di Massimo Locci

La storia di questa casa nella campagna romana è del tutto singolare. Il committente Nicola De Risi, segretario dell’IN/Arch fin dalla fondazione (nel 1997), per celebrare il suo pensionamento dall’istituto, decide di promuovere a sue spese un concorso internazionale con un tema del tutto inedito: “Nuovi modi di abitare la campagna”. Si chiede un progetto innovativo ma concreto, che rispetti tutte le normative urbanistiche ed edilizie vigenti.
Una giuria d’eccellenza, tra le molte interessanti proposte pervenute, sceglie il progetto di Sergio Bianchi con la collaborazione di Elisabetta Straffi, Enrico Bianchi, Gaia Mingoli, Valeria Menculini, Caterina Finocchi, Pietro Fiorentini, Marco Lorio, Paola Porretta, Tommaso Fersini. Meglio di altri, questa proposta si rapporta in maniera critica con il contesto, per complementarietà e per differenza, ponendosi, ora in una condizione di sospensione formale, che si lega perfettamente con le valenze paesaggistiche, ora di assoluta diversità rispetto al costruito circostante: un agglomerato sparso di banali case unifamiliari. Da subito è apparsa un’architettura che vive di altri universi, registra i cambiamenti del gusto internazionale, vuole rappresentare una relazione con la ricerca contemporanea.
L’iniziativa riveste, infatti, significati plurimi: tra i più rilevanti, vuole ribadire il valore etico del confronto progettuale, procedura ancor più valida se si considera che i promotori sono privati. Non meno significativo è sostenere «le ragioni dell’architettura contemporanea ed il suo diritto a esistere e a integrarsi anche in un contesto rurale».
Nicola De Risi, scomparso nel 2015, non era solo un committente illuminato e appassionato dell’architettura moderna, ma credeva fortemente nell’innovazione e nell’energia propositiva dei giovani, in cui individuava un anti-dogmatico atteggiamento empirico, che s’interroga sulla relazione tra regola e deroga, tra teoria e sua applicazione, tra analisi del contesto e sua trasformazione. In sintesi voleva e ha ottenuto un’opera fondata sul rapporto empatico ed espressivo con il luogo. Trasparente e leggera, articolata e aperta verso lo spazio esterno, proiettata sul paesaggio con volumi levitanti, terrazze a lastra ed esili brise-soleil, la casa di Bellegra non passa inosservata.
L’oggetto architettonico, nonostante l’apparenza “futuribile” e la spettacolarizzante immagine high-tech, in verità presenta una forte relazione con le preesistenze naturali e antropiche: il nuovo volume abitabile rispetta/valorizza le condizioni orografiche, la morfologia e i materiali sostanzialmente ricalcano l’esistente. La casa, sul limite tra Natura e Artificio, sembra non gravare sul suolo e dialoga con il paesaggio geografico nel suo insieme, con i versanti boschivi, con i centri storici arroccati. Da lontano, viceversa, si percepisce come un elemento di misura e un inserto prezioso del/nel territorio. Costruita in pietra e acciaio, con grandi sbalzi e lastre sospese per liberare lo spazio, la casa di Sergio Bianchi trova parentele indirette con le eleganti soluzioni di Rudolph Schindler e di Richard Neutra.
Il progetto esprime una forte volontà di innovazione negli aspetti compositivi e formali, nelle forme primarie disaggregate, nelle dinamiche stratificazioni che si riflettono anche nelle componenti bioclimatiche e costruttive, come evidenzia lo studio maniacale di ogni dettaglio tecnico-strutturale. Ribaltando la sezione, in modo da minimizzare il contatto con il suolo, l’intervento consente il naturale ruscellamento delle acque; inoltre gli ambiti sottostanti le terrazze panoramiche offrono adeguati spazi ombreggiati, contrasti tra luce e ombra, pieni e vuoti irregolari, senza dover aggiungere ulteriori elementi.
Nicola De Risi nella sua casa ha fortemente voluto che «luce, acqua ed energie che piovono a terra vengano utilizzate per alimentare e nutrire il suolo, che la copertura fosse attivata da pannelli fotovoltaici e da un macro-pergolato, in modo da filtrare la radiazione solare e creare un ambito protetto a terra per il lavoro all’aperto».
Nonostante il grande impegno (economico, progettuale e operativo) e l’assegnazione di vari premi (Ala Assorchitetti, Capocchin, RomArchitettura), l’opera non è stata mai del tutto completata; tantomeno ha trovato un acquirente disposto a finirla. Personalmente ritengo che il suo impegno meriti una risposta fattiva da parte degli amministratori, dei progettisti e dei costruttori illuminati; bisogna evitare che divenga un rudere, dando ragione a chi a suo tempo l’ha osteggiata o non ha capito il valore di questa operazione, visionaria ma concreta. Si potrebbe farne un centro di studi/foresteria per appassionati di paesaggio, o ipotizzare di smontare la parte più rilevante in acciaio e ricostruire il volume altrove, magari in un parco urbano a Roma, per dare una sede al suo tanto amato IN/Arch. L’oggetto, consapevolmente artificiale e non mimetico, sarebbe anche qui un inserto prezioso nella natura.


Immagini di Enrico Bianchi,
courtesy Studio BAGS