AR 116 / Tematica

di Virginia Rossini

La gestione del patrimonio ruota intorno a tre aspetti distinti, tra loro strettamente collegati: tutela, conservazione e valorizzazione. Secondo il “Codice dei beni culturali e del paesaggio”, la tutela garantisce la protezione e la conservazione dei beni, con il fine della pubblica fruizione; la conservazione attua lo studio, la prevenzione, la manutenzione e il restauro dei beni; la valorizzazione promuove il patrimonio culturale, basandosi sulla sua conoscenza, con l’intento di una sua migliore fruibilità. I tre aspetti sono strettamente connessi tra loro e andrebbero auspicabilmente considerati in chiave sistemica per raggiungere, presumibilmente, i migliori risultati: la tutela del patrimonio si attua attraverso la sua conservazione, mentre la relativa valorizzazione, promuovendone la fruizione presso un pubblico attento, potrebbe desumere quell’indotto economico, utile al relativo reinvestimento per la manutenzione dei beni stessi. Tale visione sistemica di tutela, conservazione e valorizzazione del patrimonio presupporrebbe un tipo di gestione basata su di una politica economica e sociale capace di investire fondi, aggiornare gli strumenti legislativi e riformare la macchina amministrativa.

di Laura Ricci

Ordinario di Urbanistica presso Sapienza Università di Roma, Consulente Generale del Comune di Roma per il Nuovo PRG ’08 dal 1994 al 2012

I principi informatori

Il PRG della Città di Roma (PRG ‘08) è stato approvato nel febbraio del 2008, dopo oltre quarant’anni di vigenza del PRG del ‘62, ad esito di un lungo processo di pianificazione che, avviato nel 1994, ha consentito di mettere a fuoco e di attuare progressivamente la strategia urbanistica complessiva di integrazione e di riequilibrio urbano e metropolitano che ne costituisce il motivo ispiratore. 

di Michele Trimarchi

Professore di Economia della cultura presso L’Università degli Studi di Bologna 

Quanto conta il sistema culturale italiano? Il dilemma aleggia su convegni, discussioni e proclami d’ogni genere, soprattutto alberga scomodo nella vita quotidiana delle istituzioni e delle organizzazioni attive in campo culturale. Ora, anche immaginando di avere già risposto alle questioni cruciali (che cosa è lecito o possibile considerare “culturale”? come accettare che le tasse di molti sostengano il diletto di pochi?) molto rimane da chiarire.

Lunghi anni di interventi legislativi emergenziali e contraddittori, di stasi passiva e lamentosa da parte dei professionisti della cultura, di disattenzione nei confronti del paradigma economico e sociale emergente (in cui la cultura potrebbe svolgere un ruolo di fondo irrinunciabile) hanno consolidato la percezione condivisa di uno stato di emergenza permanente nel quale è sempre più complicato elaborare strategie, identificare orientamenti, costruire strumenti tecnici, scommettere su obiettivi specifici. Questa difficoltà è accentuata da alcune sacche di fragilità che segnano da tempo la cultura italiana,

di Daniele Manacorda

Ordinario di Metodologie della Ricerca Archeologica 

presso l’Università Roma Tre

Ci sono due modi di guardare i siti archeologici: uno diacronico, che li scruta nelle loro evoluzioni, fatte di cambiamenti e persistenze, e uno sincronico, che ne individua una fase, nella sua totalità quando possibile, e ne mette in luce modi di uso e funzioni. La prima privilegia la storia, cioè il tempo, la seconda l’antropologia, cioè l’organizzazione della vita umana. Noi abbiamo bisogno di entrambe le ottiche, che non sono in conflitto, anche se ciascuna di loro ha bisogno delle sue procedure.

La ricerca archeologica in città è stata accompagnata nei secoli da queste diverse pulsioni e qualche volta si è fatta strumento delle più varie aspirazioni: il risultato è stata una continua trasformazione della forma urbana prodotta da una miriade di interventi di diversa scala, che hanno aperto scenari complicati - per non dire imbarazzanti - dove gli antiquari o gli archeologi di turno hanno svolto alternatamente la parte dei carnefici e quella delle vittime.

