di Pier Federico Caliari

Direttore dell’Accademia Adrianea Curatore del Piranesi Prix de Rome

Un tema delicatissimo, ancora scottante. La strada più bella del mondo torna ad essere oggetto di una consultazione pubblica 82 anni dopo l’ultimo celebre concorso bandito su quella stessa area, che per la prima volta rivedeva - tutti insieme - i grandi monumenti della Roma Imperiale. Allora c’erano Terragni, Libera, Moretti, BBPR, Ponti, Ridolfi, Foschini, Del Debbio. Oggi ci sono, tra gli altri, Chipperfield, Linazasoro, Consuegra, Paredes e Pedrosa, Amann Cánovas Maruri, Purini, Valle, Franciosini, Petrachi, Andriani, Tortelli e Frassoni, ABDR, n!studio. All’epoca non ci furono vincitori ma alcuni progetti rimasero nel tempo come autentiche icone del pensiero della modernità fascista in architettura. Oggi, diversamente da allora, una giuria si è espressa, ma analogamente a quel tempo lontano, è l’insieme dei progetti a dare sostanza di contenuto all’esperienza di ricerca e di progetto che ha animato il Piranesi Prix de Rome 2016 e la sottesa Call Internazionale di progettazione per Via dei Fori Imperiali.

Per capire l’atteggiamento culturale che sta alla base delle proposte progettuali dei partecipanti è importante comprendere gli antefatti di un dibattito mai sopito a partire dalla metà degli anni Settanta del secolo scorso. Le vicende di Via dei Fori Imperiali si possono riassumere in quattro fasi: una prima fase (1873-1924), lunga circa mezzo secolo, in cui il collegamento tra Piazza Venezia e il Colosseo è presente in tutti i piani regolatori di Roma Capitale. Una seconda fase, durata un ventennio, quello fascista appunto, in cui la strada è stata realizzata, con elevati costi sociali non facilmente risarcibili. Una terza fase, durata un decennio (1975-1985) in cui è stata progettata la sua demolizione. Infine la quarta, il secondo ventennio (1997-2016), in cui si è distrutta la sistemazione di Antonio Muñoz e parte di quella di Raffaele De Vico. Del 2001-02 è il vincolo ministeriale che ha permesso a Via dei Fori Imperiali di salvarsi.

Un doppio ventennio, quindi, in cui la costruzione e distruzione dell’impianto urbanistico monumentale degli anni Trenta della parte più significativa di Roma fa seguito a due opposte grandi narrazioni: la prima, ben ricostruita da Giorgio Ciucci (si veda la relazione storico-artistica di Giorgio Ciucci allegata al Decreto di Vincolo apposto dal Direttore Regionale del Lazio, Ruggero Martines, nel 2001-02), è costituita dal racconto urbanistico di Roma Capitale d’Italia, con i suoi atti amministrativi, i suoi progetti e la loro attuazione. La seconda, quella ispirata da Adriano La Regina, costituita sostanzialmente da alcuni episodi letterari accolti da un notevole successo presso un certo mondo della cultura del progetto e dell’archeologia, che sono stati narrati da Antonio Cederna, Leonardo Benevolo, Vittorio Gregotti, Francesco Scoppola e altri (si tratta di due celebri tomi - usciti nel 1985 e 1988 - denominati LSA, Lavori e Studi di Archeologia, pubblicati della Soprintendenza Archeologica di Roma, curati entrambi da Leonardo Benevolo, con la collaborazione di Francesco Scoppola per il secondo).

In questi anni, l’area urbana compresa tra Piazza Venezia e il Ludus Magnus è tornata ad essere un luogo senza progetto, e quindi senza un senso a livello di spazio pubblico, a cui non riesce a sopperire neppure la straordinaria presenza monumentale che ne definisce i confini. Come se ad un corpo fossero stati tolti gli organi interni e parte dello scheletro, causandone l’assenza di pregnanza all’interno e di compostezza e coerenza all’esterno. I confini, invece, ci sono e sono costituiti da quel collier che Muñoz aveva ricomposto, in una straordinaria compresenza sinottica nella quale, grazie al vuoto lasciato dal quartiere Alessandrino, i secoli tornavano a dialogare tra di loro. Contrariamente a quanto accade oggi, infatti, quando il giudizio sulle epoche non è più lecito e tutti i “documenti” sono da considerarsi di pari dignità, Antonio Muñoz, Gustavo Giovannoni, Corrado Ricci, Giacomo Boni e Rodolfo Lanciani tale giudizio lo hanno espresso e praticato, asportando completamente tutta la spessa trama di superficie - stratificatasi in 1.500 anni di storia - che si estendeva dalla Suburra alle pendici del Palatino e del Campidoglio. La Roma antica-moderna è quindi quella emersa da questo processo distruttivo guidato dall’invenzione di un paesaggio inedito, laddove per inedito non s’intende qui illegittimo, ma s’intende il prodotto di una ricapitolazione dei contenuti ri-fondativi di una città in quanto esito di un dibattito e di un ragionamento lungo sessant’anni. Oggi, non solo Via dei Fori Imperiali, ma l’intera Area Archeologica Monumentale di Roma è sottoposta a pesanti trasformazioni, dovute non solo agli scavi archeologici ma anche alla realizzazione delle nuove infrastrutture che, di fatto, l’hanno trasformata in un continuo cantiere del quale si fa fatica a vedere la fine. A ciò si somma una pressione turistica massiva e l’utilizzo della strada per manifestazioni di ogni genere (istituzionali, sportive, politiche, di costume). La necessità di intervenire con un progetto complessivo di sistemazione della Via e delle aree monumentali da essa servite, di implementazione di servizi al pubblico e di una nuova accessibilità e praticabilità del suolo archeologico, sono i motivi che hanno portato l’Accademia Adrianea a proporre questa consultazione pubblica avente per oggetto la riqualificazione e risignificazione di Via dei Fori Imperiali, muovendo innanzitutto dalla sua salvaguardia, considerandola, essa stessa, opera d’arte.

