Come anticipato nell’articolo generale “Servizi a Roma”, in questo momento storico il tema delle infrastrutture sportive è uno tra i più caldi nell’agenda politica dell’Amministrazione capitolina e, di riflesso, di quella nazionale. In questo quadro, la candidatura di Roma per le Olimpiadi del 2024 riveste un ruolo di primo piano. Se da un lato Giovanni Malagò e Luca Cordero di Montezemolo, rispettivamente Presidente del Coni e Presidente del comitato promotore dei Giochi Olimpici Roma 2024, caldeggiano fortemente questa soluzione, dall’altra la neo sindaca Raggi tiene un low profile, sottolineando come la giunta non abbia alcun pregiudizio a riguardo e mantenga un atteggiamento di apertura al dialogo.

Tuttavia, Roma non vive di sole Olimpiadi. O meglio, per pensare in grande deve altresì riflettere sul proprio patrimonio e agire per gradi: censire le strutture esistenti e in fieri, valutarne il grado di efficienza, stabilire un budget di intervento e suddividerlo sulla base di una scala di urgenza. Chi ci ha già, in parte, pensato in ambito nazionale è il Codacons, che ha effettuato uno studio sulle infrastrutture incompiute. Basandosi sull’ultimo dato disponibile dell’Anagrafe delle opere (risalente al 2014), l’associazione ha segnalato la presenza di ben 868 interventi incompleti in tutto il Paese, che hanno comportato uno spreco complessivo per le casse dello Stato pari a 4 miliardi di euro e che, qualora venissero completati, imporrebbero un investimento di ulteriori 1,4 miliardi.

In questo contesto, Roma si è - suo malgrado - aggiudicata il “record assoluto dello spreco” con la Città dello Sport, firmata Santiago Calatrava. L’opera, i cui lavori sono iniziati nel 2005 in occasione dei Campionati mondiali di nuoto del 2009, non ha mai visto l’alba per problemi legati a ritardi nelle tempistiche e a un dietro front delle sponsorizzazioni private. Le ripercussioni sono state evidenti sia da un punto di vista architettonico-paesaggistico, essendo rimasta allo stato di scheletro strutturale prossimo alla ruderizzazione, sia a livello di bilancio, dati i costi dell’operazione in sé sommati alle spese per la delocalizzazione delle piscine presso il Foro Italico (e relativa messa a punto di quest’ultimo); secondo le stime Codacons, si parla di oltre 607 milioni di fondi pubblici. Nel recente passato è ventilata l’ipotesi di tramutare la Città dello Sport in un polo universitario con spazi per la didattica, aree espositive e auditorium. Con la successiva candidatura capitolina ai Giochi Olimpici, si è fatta strada l’idea di non stravolgerne la destinazione, bensì di integrare la funzione sportiva alla filosofia universitaria, creando un polo multifunzionale dinamico, compatibile con la realtà dei tempi che viviamo. Ad oggi è tutto in sospeso.

Campo Testaccio si trova in una condizione ancora peggiore. Primo stadio della società calcistica AS Roma, venne costruito nel 1929 su progetto dell’ingegnere Silvio Sensi, che si ispirò al modello inglese. Demolito durante gli anni Quaranta, è stato ricostruito in tono minore nel 2000 sotto la giunta Rutelli. La struttura si è poi ritrovata penalizzata dal rilevamento dei resti di una villa romana, scoperti in occasione degli scavi per la realizzazione di parcheggi sotterranei. Un ritrovamento che ha imposto uno stop ai lavori, sfociato in un conflitto tra il costruttore e il Comune di Roma, poi risolto nel settembre 2015 con la sentenza del Consiglio di Stato che ha riassegnato l’intera area al Campidoglio. Sentenza che non ha tuttavia impedito l’avanzare del degrado. La struttura, già da tempo chiusa al pubblico per effetto dei ritrovamenti, è diventata teatro dell’incuria e dell’illegalità, con reperti archeologici abbandonati, alloggi abusivi e cumuli di immondizia. Nell’ultimo periodo, Campo Testaccio è stato oggetto sia di una bonifica, sia di promesse (politiche) per un suo rilancio. Entrambe le operazioni si sono tuttavia rivelate una strumentalizzazione mediatica fine a se stessa, che non ha prodotto alcun cambiamento in positivo in un quartiere già di per sé penalizzato dall’assenza di centri sportivi.

