Vezio de Lucia, uno dei più grandi urbanisti italiani, ripercorre le tappe del progetto di Cederna sulle vestigia di Roma Antica, dall’eliminazione di Via dei Fori imperiali voluta da Mussolini fino alle famose domeniche pedonali. Una visione della tutela basata su un obiettivo ambizioso quanto imprescindibile: far diventare l’archeologia una componente vitale della città.

A vent’anni dalla scomparsa di Cederna, può essere utile ricordare il suo contributo al progetto per i Fori e l’Appia Antica. Può ripercorrerne brevemente le tappe? 

«Antonio Cederna è stato un indiscusso protagonista del Progetto Fori Appia Antica messo a punto tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta. Ci tengo a chiarire che il nucleo centrale del progetto riguarda lo smantellamento della Via dei Fori Imperiali che unisce piazza Venezia al Colosseo. 

Ma cominciamo con un po’ di storia. Fino agli anni Venti il paesaggio dell’area archeologica centrale era totalmente diverso, il Colosseo non era visibile come oggi da piazza Venezia. Dov’è ora la Via dei Fori Imperiali, e sopra i resti dei Fori di Traiano, Augusto, Nerva, Cesare, del Tempio della Pace, si trovava un grande quartiere cresciuto dopo la caduta dell’Impero romano. A ridosso della basilica di Massenzio, si alzava la collina della Velia (che raccordava l’Esquilino al Palatino) sovrastata dallo splendido giardino di Palazzo Rivaldi. Tutto ciò venne spazzato via negli anni Trenta da Mussolini affinché da Palazzo Venezia si ammirasse il Colosseo. Per celebrare la continuità tra Impero romano e regime fascista volle un tracciato “dritto come la spada di un legionario”. Fu distrutto un immenso patrimonio: cinque chiese, palazzi e case per migliaia di vani, e gli abitanti furono deportati nelle borgate appositamente costruite nell’agro romano. Appena riportate alla luce, le rovine furono sepolte sotto la nuova via dell’Impero, l’odierna Via dei Fori imperiali. Da allora, il più importante complesso archeologico del mondo è spaccato in due da un assurdo nastro d’asfalto. Tutto ciò Cederna lo racconta con indignazione e ironia in Mussolini urbanista, suo libro del 1979 che vale la pena rileggere». 

Come ha avuto inizio il progetto che comunemente viene oggi definito come “il sogno di Antonio Cederna”? 

«Leonardo Benevolo, nel volume del 1971 Roma da ieri a domani propose per primo di eliminare le trasformazioni urbanistiche incongrue realizzate dopo l’Unità. L’idea di riportare alla luce i Fori imperiali fu ripresa da Adriano La Regina, soprintendente archeologico dallo straordinario spessore culturale e scientifico, sostenuto dal sindaco Giulio Carlo Argan e soprattutto da Luigi Petroselli, sindaco che sostituì Argan nel 1979. Cederna aderì al progetto con grande entusiasmo (e con lui Italo Insolera) scrivendone sul Corriere della Sera poi su La Repubblica e il progetto fu condiviso da gran parte degli intellettuali romani e nazionali. La più compiuta descrizione del “sogno di Antonio Cederna” sta nel suo disegno di legge per Roma capitale, presentato alla Camera nel 1989 quando era deputato della sinistra indipendente». 

Ce lo può riassumere? 

«È descritto con grande chiarezza il programma per rinnovare Roma, articolato in tre punti. Il primo è il Progetto Fori, che continua extra moenia lungo l’Appia Antica. Il secondo riguarda il trasferimento dei ministeri dal centro alla periferia orientale, nell’allora famoso SDO, il Sistema direzionale orientale, per liberare il centro storico dalle attività congestionanti e lasciarvi solo le funzioni di alta rappresentanza istituzionale (Presidenza della Repubblica, Parlamento e poco altro). Il terzo riguarda il potenziamento del trasporto pubblico su ferro sotterraneo e in superficie. Proposte tutte ancora attuali, ma ancor più interessante è la relazione che accompagna il testo di legge, che dovrebbe essere diffusa nelle scuole e nelle università». 

Poi cosa accadde? 

«Una parte del Progetto Fori fu realizzata grazie alla determinazione e allo zelo di Petroselli. Fu smantellata la via della Consolazione che separava il Campidoglio dal Foro romano. E mi piace ricordare le parole di Petroselli: “vorrei passare alla storia come un sindaco che ha demolito una strada, non come quello che l’ha inaugurata”. Il Comune deliberò poi l’eliminazione del piazzale posto fra il Colosseo, l’arco di Costantino e il resto del complesso Foro-Palatino, ricostituendo l’unità Colosseo-Foro Romano-Campidoglio e la continuità dell’antica via Sacra. L’elaborazione del progetto fu accompagnata dall’esperienza delle domeniche pedonali lungo la via dei Fori all’inizio del 1981 e continuò nelle domeniche successive, con crescente partecipazione popolare, nello stesso clima festoso dell’Estate Romana di Renato Nicolini. Petroselli sosteneva che il rapporto con la memoria storica, con la romanità, non doveva essere privilegio della classe colta ma dell’intera collettività. “Mi sento tranquillo se la conservazione diventa un valore popolare - diceva - il che è possibile solo se la storia diventa un patrimonio vissuto collettivamente”».

