Alla Casa dell’Architettura è in corso un ciclo di conferenze dedicate a Giuseppe Perugini, Federico Gorio, Maurizio Sacripanti, Franco Minissi e Mario Fiorentinoz
di Massimo Locci

Alla Casa dell’Architettura è in corso un ciclo di mostre-convegno sugli architetti della scuola romana nati negli anni della prima Guerra Mondiale. A quelle su Giuseppe Perugini (1914-1995) e Maurizio Sacripanti (1916-1996) seguiranno Federico Gorio (1915-2007), Mario Fiorentino (1918-1982) e Franco Minissi (1919-1996). Queste personalità sono state protagoniste dell’architettura di allora, ma il loro messaggio è ancora attuale. Eppure sono relativamente poco noti ai giovani architetti e quasi dimenticati dalle facoltà di architettura; anche se la loro attività progettuale era inscindibile dalla pratica del cantiere e da quella dell’insegnamento. 

Non coinvolti nel Fascismo, durante gli anni della guerra si sono avvicinati ai problemi sociali e politici, che sono stati fondanti nella operatività successiva; questo approccio è sintetizzato nella “Dichiarazione di Principii” dell’Associazione per l’Architettura Organica (APAO), cui tutti aderivano: «La genesi dell’architettura contemporanea si trova essenzialmente nel funzionalismo […]. L’architettura organica è un’attività sociale, tecnica e artistica allo stesso tempo, diretta a creare l’ambiente per una nuova civiltà democratica.» Ne è conseguito un comune pensiero etico che è contro il primato del linguaggio e che sottolinea l’interdipendenza di tutte le componenti: culturali, sociali, economiche, spaziali, figurative. 

Opportunità progettuali e di confronto culturale sono nate con i tanti concorsi nazionali (tra gli altri, il monumento ai Martiri delle Fosse Ardeatine vinto da Fiorentino e Perugini), dall’esperienza dell’INA-Casa, dalla presenza fattiva di Adriano Olivetti a Roma come Presidente dell’Istituto Nazione di Urbanistica (INU) e dell’UNRRA-Casas, dalla fondazione dell’Istituto Nazionale di Architettura (In/Arch).

Con questa generazione l’Italia esce dall’isolamento culturale e affronta con nuova sensibilità linguistico-tecnologica la sfida della modernità. Sfuggendo dalle classificazioni e dalle tendenze, questi architetti hanno sviluppato autonomia dai dettami dogmatici e un contemporaneo interesse per la metodologia in progress; coniugando la funzionalità spaziale con il concetto di forma “a sviluppo aperto” si sono aperti ai nuovi indirizzi internazionali, al Team 10, alle megastrutture urbane, al Brutalismo.

Un altro dato generazionale è il tema dell’interdisciplinarietà e della sperimentazione in cui l’architettura, come afferma Maurizio Sacripanti, «non sia solo forma, apparenza, ma neanche esclusivamente pura necessità». Fondamentali sono, infatti, i rapporti con letterati, registi, artisti, sociologi, scienziati e informatici (per primi hanno promosso e sostenuto la progettazione con l’uso dei calcolatori elettronici). Nel dialogo si sostanzia un pensiero articolato, di opposizione a tutto ciò che è istituzionalizzato e di aspirazione alla concretezza dell’utopia. Attraverso le sperimentazioni concorsuali, l’insegnamento e gli scritti, la loro visione dell’architettura si è strutturata come un percorso nella complessità, agitando nel progetto anche dubbi, conflittualità, disarmonie.

Infine questa generazione, in anticipo rispetto al dibattito attuale, si è fortemente impegnata contro il disastro ecologico dell’urbanizzazione contemporanea, proponendo modelli eco-compatibili di sviluppo. L’obiettivo era creare luoghi d’identità plurima e architetture non mimetiche con il contesto, che di volta in volta fossero capaci di inventare un nuovo rapporto con il paesaggio, con i tessuti storici, con lo spazio pubblico. 

Immagini fornite da Casa dell’Architettura