Anche oggi, se gli archeologi possono presentarsi alla ribalta dei paesaggi urbani con le carte a posto per quanto riguarda i metodi dell’indagine e la capacità di produrre conoscenze comprensibili e condivisibili, non per questo gli esiti delle modalità di conoscenza archeologica delle città si presentano serenamente sui loro diversi palcoscenici. Se oggi siamo in grado di rispondere con pertinenza, in termini sia di metodi sia di strategie, alle domande relative alla conduzione degli scavi, non per questo sono a disposizione risposte univoche e condivise circa il perché degli interventi archeologici in città e le motivazioni che li muovono e li legittimano. Resta sempre aperta la domanda circa l’apporto positivo o negativo, e comunque conflittuale, che essi danno alla città moderna e, innanzitutto, alla sua forma, intesa come strumento di qualità della vita.

Il Gruppo Cassa depositi e prestiti (Cdp) gestisce attraverso le proprie società specializzate nel real estate un patrimonio immobiliare distribuito sul territorio italiano la cui superfice supera i 2 milioni di metri quadrati. Gli immobili, localizzati nei principali capoluoghi, sono interessati attualmente da un percorso di valorizzazione che il Gruppo Cdp porta avanti in coordinamento con le municipalità interessate: si tratta di immobili o aree di provenienza militare o civile, di grandi dimensioni, che una volta rifunzionalizzati sono destinati in alcuni casi a cambiare in modo sostanziale la distribuzione delle varie funzioni urbane a Milano, Roma, Torino, Firenze, Bologna, Venezia, ecc. 

di Giovanni Tortelli, Roberto Frassoni

GTRF Architetti Associati

Solo da pochi anni si assiste a un rinnovato interesse dell’Architettura nei confronti dell’Archeologia, un tema per il quale i grandi maestri del ‘900 ci avevano lasciato la consapevolezza dei limiti dell’architettura a “rappresentare un’assenza”, ed è da questi presupposti, qui in Italia, che si gettano le basi per un serio confronto tra archeologi e architetti, per una progettazione consapevole, con l’obiettivo di realizzare, come frutto del confronto, architetture che conservano ma anche, e soprattutto, “rivelano”.  Valorizzare i resti archeologici significa quindi cucire e riannodare relazioni perdute e solitamente “nascoste”, renderle esplicite attraverso un linguaggio riconoscibile nella contemporaneità, realizzando architetture capaci di ricomporre ed evocare le parti mancanti di un frammento.

di Rita Paris

Direttore archeologo nella Soprintendenza Speciale per il Colosseo, il Museo Nazionale Romano e l’area archeologica di Roma

«Tra i grandi protagonisti della Roma moderna c’è sempre stata la Via Appia Antica»
Italo Insolera, Roma moderna (nuova versione ampliata con la collaborazione di Paolo Berdini, 2011)

L’idea di un grande Parco Archeologico dal Campidoglio, attraverso i Fori e il Palatino, fino alla via Appia, la più insigne delle vie pubbliche romane, era già nel sogno di Napoleone per Roma, all’inizio dell’Ottocento. L’Appia, infatti, conservava ancora numerosi monumenti, fonte di ispirazione per uomini di cultura dal Rinascimento in poi, miniera ricchissima per gli scavi archeologici. Ma la storia per un parco archeologico inizia nel 1887 con la legge del 14 luglio 1887 n. 4730 e la “Commissione Reale”, promossa da Ruggero Bonghi e Guido Baccelli, presieduta da Giuseppe Fiorelli,

I segni del passato, presenti in maniera piuttosto uniforme sia nella zona centrale sia nei territori periferici della Capitale, fanno di Roma uno scenario unico nel rapporto e nella convivenza con le vestigia storiche. Tale situazione si ripropone, seppur a una concentrazione e a una scala diversa, in altre realtà più o meno estese del bacino mediterraneo, interessate dalla presenza diffusa di reperti archeologici ricollegabili a svariate civiltà ed epoche.