Rimanendo sempre in tema di architettura storica in stato abbandono, un caso simile è quello vissuto dallo Stadio Flaminio firmato da Pier Luigi e Antonio Nervi, autori rispettivamente del progetto strutturale e architettonico. Inaugurato nel 1959 come tempio dello sport nel cuore di Roma, si trova sul sito del vecchio stadio nazionale, costruito nel 1911 da Marcello Piacentini. Oggi è al centro di un contenzioso tra il Comune di Roma e il Coni, reo secondo il Campidoglio di non aver provveduto all’opportuna manutenzione negli ultimi anni e della conseguente inagibilità della struttura (come evidenziato da una perizia condotta su incarico della settima sezione del Tribunale di Roma).

Il campo di gioco risulta infatti inadatto all’attività sportiva (il rugby): le gradinate, le curve e le tribune sono in stato di degrado. Piscina e spogliatoi si trovano in una situazione precaria, così come l’impianto termico e di scarico. La struttura lamenta inoltre un’impermeabilizzazione inefficiente, che causa infiltrazioni. Il Presidente del Coni Malagò ha promesso di porre fine a questa situazione, con il proposito di inglobarlo nel programma olimpico nel caso in cui la Capitale venga selezionata come sede dei Giochi. Durante l’ultimo periodo elettorale, sono state avanzate ulteriori proposte per una sua riqualificazione, tra cui quella di recuperarlo e venderlo a un club calcistico della Serie A e quella di indire un concorso internazionale di architettura per il rilancio della struttura e delle aree limitrofe, in particolare creando un dialogo con il vicino Auditorium di Piano. Ancor più recente l’idea di Federsupporter, associazione a tutela dei sostenitori sportivi, di farne “la casa” dei tifosi della SS Lazio. Le idee non mancano, non vi è alcun dubbio rispetto all’intento comune di riqualificare il Flaminio; tuttavia, complice anche lo stallo in tema di Olimpiadi, ad oggi persistono ancora troppi punti interrogativi. Durante la perizia, è stata fatta una stima dei costi per i lavori di messa a norma delle strutture, che comporterebbe un esborso di 5,9 milioni di euro. Nessuno però parla di budget disponibile, tempistiche ed eventuale destinazione d’uso. Intanto il degrado avanza.

Sebbene il quadro sia completamente diverso, anche il progetto dello stadio dell’AS Roma vive in una situazione analoga. Il progetto di Dan Meis sorgerà a Tor di Valle, in sostituzione dello storico ippodromo, e prevede il coinvolgimento della joint venture tra due imprese di costruzione: Eurnova (società gestita da Luca Parnasi, proprietario di alcuni terreni su cui sarà edificato) e Gruppo Pizzarotti. Oltre all’infrastruttura sportiva che accoglierà 60 mila posti e occuperà 978 mila metri cubi, verranno edificati un business park, tre grattacieli a firma Libeskind e altrettanti ponti. A questi si aggiungerà un consistente intervento di mobilità, che prevede il rifacimento dei collegamenti tra via del Mare e via Ostiense, la costruzione di un raccordo autostradale e di una stazione della metropolitana.

La nuova giunta capitolina, inizialmente più propensa a una riqualificazione degli stadi già in essere, ha affermato che il protocollo, essendo già stato valutato e approvato dagli uffici comunali prima del suo insediamento, dovrebbe ora passare nelle mani della Regione Lazio. Tuttavia, come evidenziato nelle riunioni tra assessorato romano all’Urbanistica e Atac, persistono alcuni dubbi sullo “sfioccamento” della metropolitana, che dovrebbe portare circa il 50% dei tifosi allo stadio attraverso la linea B. Ulteriori perplessità vengono portate alla luce da Italia Nostra, associazione per la salvaguardia e la conservazione dell’ambiente e del territorio in Italia. In primis sulla localizzazione: Tor di Valle è stata classificata come area di esondazione nel Piano di Assetto Idrogeologico della Regione Lazio. Inoltre, è una zona non ancora invasa da una massiccia ondata di cemento e, con il suo ecosistema, è al centro di un progetto di valorizzazione dell’ansa del Tevere promosso dal WWF e approvato dal Municipio IX. La costruzione dello stadio e delle strutture annesse comporterebbe una cubatura invasiva, che potrebbe dunque alterare gli equilibri naturali. A queste riflessioni se ne aggiunge un’altra, di natura architettonica. L’inserimento di tre grattacieli andrebbe - probabilmente - a minare l’identità di Roma quale città orizzontale.

Nonostante l’impasse attuale, tutto lascia pensare che il progetto andrà avanti sia per lo stato di avanzamento del processo di pianificazione, sia per l’indotto che potrebbe generare per l’intera città. Si parla infatti di un investimento privato da parte della AS Roma pari a 1,6 miliardi di euro, di cui 500 milioni destinati alla costruzione dello stadio, 625 al business park e 400 milioni per i lavori di urbanizzazione.