 

Alla Call Internazionale di Progettazione per Via dei Fori Imperiali, bandita dall’Accademia Adrianea di Architettura e Archeologia in collaborazione con l’Ordine degli Architetti di Roma nel quadro del Piranesi Prix de Rome 2016, hanno partecipato diciotto progetti più uno fuori concorso. Una partecipazione notevole a livello internazionale, considerando l’entry level del concorso, che prevedeva la formazione di team di progetto composti da docenti delle Scuole di Architettura italiane e straniere e da studi di progettazione di profilo internazionale. Questo, per ottenere un alto livello di scientificità - necessario per un tema così complesso e che solo l’università può offrire - unito ad un alto livello di esperienza professionale e all’impostazione multidisciplinare richiesta dal bando. Non solo progettisti quindi, ma anche museografi, paesaggisti, strutturisti, archeologi, storici dell’arte, artisti hanno dato vita a formazioni ricchissime sotto il profilo delle competenze.

I risultati scientifici sono in realtà ancora molto da decifrare e sottendono una riflessione dilazionata nel tempo. Questo, sia nel senso dei singoli progetti, sia in quello del corpus di idee e di proposte generate dalla Call nel suo insieme. Non solo i progetti premiati, infatti, hanno qualcosa da dire. Ci sono proposte che, anche se strategicamente hanno affrontato il tema prendendosi tutti i rischi sottesi ad un allontanamento dalle linee guida, sotto il profilo tattico - cioè delle risposte puntuali - hanno espresso soluzioni di notevole interesse. Se da una parte, infatti, molti dei progetti presentati si propongono come manifesti di architettura e quindi con un taglio decisamente dichiarativo se non utopistico, altri progetti sembrano aver deciso di aggiungere alla call un tema differente e aggiuntivo rispetto a quello proposto nel bando, ispirato dalla volontà di ridisegnare la tipologia dei Fori Imperiali “rinunciando” anche alla Via che li ha portati alla luce. 

La Commissione Scientifica, dal canto suo e nelle sue facoltà, ha voluto chiarire che Via dei Fori Imperiali fa parte di un palinsesto millenario in cui convivono sinotticamente episodi architettonici lontanissimi nel tempo e, allo stesso tempo, ha voluto confermare che la stessa è un segno consolidato, un atto ri-fondativo, con la sua doppia straordinaria prospettiva su Colosseo e Altare della Patria, esito ultimo di quella cultura architettonica dalla quale tutto il mondo occidentale ha imparato, quella del Rinascimento italiano, esemplificato dai dipinti urbinati della Città Ideale. Questa posizione è stata sicuramente discriminante nella valutazione finale dei progetti, e, in particolare, nei confronti di quelli che hanno sacrificato la Via e che, conseguentemente, non hanno potuto raggiungere la zona premi. Del resto il tema della consultazione era la riqualificazione e risignificazione di Via dei Fori Imperiali e non la sua demolizione.

Date queste premesse, e considerato che non può essere questa la sede per un’analisi approfondita ed esaustiva di tutti i progetti, per ragioni di sintesi cercheremo di ragionare principalmente sul tema che maggiormente rappresenta il bando nel rapporto tra archeologia e architettura, laddove le ferite lasciate dagli scavi dimostrano la problematicità di una visione della città dominata fino ad oggi unicamente dall’archeologia scientifica a danno sostanziale della qualità complessiva dello spazio pubblico. Il tema dominante è quello di Via dei Fori Imperiali che, assieme al suo problema - quello cioè della riqualificazione e risignificazione della sua realtà architettonica e del suo rapporto con la trama forense - è all’origine delle diverse strategie progettuali messe in campo dai gruppi in concorso. 

