Biennale dello Spazio Pubblico - nata nel 2011 da una felice intuizione di Mario Spada e lanciata allora dalla Sezione Lazio dell’Istituto Nazionale di Urbanistica - è arrivata quest’anno alla sua quarta edizione. Che cos’è la BiSP1? Difficile classificarla: un contenitore di eventi di tutti i tipi, seminari, convegni, mostre, proiezioni video ed altro ancora; ma al di là della rappresentazione che la BiSP ne dà, lo spazio pubblico costituisce un - forse il - tema centrale per la vita delle comunità urbane e per la forma della città, passata, presente e soprattutto futura. Questo ne ha determinato, sino ad oggi, il successo. Chi ne sono i promotori? La Biennale non ha ancora una sua fisionomia giuridica, ma si fonda sull’accordo programmatico di cinque soggetti istituzionali: l’Istituto Nazionale di Urbanistica e il Consiglio Nazionale degli Architetti PPC con le rispettive articolazioni territoriali (INU Lazio e Ordine degli Architetti PPC di Roma e Provincia) e dal Dipartimento di Architettura dell’Università Roma Tre, che l’ha sempre ospitata.
di Silvia Cioli
Architetto

Le iniziative di cittadinanza attiva rappresentano una risorsa preziosa per una città dal territorio esteso come Roma. Vi sono oltre 200 realtà dove i cittadini si sono “rimboccati le maniche” ed hanno recuperato aree verdi abbandonate, incolte, di risulta, nella città storica e in periferia, per restituirle all’uso di tutti come spazio pubblico: chi prende spunto dall’orto/giardino per lavorare con i disabili, chi per reinserire lavoratori in mobilità, chi per l’autoproduzione o l’educazione ambientale, chi per fare un presidio contro la speculazione edilizia, chi per creare un’oasi di relax, per decoro o semplicemente per coltivare. Le città, entità complesse e fragili al tempo stesso, sono fatte in gran parte da spazio pubblico: strade, piazze, giardini, parchi e, in particolare nel caso di Roma, anche dalle grandi aree verdi periurbane dettate dalla sua forma urbis. Gran parte di queste aree sono prive di manutenzione e, per l’abbandono, vanno perdendo senso: non sono più agro romano, non sono ancora città ma un grande arcipelago che alterna isole urbane dense e diradate1.

L’immaginario di New York è da sempre legato ad una elevatissima concentrazione e densità di persone, affari, scambi, eventi, architetture che ne hanno fatto la quintessenza della condizione metropolitana e di un paradigma per lo sfruttamento della congestione.La storia urbanistica di New York ha visto fin dalla sua origine una relazione controversa e complementare tra metropoli e natura: se da una parte la griglia di Manhattan dimostra la propria indifferenza alla topografia esistente e alla natura, ponendo le basi per la straordinaria densità newyorkese, Central Park e Coney Island sono gli spazi necessari

“[...] questa prodigiosa città riunisce tutti i primati. Qui il caso non ha prodotto nulla, ha distrutto soltanto; ciò che rimane in piedi è sempre stupendo, così come ogni frammento è venerabile, e del caos delle rovine traspare la norma originaria, riaffacciatasi nelle nuove, grandiose forme di chiese e palazzi”.

J.W. Goethe: Viaggio in Italia, Firenze, 1980, p. 451

Attraverso l’interpretazione del rapporto storia-natura, possono essere ritrovati o scoperti alcuni valori e significati peculiari di una città come Roma e di un territorio come quello che la circonda. Perché questo possa realizzarsi occorre però che siano nuovamente possibili sensazioni, visuali, modi e tempi di conoscere e di essere, meditazioni, scoperte, quali quelle che in epoche passate hanno sollecitato l’interesse, gli studi, la particolare attenzione da parte di intellettuali e ricercatori, la curiosità e il piacere dei visitatori e degli stessi romani. Un insieme di cose che riemergono oggi come esigenze culturali ed esistenziali di un nuovo rapporto tra città e natura, tra passato e futuro, tra individui e gruppi.

