«Quanto sta accadendo a livello urbano è simile a ciò che è accaduto vent’anni fa nella Formula Uno. Fino ad allora il successo su un circuito era attribuito principalmente alla meccanica dell’auto e alle capacità del pilota. Poi si è sviluppata la telemetria. L’auto è stata trasformata in un computer monitorato in tempo reale da migliaia di sensori, diventando “intelligente” e più flessibile nel rispondere alle condizioni di gara». Parola di Carlo Ratti, ingegnere, architetto e direttore del MIT Senseable City Lab di Boston,

che così racconta come vede la città del futuro, o meglio per usare una parola molto di moda, le smart cities, benché la definizione a lui proprio non convince.

«È una definizione un po’ confusa, che non amo molto dato che fa riferimento più alla tecnologia che alle persone. Si può dire che internet stia invadendo lo spazio fisico, siamo all’esordio di una dimensione ibrida, tra mondo digitale e mondo materiale, che sta trasformando il nostro modo di vivere. Credo che quella su cui dobbiamo investire e lavorare sia una città sensibile prima ancora che intelligente. Sensibile è un termine che mette in luce una dimensione più umana della città di domani, capace di interagire, comunicare e rispondere alle nostre richieste». Ma come deve essere una città sensibile o smart che dir sì voglia?

«Negli ultimi dieci anni le tecnologie digitali hanno preso piede nelle nostre città, formando la struttura portante di infrastrutture intelligenti a larga scala. Fibre ottiche a banda larga e reti di telecomunicazione senza fili supportano cellulari, smartphone e tablet che sono sempre più alla portata di tutti. Se si aggiunge una rete in continua crescita di sensori e tecnologie di controllo digitale, il tutto tenuto insieme da computer economici e potenti, si può dunque affermare che le nostre città si stiano trasformando in “computer a cielo aperto”» osserva Ratti. 

Per comprendere la portata del fenomeno basta vedere che cosa sta succedendo alle diverse latitudini, dall’Asia agli Stati Uniti, passando per la vecchia cara Europa.

«Singapore sta lavorando molto sulla mobilità, Boston sulle dinamiche partecipative, Copenaghen con la sostenibilità. In realtà, però, non esiste un modello univoco. È molto importante valutare sempre il contesto e l’unicità dell’ambiente urbano e culturale in cui si va ad agire. In Italia bisognerebbe inventare le caratteristiche della città intelligente “alla romana”». E, a questo proposito, aggiunge Ratti, il Giubileo potrebbe essere una grande opportunità per incrociare dati e mobilità a favore di una gestione dei flussi.

Se infatti intorno al tema, secondo l’ingegnere del MIT, l’interesse da parte della pubblica amministrazione è innegabile, è altrettanto vero che da noi la situazione si presenta a macchia di leopardo, con una distribuzione irregolare sul territorio tra spazi urbani tecnologicamente avanzati e molti servizi digitalizzati e altre realtà in cui il concetto di smart city è ancora lontano dal realizzarsi. Eppure le nostre città avrebbero molto da guadagnare da questa ibridazione con le nuove tecnologie. «Abbiamo un patrimonio urbano che ci viene invidiato da tutto il mondo - osserva Ratti -. Tanto i nostri centri, che non avrebbero potuto adattarsi agli imperativi della tecnologia del secolo passato, quanto una tecnologia pesante che viene ancora dalla rivoluzione industriale, si possono invece adattare facilmente alle nuove tecnologie leggere, delle reti, digitale e dei sensori». 

Per questo secondo Ratti è fondamentale il ruolo dei cittadini. «È importante coinvolgerli nella gestione dello spazio urbano, mostrando loro quali sono le dinamiche della città. Proprio usando i nuovi strumenti di partecipazione digitale possiamo dare ai cittadini la possibilità di esprimere le proprie priorità». 

Per questo è importante concentrare le energie sulla sensibilizzazione dei cittadini rispetto a queste dinamiche, piuttosto che sulla creazione e installazione di nuovi sistemi. 

«Se saremo in grado di sviluppare le giuste piattaforme, i cittadini sapranno contribuire a gestire la città e risolvere i problemi legati a energia, traffico, salute, educazione ecc. Quello che sta accadendo nel mondo delle app è sintomatico di tutto ciò». Così come un utilizzo mirato dei social media potrebbe risultare efficace sia per informarsi sia come canale per esprimere le proprie necessità. «In generale sono un grande “catalizzatore d’azione”, basta pensare alle elezioni di Obama o alla Primavera Araba» chiosa Ratti. 

È però la mobilità, secondo gli studi del Mit, l’ambito in cui le smart cities potrebbero davvero rivoluzionare le nostre esistenze, in senso positivo. «Tra gli aspetti più promettenti - dice Ratti - c’è senza dubbio un’amplificazione delle dinamiche di condivisione, la cosiddetta “sharing economy”. Stiamo passando dal possesso all’accesso, in molti ambiti. Basti pensare al successo di AirBnb, degli spazi di co-working oltre che naturalmente ai fenomeni di sharing economy applicati ai trasporti, dal ride sharing al car sharing fino a BlablaCar e Uber, che stanno già cambiando le carte in tavola». 

Una rivoluzione che parte dall’osservazione di un dato di fatto: le automobili in generale sono un’infrastruttura sottoutilizzata. Negli Usa un’auto è ferma in un parcheggio per il 95% del tempo. È stato calcolato che la condivisione di un veicolo potrebbe eliminarne altri 10-30 dalla strada. E se questa è la realtà già sotto gli occhi di tutti, il futuro prossimo si chiama “driverless car” ovvero auto che si guidano da sole. «Molte aziende e istituti di ricerca, da Google al MIT, - dice Ratti - stanno lavorando su prototipi; non si tratta dunque di una profezia là da venire ma di realtà. Con le automobili autonome la “mia” macchina può darmi un passaggio al lavoro e poi, invece di restare ferma in un parcheggio, portare a scuola i miei figli o quelli del vicino o di chiunque altro nella mia rete sociale. Il risultato sarà una grande riduzione del numero di veicoli e del traffico».

Senza voler considerare le smart city come la panacea per tutti i mali dell’abitare contemporaneo, tra i benefit di una città “intelligente” non vanno neppure tralasciate le opportunità economiche e finanziarie. «In generale, una città efficiente è un attrattore economico di per sé. Al tempo stesso, l’innovazione su scala urbana è oggi motore di sviluppo, il focus di molte start up di successo nella Silicon Valley e in giro per il mondo» aggiunge Ratti. E male non farebbero neppure a corruzione e illegalità, antico vizio italiano. «Solo per fare un esempio, se venissero accettate solo transazioni elettroniche tracciabili (carte di credito, eccetera) in Italia scomparirebbero probabilmente taglieggiamenti e tutta l’economia sommersa» conclude Ratti.