Negli ultimi anni la nostra città e anche il Paese hanno vissuto una crisi straordinaria, il mondo come lo abbiamo conosciuto fino a ieri non è cambiato, semplicemente non esiste più. Sono scomparsi i protagonisti del mondo dell’imprenditoria, sono cambiate le regole del lavoro, si sono dissolte le reti di protezione e i riferimenti della professione; tutti noi, ognuno al proprio livello, ci troviamo a camminare su un filo in equilibrio sempre più precario. Avvicendamenti generazionali, cambiamenti nella struttura sociale, innovazioni tecnologiche, ricerche di nuovi equilibri economici e geopolitici rendono gli anni in cui viviamo straordinariamente interessanti, ma la coscienza di trovarci per la prima volta dal dopoguerra davanti a una crisi non congiunturale ma strutturale genera un senso di inquietudine diffusa. Lo studio in cui lavoro da circa trent’anni esiste, con alterna fortuna, da circa ottant’anni al punto che questo mestiere appassionante e totalizzante ha caratterizzato fortemente le nostre vicende familiari. In questi 30 anni la nostra professione è cambiata radicalmente perdendo progressivamente dignità e rilevanza sociale e gran parte delle capacità di interpretare e rappresentare la società in cui viviamo. Ricordo che nelle vecchie riviste italiane del dopoguerra nel presentare le opere degli allora giovani architetti italiani (più tardi diventati maestri) si poteva leggere “svolge un’attività completa nel campo della progettazione architettonica ed urbanistica”. Chi di noi oggi potrebbe definire cosi la propria attività? La disabitudine al disegno, che costituiva l’unico strumento di controllo e definizione in tempo reale della progettazione, l’avvento di computer, programmi e stampanti da un lato ha fornito nuove enormi possibilità di verifica e rappresentazione, dall’altro ha creato una soluzione di continuità all’interno dell’atto progettuale che non si svolge più in un’unica soluzione sulla punta della matita intesa quale estensione materiale della mente del progettista. Di fatto oggi l’attività di uno studio finisce per avvicinarsi pericolosamente a quella di una società di capitali. La giornata di un professionista di 30 anni fa era essenzialmente concentrata sulla progettazione; il 90% del tempo era dedicato alla qualità del progetto e il 10% allo svolgimento delle pratiche burocratiche e ai rapporti con la committenza. Nel tempo si è assistito a un ribaltamento di queste percentuali che vedono oggi il 90% della nostra attività esaurirsi in estenuanti discussioni sull’interpretazione di norme scientemente sibilline, relegando la qualità progettuale ai ritagli di tempo dopo i confronti con i funzionari, i committenti, gli avvocati civili, penali e amministrativi. Così si distrugge la tradizione del professionismo colto che tanto ha caratterizzato la costruzione della nostra città. L’abolizione di qualunque regola sui compensi minimi non ha costituito solo una forte spinta a trasformare gli studi in società commerciali, ma anche un segnale di quanto la nostra categoria rischi di divenire sovrastrutturale nei nuovi equilibri sociali. Nella città della “grande bellezza”, Capitale di un paese destinato a vivere del patrimonio culturale ereditato, è evidente quanto ciò sia sbagliato e controproducente. Sappiamo che l’attuale situazione è frutto di profondi rivolgimenti sociali ed economici che non lasciano spazio a rimpianti e nostalgie… indietro non si torna… ma proprio per questo è fondamentale rivendicare il ruolo della nostra professione e delineare le migliori condizioni possibili per continuare lo sviluppo della nostra comunità. Un noto slogan dell’International Style recitava “Dal cucchiaio alla città”; oggi la risposta migliore che hanno saputo darci è l’estrema specializzazione alla ricerca di inesplorate nicchie lavorative: certificazioni energetiche, verifiche paesaggistiche, procedure autocertificate, studi previsionali del clima acustico, coordinamenti per la sicurezza hanno sostituito la figura “generalista” dell’architetto tradizionale che ci era stata venduta negli anni degli studi universitari fino ad arrivare alla curiosa vicenda narrata nell’edizione del 30 gennaio 2016 de La Repubblica da Salvatore