Immaginare e definire una città intelligente non è mai banale. In generale, si fa riferimento a elevati standard di qualità della vita, espressione olistica che presuppone un alto grado di sostenibilità, sicurezza e vivibilità. Si tratta dunque di uno spazio urbano dove ci si muove in maniera più agevole e ragionata - risparmiando tempo e non danneggiando l’ambiente - e dove le risorse vengono ottimizzate e messe a disposizione di tutti anche attraverso un’attenta gestione, digitalizzazione e condivisione delle informazioni. 

Ma, all’atto pratico, esistono a oggi delle smart cities in Italia e in Europa? Sebbene i vertici locali, nazionali e comunitari stiano lavorando in tal senso, la risposta è no. Facendo un raffronto con l’Europa, il nostro paese lamenta un deficit figlio dell’assenza di una governance e di una vision generali condivise (anche se il vento sta iniziando a cambiare), della parcellizzazione delle competenze in nove Ministeri e della limitata capacità di comunicazione tra Enti, pubblico e privato. Gli effetti si vedono e sono le tante azioni a macchia di leopardo disseminate nello Stivale e svincolate le une dalle altre.

Secondo la piattaforma Italian Smart Cities, sono stati investiti più di 4 miliardi di euro per 1.210 progetti, con 122 comuni e oltre 14 milioni di cittadini coinvolti. La situazione, seppur frammentaria, non è dunque statica. 

Milano

Milano, capofila tra i centri urbani che aspirano a diventare smart, vanta già il record di città più cablata d’Europa, con 7 mila chilometri di condotte e 375 mila chilometri di fibra ottica (contando solo quella Metroweb). Da un anno a questa parte, l’Amministrazione meneghina ha dato vita assieme al Comune di Brescia a un progetto di riqualificazione dell’illuminazione pubblica, provvedendo a sostituire le vecchie sorgenti luminose con dispositivi a LED. Nello specifico, a Milano è stato compiuto un investimento pari a 38 milioni di euro (finanziato dal gruppo A2A) per rimpiazzare tutti i corpi illuminanti, installare un sistema di telecontrollo e 500 quadri di comando. I vantaggi di questo intervento sono a livello economico ed energetico, ambientale e della sicurezza. Per quanto riguarda i consumi, c’è stato un calo del 51,8% e un relativo abbassamento dei livelli di anidride carbonica (-23 mila tonnellate annue). Da un punto di vista ambientale e della sicurezza, invece, la diminuzione di lampadine sostituite e bruciate (rispettivamente -70 mila e -12 mila tonnellate tra Milano e Brescia ogni anno) ha comportato un risparmio totale di 10,5 tonnellate di rifiuti e la presenza di meno aree buie, con un deciso miglioramento della qualità del servizio. Ultimo, ma non per importanza, l’inquinamento luminoso: l’impiego di dispositivi a LED ha infatti scongiurato le emissioni verso l’alto e agevolato una migliore concentrazione del fascio luminoso su marciapiedi e strade.

A questa importante operazione per la città se ne va ad aggiungere un’altra, più orientata verso la sostenibilità, l’informazione e la mobilità. Vale a dire le isole digitali, un progetto pubblico-privato che ha previsto la creazione di postazioni (già in funzione) con wi-fi libero, colonnine per la ricarica gratuita dei dispositivi elettronici, totem touch-screen con informazioni multilingue su turismo, cultura e traffico locale e servizio di noleggio di quadricicli elettrici (che va ad aggiungersi al bike e car sharing, collaudati e di grande successo). Si tratta di una piccola ma importante tappa verso la creazione di una città intelligente, di un tassello nella realizzazione di una rete tecnologica di servizi all’avanguardia e capace di reggere l’urto delle grandi masse, proprio come per Expo 2015. Quest’ultimo, definito “un laboratorio di smart city”, ha invece disatteso in parte le aspettative. Passando in rassegna edificio dopo edificio, si evince come le architetture siano state concepite con intelligenza, predilezione tecnologica, sensibilità per il riciclo e attenzione ai principi sostenibili. Tuttavia, analizzandolo nel suo insieme, il sito di Expo va a perdere questo concetto fondativo. All’interno dell’area espositiva, i portatori di handicap possono visitare solo il piano terra di alcuni padiglioni poiché sprovvisti di opportuni ausili per la salita delle scale, il wi-fi pubblico e gratuito viaggia a una velocità decisamente ridotta, i totem touch-screen non sono di così facile utilizzo, la segnaletica è fortemente limitata, lo scooter sharing (annunciato come possibile legacy dell’evento) è rimasto una promessa non mantenuta e la mobilità alternativa risulta assente.

