«Il vicinato? Anche in Italia ha ormai perso gran parte del suo valore. E le nuove forme di convivenza, come le social street o il co-housing, seppure molto enfatizzate dai media, non hanno ancora raggiunto una diffusione tale da potersi considerare validi sostituti delle relazioni “porta a porta” di un tempo. Questo almeno nelle grandi città».
Marzio Barbagli è uno dei maestri della sociologia italiana, professore emerito dell’Università di Bologna, membro dell’Accademia dei Lincei e della European Academy of Sociology. Alle città italiane e alle loro trasformazioni ha dedicato studi e ricerche di cui ha dato conto nel volume Dentro e fuori le mura (ed. Il Mulino, 2012) in cui ripercorre la storia dei principali nuclei urbani nostrani, focalizzandosi in particolare sulle mutazioni relative alla composizione sociale della popolazione in relazione alle scelte residenziali. «Il vicinato resiste nei piccoli centri o nei condomini, anche se in questi ultimi è, perlopiù, legato a questioni giuridiche. La dimensione del quartiere esisteva in passato, quando la partecipazione politica era una realtà; oggi quello che invece tutti gli indicatori confermano è la tendenza tutta italiana a spostarsi poco e a prediligere, come luoghi di residenza, non solo le città ma perfino i quartieri e le strade della famiglia di origine, soprattutto del marito».
È il retaggio di una tradizione “nostrana”; quella per cui un tempo, quando una coppia si sposava, andava ad abitare nella casa dei genitori di lui. Un’abitudine secondo i dati Istat ancora molto diffusa. «Ed è un paradosso, perché oggi la maggior parte delle donne, soprattutto da Roma in su, lavora con standard del tutto simili alla media europea». Eppure a resistere è soprattutto l’istituto della famiglia, anche nelle scelte abitative. «È un dato di fatto che comporta, più che in altri paesi, che l’aiuto derivi principalmente dal legame di sangue piuttosto che da quello di vicinanza» continua il sociologo.
Altra caratteristica dei nuclei urbani italiani è la distribuzione degli abitanti delle città tra centro e periferia, molto meno legata al ceto sociale rispetto ad altri paesi.
«Un tempo, nelle città italiane, erano più evidenti la corrispondenza tra ceti sociali e zone di residenza, oggi avviene molto meno. In Italia rispetto ad altre situazioni, penso alla Francia o agli Stati Uniti, non esistono veri episodi di segregazione sociale. L’altra faccia della medaglia è che stiamo assistendo allo svuotamento dei centri storici un po’ ovunque. Dopo le 10 di sera è ormai difficile trovare un ristorante aperto in centro, ma questo succede a Roma come a New York» suggerisce Barbagli.
Interessante notare anche come, secondo il sociologo, il fenomeno comunemente definito con il termine anglosassone gentrification sia presente da molto tempo nel nostro paese, a differenza di quanto accade in molte nazioni.
«Si parla di gentrification - spiega - quando gli appartenenti a un nuovo ceto, colto e agiato, vanno a vivere in zone prima abitate da famiglie meno abbienti. Un evento che nasce perlopiù dal desiderio di distinguersi, di affermare il proprio status».
È accaduto un po’ in tutta Italia che giovani professionisti abbiano ridato vita a quartieri interi. A Milano è stato così per le case popolari di ringhiera, a Genova con i piani alti dei carrugi, a Roma con gli appartamenti edificati dai piemontesi dopo l’Unità.
«Mentre la gentrification all’estero ha portato all’esclusione dai centri cittadini delle famiglie a basso reddito, per esempio in Francia e negli Stati Uniti, dove l’emarginazione talvolta assume i tratti di una vera segregazione, in Italia i ceti si mescolano molto di più nei diversi quartieri».
Per comprendere i mutamenti dell’oggi, Barbagli fa un passo indietro.
«A metà dell’Ottocento - osserva - Napoleone III affidò al prefetto della Senna, il barone Eugène Haussmann, la riprogettazione di Parigi. Parte da qui la gentrification e arriva a ciò che è accaduto negli ultimi trenta o quaranta in Italia. Il modello dell’urbanistica di Haussmann fu ripreso in diversi paesi europei, tra cui l’Italia, determinando sventramenti, espropri, demolizioni delle case più umili». È qui che affonda le proprie radici la gentrification.
