Non si tratta soltanto di considerare l’intero contesto urbano, senza frammentarlo in spezzoni e interessi settoriali, ma di guardare alla città come “bene comune”. […] Si parla ormai di bene comune a proposito del paesaggio e della conoscenza, del welfare e dell’acqua, e via elencando. Per un verso, questo è un uso retorico di una formula entrata nell’uso corrente. Ma, con un significato più forte, si indica sinteticamente l’esistenza di trame costituite da un insieme di connessioni tra beni, soggetti, diritti. In questi casi sono indispensabili procedure di decisione che tengano di questa molteplicità e che, in situazioni come quelle ricordate, consentano partecipazione e considerazione effettiva di tutti gli interessi in gioco. (Stefano Rodotà, Il valore dei beni comuni, la Repubblica, 05.01.2012)

Spesso, quando ci occupiamo di un tema specifico o stiamo ragionando su un progetto in corso, ogni cosa che casualmente incontriamo nel nostro quotidiano sembra riferirsi ad esso, quasi che la realtà intorno a noi - consapevole del nostro pensare - ci venisse in aiuto rafforzando la linea di pensiero che stiamo seguendo, fornendo a suo supporto spunti e nuove prospettive. È così che, a pochi giorni dalla scomparsa di Stefano Rodotà, si conferma l’intensità dei suoi ragionamenti politico-filosofici, mentre la sua definizione di bene comune - che così ben si adatta alla descrizione degli spazi pubblici - ci offre un’idea non astratta di ciò che deve essere la città. Si tratta di pensare al tessuto connettivo della città come a un bene comune accessibile a tutti, di cui tutti possano godere e da cui nessuno possa sentirsi escluso. Le aree pubbliche, difatti, costituiscono lo spazio della comunità e della coesione, sono espressione dell’identità storico-culturale e sociale delle comunità locali, sono il motore dello sviluppo sostenibile e della rigenerazione ambientale. Esse comprendono il sistema degli spazi urbani, delle piazze, delle strade; e il sistema dei parchi, delle aree a verde e delle aree incolte abbandonate e ri-occupate dai cittadini. Ora, ragionare sul sistema degli spazi pubblici a Roma apre a possibilità di analisi e a interpretazioni ampie ed eterogenee: consente di produrre letture distinte per approccio e per obiettivi e di separare (ma al tempo stesso sovrapporre), nella definizione di spazio pubblico, natura e società; consente di proporre visioni progettuali a grande e piccola scala; consente di riflettere sulle procedure e i tempi del progetto; consente di analizzare il ruolo dei cittadini e della “democrazia di prossimità” nella costruzione della città pubblica. Roma è ricca di passeggiate, parchi, giardini e ville storiche, cui si aggiungono nella fascia periurbana il verde rurale e i parchi agricoli; è ricca di piazze storiche, viali e lungofiume e di numerosi spazi destinati a standard nei quartieri formalizzati della periferia, che hanno prodotto nel tempo un significativo patrimonio collettivo. Si tratta di una trama urbana che, se ben progettata, gestita e governata può garantire un buon livello di qualità della vita dei cittadini, un equilibrio ambientale del funzionamento della città, la valorizzazione formale della sua struttura. I testi che presentiamo di seguito sviluppano letture interessanti e scenari progettuali che mettono in relazione storia e natura, periferie e sicurezza, possibilità di intervento dei cittadini; alcuni di questi, con lucidità, prospettano i “costi del non fare”, dello stare fermi, del non intervenire per la loro cura e la loro progettazione. Vorrei lasciare che sulla lettura del paesaggio della città, sul progetto del verde e della natura, sul racconto di quanto sta accadendo a Roma si esprimano gli autori colti e impegnati da sempre su questi temi che presentiamo in questo numero: soave ma incisivo, lo scritto di Franco Zagari propone visioni e sollecita all’azione; attuale e puntuale, lo scritto del 2012 di Vittoria Calzolari descrive gli aspetti sostanziali e singolari di Roma; esperienze concrete sono raccontate dagli scritti sugli orti urbani e sull’uso temporaneo degli spazi della città; da sottofondo lo scritto di apertura della Biennale dello Spazio Pubblico di Mimmo Cecchini che, a valle di una sintetica ma lucida analisi della nostra epoca, individua nell’accoglienza, nell’incontro e nella solidarietà i caratteri che dovrebbero essere alla base delle nostre azioni nel progetto della città. Solo per citarne alcuni. I tempi del progetto dello spazio pubblico e il ruolo della committenza In queste poche righe, invece, vorrei riportare alcuni ragionamenti relativi ai possibili modi di intervento e di governo del progetto degli spazi aperti della città emersi in occasione della