Giuffrida. Nell’articolo si legge di alcuni nostri giovani e, probabilmente brillanti, colleghi che hanno fondato nel 2013 una società “innovativa” - Co-contest - ovvero “una piattaforma [con più di 30.000 aderenti] dedicata al design di interni e restyling di appartamenti, uffici, negozi. Con una formula tanto semplice quanto innovativa: il cliente va sulla piattaforma, paga una quota e descrive la sua idea, poi decine di architetti, iscritti a Cocontest, preparano il progetto e lo presentano al cliente. Che sceglie, ringrazia e lo realizza per conto suo. I vantaggi, secondo i tre partner, sono chiari: si liberalizza il mercato, si dimezzano i costi e centinaia di architetti, soprattutto giovani, hanno la possibilità di lavorare in proprio senza anni di praticantato e precariato.” Ora, io credo che l’invenzione dei nostri tre colleghi non intendesse sostituire il “progetto dell’architetto” ma immagino piuttosto fornire suggestioni e concept da sostanziare successivamente in modo da evitare episodi drammatici come quello del Lungotevere Flaminio 70. Ma certamente il successo commerciale della loro iniziativa, assurta alle cronache di “Forbes”, ci dà il senso definitivo dei rischi che corre la nostra professione: una sorta di astratta esercitazione ex tempore online. è questo il futuro che ci attende? La versione telematica della rubrica “l’architetto risponde”… Tornando alla nostra città, uno sguardo alle statistiche fornite dal CRESME suggerisce una serie di chiavi di lettura per la nostra situazione: 1- La costruzione di nuove abitazioni è passata dalle 20.000 abitazioni/annue riscontrate nel triennio 2006/2008 per un fatturato corrispondente a circa 1.800 milioni di Euro alle 4012 abitazioni del 2015 con un fatturato valutabile circa 400 milioni di Euro, con un calo della produzione annuale pari all’80% e un fatturato ridotto in termini omogenei al 20%. Il dato relativo al “rinnovo” per il comparto residenziale è complessivamente in crescita dai 3.000 milioni di euro nel 2006 ai 4.400 circa nel 2015. 2- Il fatturato complessivo dell’industria delle costruzioni nella nostre città è passato da 9.100 milioni del 2006 agli 8.000 circa del 2015, con un calo in termini reali di circa il 25% se si tiene conto del mutato valore della moneta. Questa tendenza è confermata se consideriamo i dati relativi alle richieste pervenute all’amministrazione capitolina. Negli ultimi anni gli uffici hanno ricevuto ogni anno circa 50.000 richieste o comunicazioni relative a lavori edili; di queste 50.000 istanze solo 500 circa sono pertinenti a permessi di costruire (ovvero l’1% del totale), un migliaio di istanze riguardano DIA “onerose”, ovvero che comportano il pagamento di oneri relativi a costo di costruzione e urbanizzazione primaria o secondaria. Quindi, complessivamente il 97% delle richieste si riferisce a lavori di restauro o di manutenzione ordinaria e straordinaria per un fatturato annuo pari a circa 6.000 milioni di Euro. Mentre solo il 3% delle istanze si riferisce a progettazioni “complesse” per un fatturato annuo pari a circa 1.500 milioni di Euro. Questi numeri ci dicono molte cose: - Il lavoro della nostra categoria va sempre più orientandosi sulla rigenerazione urbana e in generale sulla trasformazione e manutenzione del costruito; - Senza nulla voler togliere alla dignità del disegno di interni, difficilmente i nostri studi e le nostre imprese riusciranno a rimanere competitivi nel mercato globale rifacendo bagni e cucine. La tradizione romana del professionismo colto finirà per essere colonizzata nel migliore dei casi dagli studi milanesi o al peggio dalle società di ingegneria internazionale. - Il contesto economico attuale, ovvero la diminuzione dei valori immobiliari, rende urgente una revisione dell’attuale quadro pianificatorio in larga parte basato su aree di espansione diffuse nella centralità. In un recente interessantissimo convegno, Federico Oliva, uno degli estensori del Nuovo Piano Regolatore, ha affermato che l’attuale crisi economica, anche da lui evidentemente considerata strutturale e non congiunturale, rende di fatto inattuabili le previsioni del nuovo piano “tradito” dalla involuzione del mercato. La somma del costo storico