Il progetto di Franciosini e Petrachi, assai esemplificativo per la descrizione di una di queste, lo affronta stabilendo con il bando (e con Muñoz) un rapporto dialettico, collocandosi in una posizione borderline. La strada degli anni Trenta di fatto viene negata, ma allo stesso tempo mantenuta non solo nel suo asse visivo, ma anche con una sostanziale continuità di superficie calpestabile interrotta solo da un salto di quota in prossimità della pseudo Velia. E, mentre la strada di Muñoz viene ridotta ad una linea, lo spazio pubblico precedente gli scavi degli anni Novanta torna ad esistere mediante la proposta di una piastra, topologicamente perforata, che di fatto rinuncia alla restituzione dall’alto della continuità di percezione dell’impianto forense. Lo spazio pubblico pensato da Muñoz viene in gran parte riproposto in versione aggiornata, con l’implementazione delle connessioni di tessuto da est a ovest e alcuni elementi di interferenza rispetto all’assetto precedente, come la passerella di collegamento tra Villa Rivaldi e la Basilica di Massenzio, ad evocazione della quota della pseudo Velia, poi sbancata. Anche il tema del verde presente nella piastra di Muñoz torna ad essere un soggetto ineludibile che il progetto affronta con la chiarezza dell’ars topiaria classica, rappresentata con un’astrazione dagli effetti invernali. Franciosini e Petrachi, come del resto Dario Álvarez e Miguel Angel De la Iglesia, propongono una fruizione della quota archeologica in gran parte ipogea, con il problema di un’attenta progettazione dell’enorme intradosso di nuova realizzazione. I due progetti sono molto simili nella concezione, con la differenza che mentre Franciosini e Petrachi rinunciano alla conservazione del blocco del quartiere Alessandrino attualmente compattato sotto Via dei Fori Imperiali per offrire viste profonde e quasi senza soluzione di continuità del sedime forense, gli spagnoli lo conservano, opportunamente consolidato per una lettura stratificata del palinsesto.

Ed è proprio la questione della fruizione visiva e fisica della quota archeologica che determina altre quattro strategie di progetto: la prima è quella che, in parte annunciata dal bando, si pone in continuità con la proposta La Regina-Fuksas, elaborata ad inizio millennio e considerata come possibile dalla Commissione Volpe (Commissione Paritetica MIBACT - Roma Capitale, voluta dal Ministro Dario Franceschini e dal Sindaco Ignazio Marino con riferimento all’Area Archeologica Centrale. Presieduta da Giuliano Volpe, ha prodotto una relazione finale che è stata assunta come principale documento di riferimento della call). Si tratta in sostanza della soluzione del ponte-passerella che ha avuto declinazioni anche molto diverse tra loro. Dalla versione elegante e superleggera di Fera e Barata-Fernandes, a quella rarefatta di Daniela Esposito e Gabriella Colucci; dalle studiatissime soluzioni proposte da Franco Purini e Tommaso Valle (che concorrono con Adriano La Regina) e da Ricardo Mar con Maurizio Anastasi, alle perentorie, quasi militari, soluzioni degli spagnoli Ignacio Bosch e Carlos Campos e degli italo tedeschi Valeria Pezza e Uwe Schröder, di certa qualità architettonica, ma anche molto presenti nel paesaggio archeologico e monumentale mediante l’introduzione di gigantesche strutture reticolari. Tutte queste proposte sottendono una serie di interventi sull’esistente che mirano ad offrire inedita continuità alle piazze forensi, da una parte estrudendo le tracce più sensibili alla quota imperiale e dall’altra eliminando definitivamente i lacerti sopravvissuti del quartiere Alessandrino.

La seconda strategia, all’opposto, tende a considerare il palinsesto esistente e a conservare il terrapieno sottostante Via dei Fori Imperiali costituito dagli ambienti degli scantinati del quartiere Alessandrino. Si tratta di proposte che presentano un certo livello di concretezza e realizzabilità, sia sotto il profilo economico, sia sotto quello della lettura della stratificazione millenaria, che considera la soglia barocca come un alveolare esplorabile. Su questa ipotesi convergono sia i lavori di Galliani-Tortelli e Misino-Ferrini (n!studio), sia quello di Armando Dal Fabbro con Eugenio Vassallo, di Gianluigi Mondaini con ABDR e quello dell’Accademia Adrianea. In particolare, i primi due hanno proposto soluzioni omologhe in almeno due situazioni: il trattamento del volume della Via appoggiato sopra il sedime forense - che viene trattato mediante un “intaglio” della sua sezione finalizzato all’organizzazione di una trama ostensiva sulla verticale del cambio di quota - e la sistemazione del Tempio di Venere e Roma, con la ricostruzione del Viridarium Veneris et Romae allestito da Antonio Muñoz e inspiegabilmente distrutto intorno al cambio di millennio.

