Il tema dell’abitare appare centrale per noi architetti sotto diversi punti di vista. Questo nuovo numero di AR si propone di operare una ricognizione nel settore, in riferimento ai cambiamenti sociali, economici, ambientali, nonché agli stili di vita, indotti dal processo di globalizzazione in atto. Un fenomeno che, sul piano socio-culturale, sta imponendo, da noi come in molti Paesi d’Europa, una rilettura del legame tra religione, appartenenza etnica e identità, oltre che tra modi diversi di concepire il tempo libero e configurare lo spazio pubblico. Si determinano insomma nuovi modi dell’abitare, legati a fenomeni ai quali non siamo preparati: segnatamente quelli legati ai cambiamenti degli stili di vita da una parte e ai crescenti flussi migratori dall’altra. Lo scoppio della cosiddetta “bolla immobiliare” ha determinato, da ormai circa un decennio, una sensibile perturbazione nel settore, con riflessi immediati sulla gestione del patrimonio residenziale e un forte rallentamento dell’industria delle costruzioni. A incidere maggiormente sulla trasformazione della tipologia abitativa è stata la progressiva flessione nelle dimensioni medie richieste agli alloggi: in parte dovuta alla carenza di spazi disponibili nelle aree urbane, ma soprattutto imputabile, almeno in ambito occidentale, a fenomeni demografici e sociali quali il calo dei matrimoni, la crescita di separazioni e divorzi, il sensibile invecchiamento della popolazione e la diffusione di stili di vita alternativi che hanno portato a un generale aumento del numero di famiglie monoparentali, di single e anziani soli. Negli ultimi anni, in particolare nelle grandi città, il numero di nuclei familiari ha registrato un incremento del 50% rispetto a quello demografico, determinando una crescente domanda di appartamenti piccoli che si scontra con un patrimonio per lo più progettato nei decenni successivi al secondo dopoguerra per famiglie composte in media da quattro persone. Roma non costituisce una eccezione: la nostra città metropolitana ha un patrimonio residenziale obsoleto non solo dal punto di vista della sostenibilità e della efficienza energetica, dell’accessibilità o della rispondenza ai criteri di resistenza sismica, ma anche dallo stesso punto di vista tipologico. Progettato quando la famiglia media era significativamente più numerosa e gli standard abitativi erano significativamente più bassi, risulta scarsamente competitivo oggi, in una condizione in cui le famiglie a Roma sono, nella maggior parte dei casi, mononucleari. Sulla obsolescenza di tale patrimonio ricordiamo in particolare che, stando ai dati elaborati dal CRESME, oltre il 40% degli edifici all’interno dei confini del Comune di Roma ha più di quarant’anni, oltre il 60% ha più di trent’anni (il picco delle realizzazioni in ambito residenziale risale, infatti, agli anni Settanta). In considerazione degli effetti indotti dalla crisi e dell’aumento delle fasce economicamente deboli della popolazione (immigrati, anziani ecc.), il tema dell’housing sociale come risposta ai problema della crescita urbana, dell’identità dei nuovi insediamenti, delle politiche ambientali e sociali, ha assunto caratteri prioritari. Di qui il lavoro di ricerca sui quartieri sostenibili e sulle eco-city, attraverso strategie di rigenerazione urbana (in particolare con il recupero dell’edilizia residenziale pubblica) e costruzione di nuove parti di città: un modello per il futuro. Di qui, anche, le nuove forme di co-housing e crowdfunding, alla ricerca di partecipazione e consenso sociale, come parte integrante di un progetto di riqualificazione delle periferie degradate attraverso la costruzione di alloggi sociali a basso costo: un tema che, insieme a quello della citata rigenerazione urbana delle aree residenziali periferiche, è al centro dell’attenzione delle pubbliche amministrazioni in tutta Europa. Le normative che puntano al miglioramento dell’efficienza, mirando a ridurre i fabbisogni energetici con il progressivo incremento nell’utilizzo delle fonti rinnovabili e di materiali ecosostenibili, sono alla base delle più recenti realizzazioni residenziali, inducono sostanziali modifiche anche in materia di recupero, conservazione, restauro e rigenerazione urbana e determinano nuove forme, nuove immagini e, forse, una nuova estetica per l’edilizia residenziale. Stando a ciò che pubblica Rinnovabili.it, interamente dedicato alla sostenibilità ambientale, a proposito di una ricerca condotta dall’AIA, l’American Institute of Architects, si evince che tra il 2005 e il 2012 i progetti di green building, nei soli Stati Uniti, sono cresciuti del 39%. Roma, purtroppo, è un po’ indietro. Tuttavia proprio a Roma è stato di recente con successo aggiudicato il concorso, cogestito da ATER e dall’OAR, per la rigenerazione di Corviale - emblematica, gigantesca fabbrica degli anni Settanta -, e proprio Roma si è aggiudicata il primo premio nella competizione Solar Decathlon Europe 2014 con il progetto “RhOME for denCity”: una casa solare progettata e costruita dal Dipartimento di Architettura dell’Università di Roma Tre. Segnali importanti, che lasciano sperare in una progressiva crescita della sensibilità culturale in tale ambito: non esistono case e città smart senza che gli abitanti adottino comportamenti altrettanto smart.

Livio Sacchi