dei diritti edificatori lievitato per gli interessi bancari, degli attuali costi delle opere di urbanizzazione e di costruzione non sono compatibili con il prezzo degli immobili presumibilmente da mettere in vendita a meno di 3.000 Euro/mq. Forse è tempo di pensare a una città più compatta e di facilitare le operazioni di rigenerazione urbana e sostituzione edilizia. Ma i numeri ci raccontano solo una parte dei problemi di chi si trova a operare nelle nostre città. Innanzitutto, anche se questo vale in generale per tutto il Paese, nessuno ci spiega chiaramente se esiste un progetto strategico per il futuro della nostra città. In altre parole, non è chiaro cosa faremo in questa città o, se vogliamo, in questo paese tra 20, 30 o 50 anni, se diventeremo il distretto manifatturiero specializzato per i ricchi paesi asiatici o piuttosto la città culla e custode delle più importanti testimonianze delle attività umana sulla Terra. In attesa che qualcuno provi a deliberare un progetto strategico, il nostro lavoro si arena in mille difficoltà operative. Nell’ultimo numero della rivista dell’ACER si invocano certezze circa tempi e procedure per dare consistenza a un’ipotesi di ripresa economica. Anni di maldestri tentativi di semplificazione a livello di governo centrale hanno prodotto una serie di modelli per l’edilizia “semplificati” che constano anche di oltre16 pagine da compilare con una pletora di acronimi - CIL, CILA, SCIA, DIA - degni di un romanzo di spionaggio. Forse seguendo il social trend del momento si potrebbe creare un gruppo su Facebook dal nome “Ridateci l’art. 26”, ma è un fatto che ogni sforzo di semplificare si è regolarmente risolto nella produzione di ulteriori complicazioni. Le norme tecniche di attuazione del Nuovo Piano Regolatore sono state scritte con una complessità tale da configurare una perversa volontà da parte degli estensori di rimanere unici interpreti del testo sacro. Se tre persone provassero a leggere la stessa norma è altrettanto probabile che ne darebbero tre interpretazioni diverse. E questo è francamente inaccettabile. La macchina burocratica, ovvero i colleghi che lavorano nella P.A., appaiono a volte smarriti in memorie borboniche, privi di dirigenti costretti in pensione o ruotati in maldestri tentativi di evitare fenomeni corruttivi. Dovrebbe essere invece evidente che nulla favorisce la corruzione quanto gli infausti tempi di attesa e l’atteggiamento negativo di un’amministrazione allo sbando che ha perso il senso della propria missione ovvero la costruzione del bene comune nella legalità. La vera questione che andrebbe posta è che, aldilà delle sanzioni per i funzionari infedeli, sono fondamentali valorizzazione e motivazione delle competenze rilevabili nell’amministrazione ad ogni livello, evitando, per fare un esempio (nello stile tanto caro a Berlusconi), di far giocare Messi in porta e Buffon in attacco. Anche le iniziative più promettenti come l’istituzione del SUET sono impantanate in un autolesionistico appiattimento delle prospettive. Il SUET, ovvero Sportello Unico Telematico dell’Edilizia, in stato avanzato di gestazione e già testato dall’Amministrazione con la collaborazione dell’Ordine, consentirebbe non solo la consegna telematica delle istanze (così come previsto dalla legge) ma anche lo svolgimento on line delle pratiche. Se andiamo avanti con le specificità romane, è noto a tutti i miei colleghi che nonostante i tentativi di coordinamento i 15 Municipi si considerano praticamente 15 amministrazioni indipendenti, ognuna con interpretazioni personali delle NTA ma anche del piano casa regionale e soprattutto con usi e costumi “autoctoni”. Giungono all’ordine segnalazioni di comportamenti contrari alle leggi vigenti, quale per esempio l’uso di esigere un visto del tecnico comunale per consentire la consegna di CIL, CILA, SCIA o DIA , così come alcuni Municipi pretendono che il professionista alleghi la documentazione comprovante la legittimità delle preesistenze laddove la legge vieta esplicitamente alle P.A. di appesantire il nostro lavoro richiedendo documenti che a vario titolo dovrebbero già essere in possesso delle amministrazioni stesse. Peraltro nella capitale delle richieste di condono