Desideriamo una città in cui sia possibile muoversi anche in modo non meccanizzato, ma soprattutto silenzioso (a piedi, in bicicletta), in cui si possa entrare e uscire attraverso belle strade e “porte”, come accade ancora percorrendo via Aurelia antica, via di porta S. Sebastiano, via Latina; come potrebbe accadere percorrendo nuovi viali e strade-parco.

di Christiana Czaran de Sepros Cerruti
Architetto
* Call Tematica

Nella progettazione degli spazi urbani, analisi e osservazione del contesto, definizione dei bisogni e individuazione dei possibili cambiamenti sono componenti fondamentali da considerare nell’obiettivo di dare vita a luoghi veramente capaci di rispondere alle esigenze dei loro fruitori e di essere in alcuni casi strumenti e fulcro di rigenerazione. La realtà romana presenta numerosi spazi pubblici inutilizzati, che divengono fonte di degrado e sui quali è opportuno intervenire recuperandoli all’uso loro proprio. In molto casi i comitati spontanei e l’associazionismo, promuovendo la partecipazione dei cittadini e il loro coinvolgimento, sono in grado di fornire risposte concrete con interventi mirati anche di piccola portata che restituiscono alla collettività preziosi spazi di vita comune. “Il Giardino dell’Orto” è l’idea per un progetto di recupero e valorizzazione di un’area in stato di degrado all’interno della Villa Comunale Fabio di Lorenzo (ex Villa Narducci), nel Municipio II. Il parco si sviluppa su una collina identificata come area verde di tipologia C; l’area, solo parzialmente aperta alla cittadinanza, ospita una sede AMA, una Asl, un consultorio, un centro di igiene mentale e un centro vaccinazioni; sono presenti inoltre un asilo nido comunale, un centro anziani, uno spazio giochi, un complesso sportivo, un’area per cani e una sala cittadina del II Municipio, a disposizione dello stesso, dei cittadini e delle associazioni di quartiere. Attualmente l’area è in parte utilizzata e vissuta quotidianamente, mentre in parte versa in forte stato di abbandono e degrado, priva di strutture e mal frequentata durante le ore serali. La proposta progettuale ripensa gli spazi esistenti, proponendo un intervento di rigenerazione e riqualificazione dello spazio pubblico e del verde urbano attraverso la realizzazione di un orto urbano con funzioni educative, sociali e ricreative.

BARCELLONA, IL CASO STUDIO DELLA SUPERILLA (SUPERBLOCCO)

di Chiara Farinea
Architetto, urbanista e dottore di ricerca, responsabile dei progetti europei dello IAAC
e Mathilde Marengo
Architetto e dottore di ricerca, coordinatrice accademica e professore allo IAAC

Il design urbano svolge un ruolo fondamentale nel sostenere le esigenze dei cittadini, in particolare quando si concentra sullo spazio pubblico, teatro dello svolgersi della vita comune. Gli spazi pubblici di una città, le sue strade e le sue piazze, incarnano i flussi delle interazioni umane. Questi spazi dinamici costituiscono una controparte essenziale ai luoghi della routine, del lavoro e della vita domestica. Ci sono esigenze profonde che lo spazio pubblico può aiutare a soddisfare, diritti umani che attraverso di esso possono essere protetti, e valori culturali che esso trasmette. Nel corso degli ultimi tre decenni, la città di Barcellona ha dedicato molte energie a rimodellare il proprio spazio pubblico, sviluppando, attraverso diversi interventi nel centro storico, sul lungomare e in periferia, un modello di rigenerazione urbana riconosciuto in tutto il mondo. Le sue trasformazioni hanno dato forma alla transizione dalla città industriale alla città basata su terziario e tempo libero, diventando un esempio per tutta l’Europa. 

di Franco Zagari
Architetto e paesaggista Ordinario di Architettura del Paesaggio

Dedico questa breve memoria a Vittoria Calzolari Ghio, un’assoluta protagonista della vicenda del paesaggio romano, scomparsa mentre ne scrivo le mie ultime battute. È ovvio che il nostro pensiero si estenda con commossa gratitudine anche al marito Mario e al figlio Francesco, una famiglia il cui impegno per la causa di una città civile è stato esemplare per tutti noi.

Riflettendo sul destino dei parchi a Roma ci rendiamo conto che in realtà stiamo interrogando un paesaggio del tutto nuovo, non tanto un oggetto guardato, ma un meraviglioso soggetto che guarda, ci rappresenta, ci giudica. A Roma, come è noto, tutto nasce, si atrofizza e muore nella sua Grande Bellezza. E così avviene anche per il verde, con la stessa sciatta grandezza e decadenza. Chi può ne gode passivamente come di un privilegio dovuto per nascita, un indicatore infallibile di agiatezza, un dono che in fondo è subìto ma non desiderato. E questo distacco, un po’ passivo, un po’ cinico, curiosamente vale per il privato come per il pubblico: del verde in fondo se ne parla poco, solo ogni tanto, o tutt’al più se ne canticchia, pensando magari ad altro: “… Era un ragazzo come noi… “.