Un buon inizio, poi? 

«Petroselli fu sindaco solo due anni, dal 1979 al 1981. Con la sua morte il Progetto Fori è stato di fatto accantonato. Ministri, sindaci, giornalisti continuano a evocarlo e parlano del “sogno di Antonio Cederna”, ma di quel progetto non resta nulla. Perché, alla fine, in un modo o nell’altro, sono tutti d’accordo nel conservare la via dei Fori Imperiali». 

Ha avuto occasione di valutare i progetti vincitori dell’ultimo Piranesi Prix de Rome dedicato a Via dei Fori Imperiali? Se sì, qual è la sua opinione in proposito?

«Da quanto ho visto i premiati non sanno nulla dell’originario Progetto Fori che d’altra parte è stato obliterato dalla cultura istituzionale promotrice del concorso. Si è fatta tabula rasa e si ricomincia ignorando i contributi di Cederna, Benevolo, La Regina, Insolera e via di seguito».

Ma secondo lei è ancora attuale? 

«Fare dell’archeologia una componente vitale della città contemporanea è un obiettivo di grande attualità. Non ci sono ragioni per non riprendere l’idea originaria del Progetto Fori. I Fori di Traiano, Augusto, Cesare, Nerva, il Tempio della pace diventano cinque inedite piazze pedonali. “Uno spazio sublime”, lo definì Benevolo. L’archeologia non è più un ambito recintato, estraneo alla vita contemporanea, ma ne diviene parte essenziale. Un progetto che continua extra moenia nel parco dell’Appia Antica fino ai piedi dei Colli Albani. Insomma, per rispondere alla sua domanda, dico sì, il Progetto Fori può e dev’essere ripreso». 

Lei si è espresso più volte contro la pratica della valorizzazione, volta esclusivamente all’utile economico. Eppure il tema delle risorse non è eludibile. Come trovare un punto di equilibrio? 

«Non ho nulla contro la valorizzazione. Ben vengano valorizzazione e utile economico. Il punto è che il fine essenziale del patrimonio è formare cittadini colti e consapevoli, cioè liberi. Tanto meglio se l’azione educativa produce anche reddito, soprattutto attraverso il turismo. Ma la produzione del reddito non può venire prima della tutela, cioè prima delle garanzie di conservazione del patrimonio. Il patrimonio non è nella nostra disponibilità, ne siamo solo custodi in nome e per conto delle future generazioni. Le tragiche vicende del terremoto fra Umbria e Marche dimostrano che c’è stato un deficit nella tutela di quel prezioso patrimonio, forse per aver privilegiato interventi di valorizzazione. Vorrei sbagliarmi». 

È il caso del Colosseo? 

«Sì, è anche il caso del Colosseo, il monumento più visitato d’Italia, dove si stanno investendo 18 milioni di euro per rifare un’arena che può essere utilizzata solo per un numero esiguo di spettatori. O per spettacoli televisivi. Non è una spesa dissennata?». 

Nel libro che ha scritto con Francesco Erbani, Roma disfatta, si fa un’analisi impietosa dello stato in cui versa la capitale. «È una città a pezzi, per rendersene conto basta uno sguardo distratto. A maggior ragione un’analisi più approfondita rivela un contesto urbano sfibrato e disgregato, un agglomerato cresciuto senza regole in cui gli abitanti, svuotando il centro, si spostano verso aree esterne prive di identità e di connessione». Da dove si può ripartire? 

«Erbani ed io denunciamo in particolare la smisurata crescita del territorio urbanizzato. Dal 1971 la popolazione di Roma è sostanzialmente stabile, è aumentata fino all’inizio degli anni Ottanta, senza mai raggiungere i 3 milioni, poi è iniziato un lento declino, con un recente lieve recupero. Se si è arrestata la crescita demografica, ha invece subito un’impennata l’aumento dello spazio urbanizzato che continua senza freni a livello patologico. Nel 1961 gli ettari urbanizzati erano circa 12.500, oggi sono oltre 50.000. Una città così sparpagliata - quindi a bassissima densità - non può disporre di adeguati servizi scolastici, sanitari, commerciali. Né può essere servita da una rete metropolitana o da un decente sistema di trasporto su gomma. Qui si pone una questione di uguaglianza, non tutti i romani godono evidentemente degli stessi diritti. Tutto ciò è la conseguenza della scelta del Comune di rinunciare alla strada maestra della pianificazione territoriale. Credo che come primo passo per invertire la rotta si dovrebbe tracciare una grande linea rossa tutt’intorno allo spazio urbanizzato. Un confine insormontabile oltre il quale non si possa più costruire nulla. Sarebbe un bel segnale di cambiamento». 

Intanto una linea rossa è stata tracciata sulle Olimpiadi, ovvero sulla candidatura di Roma per i giochi del 2024. 

«Sono assolutamente d’accordo. Bisogna tornare all’ordinario, le Olimpiadi avrebbero solo portato ulteriori problemi. E, tanto per sfatare un luogo comune, è bene ricordare che le Olimpiadi del 1960 non furono quella meraviglia tanto decantata oggi, bensì una della cause del disordine urbanistico della città».