edilizio la regolarità delle preesistenze finisce per essere sostanzialmente un’astrazione. Per passare a un altro tema, mercoledì 27 gennaio 2016 campeggiava sulla prima pagina nazionale del Corriere della Sera un articolo come sempre intelligente e sarcastico di Sergio Rizzo dal titolo “Il Paese degli 8.000 regolamenti edilizi”. Forse non tutti sanno che Sergio Rizzo, autore con Gian Antonio Stella del libro La Casta, oltre ad essere un grande giornalista è laureato in architettura. Nell’articolo il cui sottotitolo è “Un anno per creare un testo unico. Comuni e Regioni litigano, naufraga «Italia Semplice»”, l’autore racconta il complesso iter parlamentare di un provvedimento che dovrebbe unificare gli 8.000 regolamenti edilizi, accorpando definizioni e regolamentazioni generali lasciando magari alle Regioni alcune specificazioni in ragione delle diversità geografiche e climatiche. Quello che il nostro collega giornalista non ci dice è che non solo ci sono più di 8.000 diversi regolamenti edilizi nel nostro Paese, ma che certamente Roma vanta il non invidiabile record di avere il più antico, scritto negli anni ’30, epoca nella quale non esistendo le lavatrici era per esempio indispensabile dotare le abitazioni di locali per lavatoi e stenditoi. Per quanto possa sembrare incredibile, dal 1934 questo testo, brillantemente adatto alle esigenze dell’epoca in cui fu scritto, non è stato minimamente adeguato delle varie amministrazioni che si sono succedute al governo della città. Ancora oggi non troverete neanche un progetto approvato che tenga formalmente conto di quanto la tecnologia ha inventato e, magari superato, dal 1934 a oggi inclusi lavatrici, impianti di condizionamento, pannelli solari e quant’altro. Un’altra notizia fornita da Rizzo è quella relativa ai tempi di rilascio dei permessi di costruire, che in Germania richiedono mediamente 97 giorni e in Italia 258. Non conosco il dato di Roma ma certamente ritengo che anche alla luce della incredibile quantità di vincoli presenti, la Capitale contribuisca in misura sostanziale al “vantaggio” che abbiamo accumulato sugli amati/detestati tedeschi. Mi sono sempre chiesto se il legislatore nello stimare in 135 giorni il periodo massimo necessario per rilasciare un permesso di costruire abbia tenuto conto di vincoli paesistici, monumentali, carta della qualità, COQUE, lettere dell’Avvocatura, pareri pro-veritate, consorzi di bonifica, autorità di bacino, circolari regionali e chi più ne ha più ne metta. Le conferenze dei servizi istituite proprio allo scopo di velocizzare le procedure vengono viste con fastidio e, almeno nella nostra città, regolarmente disertate dai soggetti convocati. Ora, io capisco lo stato d’animo dei nostri colleghi che lavorano per la P.A. e conosco bene la professionalità di molti di essi assolutamente straordinaria; comprendo altresì il disagio di tanti di loro, abbandonati dall’Amministrazione e costretti a leggere le interviste di un assessore che paragona la gestione di un comune alla cattura di Toto Riina; comprendo lo scoramento dei dirigenti che hanno dedicato con passione una vita all’amministrazione della cosa pubblica per poi ascoltare un assessore che li definisce tutti delinquenti senza distinguere i tantissimi che hanno lavorato e lavorano con passione e trasparenza, ma forse è arrivato il momento di voltare pagina.

Che fare?
Alcuni modi fondamentali per rilanciare la nostra professione possono essere risolti solo a livello governativo. A tutti noi è stato raccontato che l’Europa ha chiesto di liberalizzare la professione eliminando i minimi tariffari. Ligio come tutti quelli che si sentono in colpa per altri motivi, il nostro Paese ha provveduto ad abolire il “Regio Decreto” sulle tariffe in ossequio alle presunte direttive comunitarie che accompagnano qualsiasi iniziativa del genere per superare il malcontento di gruppi di cittadini. I nostri rappresentanti del CNA, tutti tesi a ingraziarsi i potenti di turno per cercare di estendere all’infinito la possibilità di ricandidarsi, non hanno trovato nulla da obiettare. Peccato che la maggior parte dei paesi che partecipano all’UE abbiano ignorato le presunte direttive europee e addirittura che il paese