di Francesca Sartogo
Architetto, presidente Eurosolar Italia

Lo spazio pubblico, caratteristiche e ruoli
Gli spazi pubblici sono gli elementi chiave nel processo di sostenibilità ambientale della comunità umana. Essi sono i luoghi e l’espressione dell’insediamento dell’uomo sul territorio, avvenuto gradualmente in armonia e in interdipendenza con l’ambiente e le sue risorse. Gli spazi pubblici sono luoghi che nascono dall’impianto stesso geomorfologico, idrogeologico e microclimatico del territorio: sono gli spazi esterni che ne costituiscono il tracciato (strade, viali alberati, piazze, marciapiedi, giardini, parchi, paesaggi fluviali, ecc.) ma sono anche spazi coperti (biblioteche, teatri, musei). In una classica città mediterranea il clima temperato permette di svolgere molte attività di comunicazione ed interrelazione sociale in spazi esterni, ricavati spesso nella struttura compatta della città stessa. Gli spazi esterni delle piazze, delle strade, dei vicoli, dei cortili dei palazzi pubblici, dei portici, dei cortili delle chiese, dei mercati, insieme con le corti delle case private hanno costituito per secoli un continuum pubblico-privato a disposizione del cittadino. Tale attitudine è molto

LINEE GUIDA PER IL PROGETTO DELLO SPAZIO PUBBLICO DI MANTOVA E SABBIONETA


di Paola Eugenia Falini
Ordinario di Urbanistica, Sapienza Università di Roma, Consulente scientifico del sito UNESCO “Mantova e Sabbioneta”, Direttore scientifico delle Linee Guida
e Patrizia Pulcini
Architetto, Specialista in Progettazione del Paesaggio, Coordinatore progettuale delle Linee Guida
*Call Tematica

Una fase di nuova sperimentazione sta interessando la progettazione dello spazio pubblico nel corso degli ultimi anni. Una fase nella quale i principi e le metodologie messe a fuoco negli anni precedenti hanno trovato importanti conferme ed approfondimenti ma in cui si sono fatte strada anche necessità di riconsiderazione generale delle pratiche precedentemente attivate con contributi di innovazione rilevante su gran parte dei temi coinvolti. In questo quadro di nuove formulazioni si evidenzia il riconoscimento crescentemente accordato allo spazio pubblico quale fattore qualificante la città ed insieme al suo ruolo determinante nei processi di rigenerazione urbana. Incentrata sulla nozione di spazio urbano come bene pubblico e al contempo come struttura relazionale primaria

di Monica Sgandurra

Architetto, paesaggista AIAPP - Associazione Italiana Architetti del Paesaggio - vicepresidente AIAPP LAMS

Un prato non ha confini netti, c’è un orlo dove l’erba cessa di crescere ma ancora qualche filo sparso ne spunta più in là, poi una zolla verde fitta, poi una striscia più rada: fanno ancora parte del prato o no?

tratto da Il Prato infinito in Italo Calvino, Palomar, 1983

Superfici omogenee o ambienti eterogenei, i prati sono spazi che nella nostra società occupano un ruolo importante nel paesaggio urbano: sono, per esempio, “un terreno di confronto strategico tra l’immagine collettiva della democrazia e i diritti individuali sulla proprietà” come li tratteggia George Teyssot descrivendo l’American Lawn, il prato americano, un prato per molti aspetti diverso dai nostri prati mediterranei, il “simbolo di armonia domestica che costituisce l’immagine pubblica della vita privata”, icona del popolo americano.

È comunque in Europa che originariamente queste superfici hanno accolto i cambiamenti culturali e sociali delle comunità, per uso, composizione, ruolo naturale, simbolico e produttivo, ed è sempre nel vecchio continente che questi spazi hanno avuto una funzione di catalizzatore all’interno del tessuto delle città.

di Marco Pietrolucci
Architetto, Dottore di ricerca in Composizione Architettonica e Progettazione Urbana
*Call Tematica

Premessa
Il fenomeno della crescita delle città e la conseguente trasformazione del territorio agricolo in spazio urbanizzato è un fenomeno di cui si discute da molti anni senza essere riusciti ad indicare una strategia di fondo che consenta di mettere in equilibrio dinamiche urbane e realtà rurali. C’è un bellissimo libro di R. Rogers, Città per un piccolo pianeta, che ha quasi vent’anni e che ancora descrive correttamente come le città possano tramutarsi da spazi di condivisione, di incontro e di scambio in agglomerati socialmente problematici, che consumano le risorse del pianeta e rendono la vita miserevole. Nonostante le profonde difficoltà ad accompagnare attraverso il progetto lo sviluppo delle città e dei territori urbanizzati, gli organismi urbani continuano ad essere il principale motore dell’economia sociale: consentono affrancamenti culturali e generano le nostre libertà, individuali e collettive,

AR 118