È in prima linea per il no al referendum sulla riforma costituzionale, anche per la salvaguardia del nostro patrimonio artistico. «La riforma prevede tra le altre cose di affidare la promozione alle Regioni, mentre la valorizzazione resterebbe allo Stato. Ora, al di là del gap semantico, per cui difficilmente si potrà distinguere tra le due aree di competenza, mi pare evidente che si continui ad andare verso un’unica direzione, quella del patrimonio come strumento di crescita non culturale ma del Pil». Così Tomaso Montanari, storico dell’arte, professore all’Università Federico II di Napoli, vicepresidente di Libertà e Giustizia, racconta la sua visione della tutela. A partire dal celebre no all’invito a fare l’assessore alla cultura di Roma. «Solo perché non sono romano e non credo agli assessori di ventura, specie se alla cultura. Devi essere un pezzo di quella comunità». Professor Montanari, ci aiuta a fare il punto sulle emergenze nella Capitale dal punto di vista della tutela?
«La vera emergenza sta nella conservazione quotidiana, il punto vero è progettare quella che il ministro Urbani chiamava “conservazione programmata”, che è diverso dai grandi interventi di restauro. Interventi che rischiano di essere radicali, con monumenti puliti in modo violento. “Alla manutenzione, l’Italia preferisce l’inaugurazione” scriveva Leo Longanesi nel 1955 e oggi è ancora più vero. La politica “culturale” dei grandi eventi rende inimmaginabile che un ministro o un sindaco trovino conveniente annunciare una campagna di manutenzione ordinaria, troppo grigia. E anche gli sponsor difficilmente decidono di farsi carico della conservazione ordinaria appunto».

In effetti dal punto di vista dello sponsor è comprensibile che si preferiscano operazioni come quella sostenuta da Bulgari per la Scalinata di Trinità dei Monti.

«Che però portano a paradossi quali l’idea da parte dell’azienda di mettere una cancellata in piazza di Spagna come se fosse di loro proprietà. Guardi che non ce l’ho con l’azienda che ha fatto un gesto meritorio, ma con chi consente questo tipo di operazioni».

Certo che l’episodio recente dell’Elefantino del Bernini vandalizzato in piazza Minerva sembra dar loro ragione…

«È il sintomo del fatto che il problema è più profondo e riguarda, cioè, l’idea stessa della conservazione e della cura quotidiana degli oggetti, che è uscita dal nostro orizzonte mentale di cittadini. Manca la consapevolezza della responsabilità che ognuno di noi ha della tutela del patrimonio. Non servono cancellate, serve la conoscenza».

E della gestione del Colosseo cosa ne pensa?

«Prima di tutto che ne è stato fatto un uso troppo politico. A partire dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi che, da un lato, bacchetta i sindacati per due ore di sciopero lecito e annunciato e, dall’altro, consente a Diego Della Valle di organizzare all’interno del Colosseo una festa privata che lo ha reso inaccessibile per più di due terzi nell’orario di apertura anche a chi aveva prenotato. D’altronde siamo di fronte a Luigi Covatta, già sottosegretario ai Beni culturali, che definisce il Colosseo così come è: “un inutile dente cariato”. E dunque si investono 18,5 milioni di soldi pubblici per realizzare un’arena al suo interno. Una cifra dissennata, specie se si pensa che fino all’emergenza terremoto per la messa in sicurezza di tutto il patrimonio artistico italiano erano stati stanziati appena 26 milioni. Credo che il dato si commenti da sé. Dietro all’idea dell’arena c’è una logica puramente commerciale. Finirà come il teatro di Pompei con il concerto di Elton John e i biglietti a 370 euro, non propriamente un prezzo popolare. Chi comanda non sono più i diritti, ma il capitale».
Che opinione si è fatto invece dell’Art Bonus?
«L’Art Bonus è un timido inizio sulle cifre, intanto perché non è vero che non esiste un tetto, come sostiene il ministro Dario Franceschini, e, se così fosse, dovrebbe intervenire il Ministro dell’Economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan per il mancato gettito. 
In Francia la deduzione fiscale arriva a un miliardo l’anno, noi siamo ancora intorno alla decina di milioni di euro. È un provvedimento meritorio che dunque va incoraggiato, ma questo Governo ha l’abitudine un po’ fastidiosa di annunciare gli inizi come arrivi. C’è poi un difetto grave che per me ha l’Art Bonus e, cioè, essere pensato solo per le imprese. In Italia se un privato cittadino vuole fare una donazione non sa come fare. Il modo c’è, ma non è comunicato a sufficienza. Il Louvre ha un programma di raccolta fondi per i restauri attraverso donazioni individuali che funziona benissimo e che si chiama “Tous mécènes”, in cui sono i privati cittadini a fare donazioni, tra l’altro defiscalizzate. Questo è il punto: “tutti mecenati”». 

È solo un passaggio culturale o è anche importante dal punto di vista della tutela?