guida dell’unione, la Germania, abbia ripristinato un sistema di regole comprensivo di un tariffario per architetti e ingegneri “Honorarordnung für Architekten und Ingenieure” (HOAI), recentemente studiato e tradotto dal Centro Studi del CNI. Comprendo che proporre il ripristino dei minimi tariffari sia poco à la page e suoni “protezionistico”, ma quanto meno sarebbe il caso di parlare, come ha fatto recentemente il nostro Consigliere Patrizia Colletta, di una proposta di legge al Governo e al Parlamento su “razionalizzazione delle attività professionali e livelli adeguati ed equi dei compensi” relativi a tutti le categorie della professione. Se si pensa che più del 90% delle istanze edilizie si basa sull’autocertificazione, ovvero sull’assunzione dl progettista e direttore dei lavori della qualifica di pubblico ufficiale e si considera il mutato livello di complessità e responsabilità, un nuovo sistema di regole tale da garantire anche i pagamenti per le prestazioni effettuate appare davvero indifferibile. Confidiamo che il nuovo CNA riesca a far comprendere alla politica quanto sia interesse del paese tutelare la qualità dell’architettura. L’azione del Governo a tutela della dignità degli architetti dovrebbe anche riguardare una semplificazione drastica di categorie di intervento e procedure, favorendo le operazioni di rigenerazione con interventi su incentivi e fiscalità. Ci auguriamo ugualmente che alla repressione dei cattivi comportamenti nelle pubbliche amministrazioni si accompagni la valorizzazione delle tante competenze ivi presenti. Dalla prossima amministrazione della nostra città ci aspettiamo una serie di azioni che favoriscano il rilancio della nostra professione e la qualità degli interventi, attendiamo quanto prima che divenga operativo lo sportello telematico per l’edilizia, auspichiamo una razionalizzazione funzionale degli uffici, la riscrittura semplificata dei 113 articoli delle NTA, un regolamento edilizio nuovo che sostituisca quello del 1934, un ufficio di coordinamento che riunifichi i comportamenti dei Municipi. Riguardo alla pianificazione sarebbe necessario valutare le affermazioni del Prof. Oliva sull’inattualità di alcune previsioni, favorendo con idonei provvedimenti la rigenerazione dell’esistente e la creazione di reti di spazi pubblici. Mi permetto di far notare che se già nel 2008 lo Schéma Directeur di Parigi prevedeva aumenti di densità importanti disposti lungo fasce innervate trasversali alla corona del centro, nel 2014 la densificazione dell’esistente diventa addirittura il primo obiettivo indicato nella relazione del nuovo Piano. Con una piccola rivoluzione culturale potremmo dire: dalla città policentrica alla città compatta. Naturalmente l’eventuale assegnazione a Roma dei Giochi Olimpici e Paraolimpici del 2024 potrebbe rappresentare un’occasione straordinaria per finalizzare l’intervento della finanza pubblica a una rinascita complessiva. È fondamentale che le energie perseguano una strategia simile a quella organizzata nel 1992 per Barcellona, inquadrando gli interventi in un più ampio quadro pianificatorio. Oriol Bohigas per la pianificazione di Barcellona nel 1992 L’ultimo punto che vorrei trattare, al termine di questa disamina forse un po’ confusa e magari velleitaria, riguarda la volontà di tutelare, custodire e rilanciare la cultura della qualità architettonica nella nostra città. Come ho già scritto, se esiste una specificità nella migliore architettura italiana è la capacità di relazionarsi con le preesistenze. Questa cifra stilistica, questo approccio progettuale ha trovato a Roma alcuni dei migliori interpreti proprio nell’ambito di quel professionismo colto (Giancotti) che, come il muratore che conosceva il latino (Loos), sapeva coniugare astrazione e mestiere in sintesi di altissimo livello. Diciamo che il nostro Ordine nei limiti delle proprie competenze istituzionali ha assunto la tutela di questa tradizione, impegnandosi a promuovere questa specificità in ogni occasione possibile. I recenti successi internazionali degli studi romani testimoniamo il valore dei nostri architetti. Ci auguriamo che la prossima Amministrazione sia all’altezza della situazione e delle nostre aspettative.