A partire da questo numero, AR dedica una sezione al tema dell’innovazione. Non a caso. Siamo infatti convinti che si tratti di una questione molto importante per il momento storico attraversato dal nostro mestiere in Italia: basti ricordare che innovare, a giudizio di molti osservatori, costituisce la principale strategia anti-crisi e che se ciò è vero in generale, lo è, in particolare, per la sfera della progettazione e dell’industria delle costruzioni. Va detto subito che innovare non va confuso con il gusto acritico per la novità gratuita e fine a se stessa. Non tutte le nuove idee sono necessariamente delle buone idee. Secondo Vittorio Gregotti, nell’opera Tre forme di architettura mancata,

«Paul Oskar Kristeller conclude giustamente il suo saggio sulla creatività scrivendo che l’originalità non dovrebbe essere ritenuta il massimo obiettivo della creatività e che vi sono al mondo idee originali inutili e persino dannosissime. E questo si applica assai bene oltre che al design anche alle architetture di successo mediatico dei nostri anni». Bisogna dunque innovare con intelligenza e discernimento, ma innovare è tuttavia necessario, e ciò vale soprattutto nella misura in cui è cambiata la condizione contemporanea rispetto al passato, anche recente. Fra i tanti elementi di differenza fra la nostra condizione odierna e quella di solo qualche decennio fa, il primo ci sembra l’orizzonte antropo-geografico. La globalizzazione ha bruscamente spostato il baricentro della scena architettonica dall’Occidente alle aree in via di sviluppo: il Medio Oriente, l’Asia centrale ed estremo-orientale, l’Australasia, le Americhe centrale e meridionale, l’Africa. In termini quantitativi, e probabilmente anche in termini di proiezione verso il nuovo, tali Paesi offrono un panorama architettonico eccezionalmente ricco, articolato e sperimentale, con implicazioni complesse, diverse e non tutte positive che vanno dal problematico rapporto con il post-colonialismo a una talvolta discutibile ridefinizione identitaria, da forme più o meno velate di esibizionismo edilizio a gratuite dimostrazioni di potere economico. Tale spostamento degli orizzonti è accompagnato dall’inedito protagonismo delle grandi società di progettazione che, con le loro sedi diffuse in ogni parte del mondo, hanno attuato una effettiva globalizzazione della pratica professionale; ma anche da una sensibile accelerazione dei tempi di progettazione e realizzazione, sotto le pressanti richieste di un mercato che non aiuta la riflessione critica né la sedimentazione di tecniche costruttive appropriate. 

Il secondo, generale elemento di differenza è costituito dalla digitalizzazione e dalla nuova rivoluzione che ne è seguita. All’interno di questa sfera si collocano una serie di fenomeni quali la diffusione del BIM e la sperimentazione delle reti professionali e interprofessionali, oltre alla più discutibile area dei servizi professionali on line: una nuova tipologia di offerta, delocalizzata e difficilmente controllabile, che spaventa molti ma che costituisce indubitabilmente un segno dei tempi con cui non ci si può non confrontare. Com’è stato, per esempio, proposto da Angelo Ciribini, un progetto come il francese EduBIM va messo a punto anche in Italia e il nostro sistema ordinistico può fare molto in tal senso. Ne deriva una generalizzata maturazione della progettualità più avvertita, sempre meno appassionata a questioni formali e sempre più concretamente impegnata sui temi del risparmio energetico in particolare e della messa a punto di una nuova idea di progettazione più in generale: come ha scritto Carlo Ratti in Architettura Open Source. Verso una progettazione aperta, la scienza ha preso il posto dello stile, intendendo per scienza la definizione data da Herbert Simon ne The Sciences of the Artificial, ovvero «un corpo di nozioni sul processo di progettazione che (sono) intellettualmente ardue, analitiche, parzialmente formalizzabili, parzialmente empiriche e tali da poter venire insegnate». Evidentemente collegata a tale seconda rivoluzione digitale appare la questione della complessità: l’attività professionale ne prevede attualmente livelli impensabili fino a solo qualche decennio fa e, peraltro, difficilmente simulabili all’interno delle scuole di architettura. Come s’è detto, di recente e proprio dalle pagine di questa rivista, il progetto contemporaneo è, nei fatti, frutto di un lavoro interdisciplinare estremamente articolato, portato avanti da gruppi numerosi dalle competenze tecnico-manageriali, che, oltre ai progettisti veri e propri, includono esperti di marketing e real estate, cost-controllers, strutturisti e impiantisti, produttori di materiali edili ecc. All’interno di una scena così affollata, gli architetti oscillano fra un ruolo di coordinamento, compito impegnativo in cui appaiono talvolta inadeguati ma che tuttavia garantisce un certo livello di centralità, e un ruolo marginale se non esornativo, ridotto cioè alla produzione di immagini funzionali alla promozione commerciale dell’edificio, con la complice presenza di qualche superficiale forma di greenwashing. La questione è importante soprattutto dal punto di vista delle politiche d’intervento alla scala urbana: la rigenerazione urbana sostenibile - che, com’è noto, non prevede ulteriore consumo di suolo ma punta al cosiddetto retrofitting dell’esistente, cioè al suo adeguamento dal punto di vista dell’efficienza energetica, dell’accessibilità, della sicurezza (sismica ma anche, più in generale, statica: un aspetto la cui urgenza è dimostrata dalla recente cronaca romana), il tutto sullo sfondo di un più ampio orizzonte socio-culturale - è il tema progettuale che più di ogni altro appare ragionevole portare avanti, soprattutto nei Paesi in cui la crescita demografica è limitata e le condizioni di sviluppo sono sufficientemente buone. 

Dobbiamo dunque lavorare perché gli architetti imparino a collaborare, sin dalle fase iniziali del progetto, con gli ingegneri e con tutte le altre figure professionali sopra citate. Il libro Collaborations in Architecture and Engineering, di Clare Olsen e Sinead Mac Namara, costituisce una utile lettura in tal senso. Agli architetti è richiesto un radicale cambio d’abito mentale: il dialogo interprofessionale non può più esser visto come una fastidiosa incombenza all’interno di un trionfale quanto presuntuoso percorso creativo, esposto al rischio di banalizzazione o impoverimento a causa del successivo intervento di tecnici poco ricettivi o committenti poco disponibili. È vero piuttosto il contrario: l’ingegnerizzazione, la cantierizzazione e la successiva gestione di un’opera sono fondamentali, sin dalle prime fasi ideative, per la sua stessa complessiva riuscita. 

Se innovare, nelle forme più diverse, è dunque assolutamente necessario, va infine ricordato che è importante progettare (e quindi non subire) il cambiamento. Di qui l’impegno inaugurato con questa nuova sezione. Come ci ricorda il CENSIS, la crisi - in atto da ormai circa un decennio - permane solo per chi non vuole o, forse, non è in grado di innovare; chi ha innovato ne è invece, meritatamente, già fuori. 

Livio Sacchi