Biennale dello Spazio Pubblico, supportata anche nella sua ultima edizione da questo Ordine degli Architetti. L’importanza della finalizzazione, e quindi della realizzazione, del progetto dello spazio pubblico diventa intrinsecamente evidente nel momento in cui ci si sofferma sull’aggettivo che lo definisce: pubblico, appunto. Insieme a Riccardo Petrachi - che molto ha lavorato nell’organizzazione della Biennale - abbiamo organizzato un seminario su questi temi, ponendoci un duplice obiettivo: da un lato individuare processi efficaci, in grado di rendere proficuo il rapporto tra amministrazione, cittadinanza e architetto e di arrivare alla realizzazione dello spazio pubblico; dall’altro, comprendere a fondo i ruoli del progettista e della committenza. Sono stati presentati e dibattuti diversi progetti realizzati cercando di capire come fossero state superate le inevitabili criticità processuali e come l’amministrazione, sempre coinvolta, avesse saputo risolverle. Strumentalmente, i processi che portano alla costruzione dello spazio pubblico sono stati articolati in base al soggetto promotore: committenza pubblica, committenza pubblico-privata, cittadinanza. Gli esiti del dibattito, per certi versi scontati, ma che è il caso di richiamare per evidenziare la complessità in cui l’architetto si trova a operare, sono riassumibili in alcune brevi considerazioni. Volontà politica e molteplicità del ruolo dell’architetto. Nei progetti promossi da una committenza pubblica - è il caso dei concorsi - l’architetto deve superare con la creatività del progetto e il governo delle soluzioni tecniche le inevitabili problematiche legate alla necessità di creare luoghi polifunzionali accessibili a tutti, operando al contempo per il contenimento dei costi. In questi casi è fondamentale il ruolo della committenza, ovvero la precisa e determinata volontà politica di realizzare un’opera. Un presupposto alla base del processo, che sembrerebbe naturale e sottinteso, ma che si rivela in molti casi debole e fragile: laddove i percorsi sono più lunghi del previsto, la volontà iniziale si perde nelle discontinuità amministrative. L’architetto dal canto suo si trova a doversi occupare non solo dell’architettura, spesso relegata ai margini del processo in termini di impegno complessivo, quanto piuttosto di economia, coordinamento generale, amministrazione e politica, comunicazione e gestione, andando spesso a coprire attività proprie della pubblica amministrazione. Architetto mediatore tra committenza pubblica e cittadini. Lungo è il processo dei progetti promossi dai cittadini che, in qualità di “esperti dei luoghi” da loro vissuti nella quotidianità, spesso sanno individuare le funzioni più utili alla comunità locale. È evidente che tali processi debbono essere guidati e che la volontà politica spesso si trova a confrontarsi con un apparato burocratico amministrativo che rende complessa l’attuazione di soluzioni logiche e veloci. Anche in questo caso il coinvolgimento dell’architetto è fondamentale: attitudine al progetto, conoscenza tecnica e procedurale e capacità di mediazione tra cittadinanza e amministrazione costituiscono elementi necessari per la riuscita della trasformazione. Usi temporanei come contributo al progetto di trasformazione. Vi sono, poi, alcune forme ibride di progetto che preludono alla trasformazione definitiva dello spazio pubblico. Si tratta di progetti promossi dalla committenza pubblica e privata che propongono interessanti modalità di gestione di spazi pubblici dismessi in attesa di riconversione. Questi spazi che, se non vissuti, sarebbero destinati al degrado e all’incuria in attesa del recupero ideale, possono invece essere dati in gestione ad associazioni che, utilizzandoli con scopi culturali e sociali, non solo li mantengano vivi, evitandone l’abbandono, ma consentano anche di verificare l’attitudine alle funzioni per loro previste e di verificare il loro potenziale di “riattivazione” sociale del quartiere. Si tratta di usi temporanei che, restituendo il bene alla comunità, possono fornire correttivi utili per riuscita sociale del progetto di recupero e rifunzionalizzazione programmato. Emblematico è caso della ex Caserma Guido Reni presentato in questo numero di AR. In sintesi, per realizzare il progetto è necessario che i ruoli dei diversi attori del processo siano chiari e che le procedure, poste in essere per il loro progetto e la loro costruzione, siano veloci ed adeguate, superando le difficoltà poste da un apparato burocratico e amministrativo che si muove più lentamente rispetto alla necessaria velocità di trasformazione della città. Solo una volontà politica forte può aiutare a superare questa discrasia.

Eliana Cangelli

AR 118