«Una politica che ha determinato l’allontanamento degli strati più poveri della popolazione da alcune aree del centro storico per farne il salotto della borghesia e che fu inaugurata a Milano subito dopo l’Unità, per poi essere ripresa venti o trenta anni dopo a Genova, Torino, Bologna, Firenze, Roma e Napoli. In nessuna delle città inglesi e americane l’espulsione delle famiglie di questi ceti è stata promossa dallo stato e realizzata con l’intervento delle forze dell’ordine. In nessuna è stata tanto violenta e brutale».
Matilde Serao nei primi anni del Novecento scrisse a proposito dei pescatori di Santa Lucia: «Scacciati dalle demolizioni, sono rientrati, rientrano la notte ad abitare le rovine, e si gettano alle ginocchia dei demolitori, per non essere perseguitati dalle guardie, dai carabinieri, e piangono, e gridano, e urlano, non vogliono andare via, non sanno andare via, e alcuni di essi, o pietà grande, abitano, adesso, nelle grotte onde è forato il monte Echia».
Se questo è stato il primo passaggio, è negli anni Sessanta del secolo scorso che, con l’aumento in tutte le città delle famiglie appartenenti alla classe media impiegatizia e alla borghesia, la gentrification ha messo davvero radici in Italia, per poi tornare in voga più di recente. Tuttavia, i risvolti non sono sempre positivi per chi abitava da prima in quelle zone. A volte, tale fenomeno ha determinato un aumento dei prezzi e uno spostamento di residenti “storici” in aree dove il costo delle case era più basso.
È però vero che nel complesso, la gentrification, per come è stata attuata da un ceto medio “alternativo” (e per certi versi illuminato), non si è manifestata da noi con i tratti drammatici che ha avuto in altri luoghi. «Nonostante la crisi economica che ha determinato una polarizzazione dei redditi, la separazione negli spazi urbani è diminuita, non è aumentata». Questo grazie a soggetti (professionisti, single, creativi) che hanno agito con un po’ di ardita spregiudicatezza e, forse, con il supporto economico dei genitori, hanno messo su casa in questi quartieri, un tempo considerati disagiati, per viverci in modo orgogliosamente sobrio ma confortevole.
La seconda grande differenza tra l’abitare italiano rispetto ad altre nazioni ha a che fare con la collocazione delle classi più agiate nello spazio urbano. A Londra, Manchester, Liverpool e Chicago, l’industrializzazione spinse le famiglie della borghesia a lasciare le città e ad andare a vivere nei sobborghi. Questo non è accaduto nelle città del nostro triangolo industriale. A Milano, Torino e Genova, dopo la nascita delle industrie, le famiglie più agiate rimasero nella parte antica della città, mentre in periferia andò la classe operaia, anche in virtù dell’ubicazione delle fabbriche. «Curioso invece - fa notare Barbagli - che le città dove l’aristocrazia e la borghesia hanno lasciato i centri storici per trasferirsi fuori sono state Napoli e a Palermo; questo, però, un secolo e mezzo prima di essere “toccate” dall’industrializzazione».
Un’ultima osservazione riguarda i migranti. «Si pensa comunemente - riflette il sociologo - ricalcando anche qui modelli relativi ad altri stati, che tendano a raggrupparsi in periferia, creando ghetti a elevato rischio di conflitti sociali. In realtà tutti gli indicatori ci dicono che i nuovi cittadini tendono a distribuirsi sul territorio in maniera del tutto analoga agli italiani». Gli studi di sociologia ormai negli ultimi trent’anni hanno documentato anche da noi «un fondamentale processo di assimilazione», sottolinea Barbagli. Semmai il problema può riguardare le seconde generazioni.
«Quella delle periferie - continua il sociologo - è una falsa retorica, un modo di analizzare le questioni in modo superficiale. In tutte le grandi città italiane ci sono zone di degrado in pieno centro, così come in certe zone più marginali. La periferia italiana non è un luogo per forza lasciato al degrado, dove vive la popolazione più disagiata».