L’intento dei prossimi articoli è, dunque, quello di offrire spunti di riflessione sul tema della relazione quotidiana, stratificata e complessa con l’archeologia e i resti del passato. Gli esempi in seguito illustrati sottolineano il lavoro svolto da professionisti esperti nel trattare l’archeologia e i reperti storici in maniera celebrativa e fruibile nel breve e nel lungo termine; si noti come buona parte di questi siano stati coinvolti anche nel recente Piranesi Prix de Rome e nella relativa call per Via dei Fori Imperiali. Le architetture esposte evidenziano, in taluni casi, un approccio più conservativo e, in altri, una maggiore predisposizione verso gli elementi di innovazione.

di Paolo Martegani

* Call Tematica

Il coinvolgimento emotivo è il tramite tradizionalmente usato per potenziare l’interesse verso le vestigia del passato, favorendo la percezione dello “spirito del tempo” emanato da quanto lasciato nei siti storici e archeologici da chi li ha abitati in precedenza. Ma anche per valorizzare luoghi monumentali che sono stati testimoni di un’epoca e/o di eventi importanti.  A questo fine si sono utilizzati mezzi, progressivamente resisi disponibili, capaci di creare suggestioni. Le luci delle torce e delle fiaccole a olio sono tra i più antichi, ma hanno trovato largo impiego anche stimoli uditivi quali suoni, musica e voci umane. Recentemente hanno aggiunto espressività le videoproiezioni, talvolta gli ologrammi e ora le potenzialità del digitale rese disponibili dall’informatica. Per realtà aumentata (in inglese augmented reality, abbreviato AR), o realtà mediata dall’elaboratore, si intende l’arricchimento della percezione sensoriale umana mediante informazioni, in genere manipolate e convogliate elettronicamente, che non sarebbero percepibili con i cinque sensi (V. Di Bari, P. Magrassi, 2015 weekend nel futuro, Edizioni Il Sole 24 Ore, Milano 2005).La realtà aumentata integra quindi gli elementi fisici con elaborazioni digitali presenti in internet, abbinando all’esistente reale dei contenuti virtuali che trovano applicazione anche nella valorizzazione e promozione del patrimonio culturale. È possibile accedere all’AR da strumenti di uso comune, quali i telefoni cellulari; tra i diversi livelli di

di Andrea Bruschi

Nel II secolo d.C. Ostia Antica e Portus erano i caposaldi del sistema portuale della Roma imperiale. L’enorme porto di Claudio e quello di Traiano, con il suo straordinario bacino esagonale, configuravano un complesso apparato infrastrutturale cui era interconnesso il centro amministrativo di Ostia, oggi Ostia Antica, eccellente esempio di città romana ben conservata. La via Flavia stabiliva il legame fra i due poli attraverso l’Isola Sacra e segnava l’affaccio sul Mediterraneo della caput mundi. Il declino della Roma imperiale ha in seguito comportato la separazione fra i due centri logistici, ma la struttura

“Dove l’arte ricostruisce il tempo”, ricostruzione di una basilica paleocristiana nel parco archeologico Le Basiliche, 2016, Manfredonia (FG) Edoardo Tresoldi e Francesco Longobardi

Colonia romana a partire dal 194 a.C., l’antica Siponto era uno dei principali porti della seconda regione (Regio II) della Roma augustea. Oggi, nella provincia di Foggia, precisamente nel parco archeologico Le Basiliche a Manfredonia, lo scenografo Edoardo Tresoldi ha firmato un’opera permanente dal nome “Dove l’arte ricostruisce il tempo”, con la cooperazione di Francesco Longobardi, progettista e direttore dei lavori. Obiettivo dell’intervento la ricostruzione di una basilica paleocristiana e la contestuale protezione, fruizione e celebrazione dei resti archeologici, tra cui i mosaici a pavimento. Per l’occasione, è stata realizzata una struttura che ricrea le forme della chiesa a partire da una maglia metallica elettrosaldata; in tutto 4.500 metri quadrati per 7 tonnellate. Questo intervento, costato 900 mila euro, rientra nel progetto di restauro e riqualificazione del sito archeologico di Siponto, gestito dal Segretariato Regionale MIBACT per la Puglia e dalla Sovrintendenza Archeologica della Puglia e finanziato con fondi strutturali pubblici del Programma Operativo Interregionale (3,5 milioni di euro totali per il periodo 2007-2013). Quest’opera, alta 14 metri, rievoca la geometria della basilica nella sua ultima fase evolutiva. La chiesa, ripartita in tre navate,