«Da noi è tutto pensato per il ritorno mediatico, ma pulire la fontana di Trevi la renderà solo più fragile, nessuno si occuperà della manutenzione fino alla prossima operazione in cui le si darà una bella “passata di carta vetrata”. Per il Colosseo hanno utilizzato il laser, un metodo che è al centro di forti discussioni in ambito scientifico, su cui non si hanno ancora certezze».

Eppure l’articolo 9 della Costituzione («La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione») a lei molto caro, dice altro. Quando abbiamo iniziato a scambiare la tutela con la valorizzazione?

«Sotto il primo Governo Craxi, quando l’allora Ministro del Lavoro Gianni de Michelis, intervenendo a un convegno sulla valorizzazione del patrimonio storico-artistico organizzato a Firenze dal Pci, disse: “le risorse economiche necessarie alla conservazione non ci saranno mai, finché non ne viene evidenziata la valorizzazione economica”.
Da allora il bene culturale viene concepito come convenienza economica che deve ‘guadagnarsi’ la sua stessa conservazione. Nacque così la sciagurata dottrina dei beni culturali come ‘petrolio d’Italia’. Ad aggravare la situazione c’è uno Stato debole, soprattutto rispetto all’entità del patrimonio». 

Lei è stato tra i più fieri oppositori della riforma Franceschini. Alla prova dei fatti ne è ancora convinto?

«Più che mai. Il terremoto che ha colpito il centro Italia ne è stata la prova provata. Dopo il sisma di agosto non solo non si sono puntellati i monumenti, ma non si è portato via nemmeno il patrimonio mobile, ovvero capolavori di pittura, pale d’altare, scultura e oreficeria che ora, dopo la scossa di ottobre, giacciono ancora sotto le macerie causando il disastro artistico più grande della storia della Repubblica. Siamo arrivati al punto che il sindaco di Matelica Alessandro Priore ha chiesto e ottenuto dal commissario Vasco Errani l’autorizzazione a spostare le opere d’arte sotto le macerie. Una misura che certifica la fine della tutela italiana, basata sulla necessità di un intervento tecnico. È come dire che siccome il Ministero della Sanità è allo sbando e i medici non arrivano, allora i sindaci possono operare i casi disperati. È questo il risultato della riforma Franceschini, una riforma concepita in odio alle Sovrintendenze, su mandato di un Presidente del Consiglio che ha scritto che “soprintendente è la parola più brutta del vocabolario della burocrazia”. Ci ricordiamo che fu Dario Franceschini a chiedere le dimissioni dell’allora Ministro Bondi quando crollò un muro a Pompei? Lui cosa dovrebbe fare di fronte a questo disastro epocale? In Umbria, dopo la riforma, c’è un solo archeologo, un solo storico dell’arte. Eroici».

Un altro tema caldo è quello del silenzio-assenso voluto dalla Legge Madia.

«Una pratica barbarica, un segnale incontrovertibile che si cancellano le leggi e gli organi della tutela per poter poi asfaltare materialmente l’ambiente in tutta tranquillità. E, analogamente, si staccano dal territorio e si finanziano solo alcune eccellenze come i super musei, condannando a morte il 90% di ciò che non potrà mai produrre rendita, ma solo civilizzazione». 

Succede anche a Roma?

«Vuole un esempio? Il MiBACT si è appena preso le Scuderie del Quirinale, in comune accordo con il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. È un sintomo interessante, fossi il Sindaco di Roma qualche obiezione l’avrei posta. E poi, naturalmente, ci sono i tanti musei della Capitale come il Pigorini, il Barracco, le altre collezioni comunali in stato di quasi abbandono».

C’è una valorizzazione sostenibile della dimensione culturale?

«Intanto dobbiamo tornare a essere cittadini e non consumatori, almeno in campo culturale. Gli avvenimenti recenti dimostrano il contrario. Prendiamo il caso del presunto Caravaggio di Brera che ha portato le dimissioni di Giovanni Agosti. È successo che il direttore di Brera ha scelto, concordando con i privati e non con il suo comitato scientifico, di dare per certa un’attribuzione alla Giuditta come di Caravaggio. È la dimostrazione che i musei, che dovrebbero essere intesi come centri di ricerca votati a educare alla conoscenza, sono ormai considerati luoghi di intrattenimento piegati alla logica del mercato e dunque obbligati ad attrarre pubblico anche facendo leva sul marketing più sfacciato. Ed è per questo che oggi i nostri musei ospitano di tutto. Alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, per venire alla Capitale, puoi scegliere che personaggio essere. L’ultima mostra ai Fori al Palatino è una mostra privata. È questo quello che vogliamo da un museo pubblico italiano? E vale la pena mantenerlo con le tasse di tutti, è un servizio pubblico?».

Che consigli darebbe a Paolo Berdini che a Roma fa l’Assessore all’Urbanistica?

«Paolo è bravissimo, non ha bisogno dei miei consigli, di lui ci possiamo fidare. L’unica cosa che gli direi è di non avere paura, di continuare a dire e fare le cose in cui crede».