La terza strategia, che accomuna almeno quattro proposte di altrettanti gruppi internazionali con forte componente spagnola, è quella orientata principalmente a ridisegnare la trama dell’impianto tipologico delle piazze forensi. Anche in questo caso le proposte sono declinate con atteggiamenti diversi nei confronti dell’esistente. Posto che tutte quante tendono a liberare completamente il sedime delle cinque piazze imperiali dalle presenze archeologiche successive, sia post-rinascimentali sia moderne, i progetti di Emanuele Fidone e Bruno Messina con Ignacio Linazasoro, di Manuel Iñiguez con Alberto Ustárroz, di Fabio Fabrizzi con Paredes Pedrosa Arquitectos, e di Andrés Cánovas con Nicolas Maruri si sono espressi con modalità espressive e configurazioni architettoniche tanto diverse quanto interessanti. Questi ultimi, gli unici a mantenere la Via Alessandrina, comunicano attraverso un sofisticato dispositivo di montaggi spazio-temporali costituiti da frame evocativi del paesaggismo sette-ottocentesco di ispirazione romantica e da icone della cinematografia degli anni Cinquanta e Sessanta a soggetto romano. Iñiguez e Ustárroz sostituiscono il primo segmento di Via dei Fori Imperiali con un asse altrettanto rettilineo (ma con un diverso orientamento), che unisce l’Hadrianeum con il blocco dei Santi Cosma e Damiano restituendo un impianto planimetrico di notevole chiarezza la cui efficacia è intensificata da una qualificata elaborazione architettonica basata sostanzialmente sull’anastilosi. Mentre Fabrizzi con Paredes Pedrosa cerca di definire gli spazi di ciascuna piazza forense con strutture contenitive reversibili e traslucide, all’opposto Fidone e Messina con Linazasoro e Sánchez sviluppano volumetricamente le separazioni tra i diversi fori, con innesti molto presenti in serrata sticomitia con gli alzati monumentali. 

Strategicamente autonome sono, infine, le proposta di David Chipperfield con Alexander Schwarz e quella di Carmen Andriani con Guillermo Vázquez Consuegra. Quella del gruppo anglo-germanico (che comprende anche una componente italiana del Politecnico di Milano), se da una parte raccoglie la messianica speranza di Leonardo Benevolo circa la realizzazione di un parco archeologico romantico d’ispirazione goethiana, (senza tuttavia dover rinunciare a Via dei Fori Imperiali), allo stesso tempo costituisce un’inversione di paradigma rispetto al dominio dell’archeologia imposto dalla seconda narrazione ispirata da Adriano La Regina. La proposta di ricoprire parzialmente l’archeologia mediante raccordi topografici, e di riunire tutti gli elementi del palinsesto sotto una coltre continua di terra e verde apre in effetti una prospettiva inaspettata e affascinante, con un considerevole livello di pregnanza. Andriani e Consuegra, con Valter Scelsi, propongono dal canto loro una capillare protezione delle rovine, e allo stesso tempo una gigantesca e diffusa sala ipostila realizzata attraverso la reiterazione di un’esile struttura in profili metallici e cristallo che costituisce, anch’essa, un ribaltamento di paradigma nel grande tema della protezione archeologica. Niente grandi luci né megastrutture, ma una texture continua di pertiche verticali e telai orizzontali in una serrata sticomitia con le tracce del mondo antico.

I risultati della Call Internazionale di Progettazione per Via dei Fori Imperiali

La Commissione scientifica, composta da diciotto membri e presieduta da Angelo Torricelli e Giuliano Volpe, ha assegnato tre primi premi ex aequo ai gruppi Roma Tre + 2TR Studio (coordinatori Luigi Franciosini e Riccardo Petrachi), Università La Sapienza di Roma + Studio Valle (coordinatori Franco Purini e Tommaso Valle) e Università di Stoccarda + David Chipperfield Architects Berlin (coordinatori Alexander Schwarz e Martin Reichert). 

Ha inoltre assegnato tre menzioni ex aequo e una segnalazione. Le prime al Politecnico di Milano + Tortelli e Frassoni Associati (coordinatori Gianfranco Galliani e Giovanni Tortelli), all’Università di Genova + Vázquez Consuegra Arquitecto (coordinatori Carmen Andriani e Guillermo Vázquez Consuegra) e all’Università di Firenze + Paredes Pedrosa Arquitectos (coordinatori Fabio Fabrizzi e Ignacio Pedrosa) e la seconda all’Università Politecnica delle Marche + ABDR (coordinatori Gianluigi Mondaini e Paolo Desideri).