Milano non è l’unico esempio italiano di città che investe e crede in un futuro più smart. Altri capoluoghi come Bologna, Torino e Genova, pur con le loro criticità e i loro passi falsi, stanno compiendo passi avanti in tal senso (spinti anche dai bandi di finanziamento europei). Tuttavia, la preoccupazione che si cela dietro a questo trend è che le varie Amministrazioni si lascino “ingolosire” da soluzioni tecnologiche e applicazioni avanguardistiche a caro prezzo proposte da società private, investendo le (spesso limitate) risorse a disposizione - quasi facendo a gara tra loro per chi si accaparra i servizi innovativi migliori - andando poi a sviluppare infrastrutture informatiche di prim’ordine, senza però portare avanti di pari passo una politica di rinnovamento culturale, che dovrebbe essere invece il vero pilastro dell’evoluzione verso una comunità intelligente.

Europa

Dando uno sguardo fuori dai confini, la realtà non è radicalmente diversa. Anche nel resto dell’Europa si investe nelle tecnologie per migliorare la qualità della vita e la gestione dei processi urbani, solo lo si è fatto con un certo anticipo e con un maggiore coinvolgimento dei cittadini. Oltre agli eco-quartieri nati a partire dagli anni Novanta - tra cui il Vauban a Friburgo e il BedZED a Londra - ci sono centri urbani che si sono mossi e si stanno muovendo verso un’evoluzione smart, ciascuno facendo leva sui propri punti di forza per migliorare gli standard di vita dei propri cittadini. 

Helsinki

Helsinki, per esempio, non è così lontana dall’obiettivo città intelligente. Grazie al Forum Virium (nato nel 2005 da una partnership pubblico-privata e guidato dal VTT Technical Research Centre della Finlandia e dalla Helsinki University of Technology) è diventata una città-laboratorio per le ubiquitous technologies, ovvero tecnologie ICT, consultabili anche via dispositivo mobile, che prevedono sia l’apertura di dati pubblici per creare servizi per privati e aziende, sia un’informazione in tempo reale sul traffico. In quest’ultimo caso, i dati vengono ottenuti utilizzando diversi tipi di sensori e dispositivi di misurazione, mentre le informazioni supplementari sono fornite tanto dalle autorità preposte quanto dai cittadini, che diventano così elemento integrante nel miglioramento strategico dello stile di vita e del lavoro.

La capitale finlandese, prima città al mondo per qualità della vita secondo la classifica 2011 della rivista Monocle, si distingue inoltre per due particolari sistemi di condizionamento delle unità abitative, capaci di abbattere i costi e ridurre le emissioni di CO2. Il primo di teleriscaldamento, inaugurato nel 2011 e studiato sfruttando il calore prodotto dal Data Center dell’azienda nazionale Academica: qui il surplus di calore dei server viene trasferito alla rete locale, distribuendo calore e acqua calda a 4.500 abitazioni (per il raffrescamento del Data Center, invece, data la posizione sul litorale viene utilizzata l’acqua del mare). Il secondo, attivo dal 2012, è invece un sistema di teleraffreddamento che ha previsto la costruzione di un enorme serbatoio sotterraneo (capiente 11 mln di litri), dove conservare l’acqua fredda proveniente dai laghi. Nei mesi estivi, durante il giorno, questa viene convogliata nelle unità abitative del centro così da raffrescarle, mentre di notte viene nuovamente raffreddata tramite uno scambiatore di calore.

Se Helsinki mostra già i frutti di una politica lungimirante e oculata, altre città europee virtuose annoverano progetti ancora in rampa di lancio o in corso d’opera. A volte per via di un ritardo strutturale, altre per la complessità di queste operazioni, che spesso prendono in considerazione interi quartieri o estese porzioni del tessuto urbano e necessitano di studi approfonditi, oltre che una collaborazione ragionata tra il settore pubblico locale, che ha il dovere di confrontarsi con la cittadinanza e i centri di ricerca e formazione del luogo, e le aziende private coinvolte, spesso internazionali, che devono sapersi calare nel contesto di riferimento e calibrare le misure di intervento sulla base della realtà con cui si relazionano.

Manchester

La scelta smart di Manchester, per esempio, è quella di puntare sul progetto “The Corridor”. Si tratta di una partnership unica nel suo genere nel Regno Unito, nata nel 2008 coinvolgendo Comune, Università, settore sanitario, developer e società private di vario tipo per dare vita a una “cittadella della conoscenza e dell’economia”, sviluppata su un’area totale di 243 ettari lungo Oxford Road, tra St. Peter’s Square e Whitworth Park. The Corridor, sede di organizzazioni e aziende specializzate nei settori assistenza sanitaria, ricerca, industria creativa, finanza e ITC, genera un indotto per la città di 3,83 miliardi di euro, pari al 22.5% valore aggiunto lordo (VAL) locale, garantendo occupazione per 55 mila persone. In questo caso, la smart city prende vita nell’accezione di centro urbano dove stimolare la creatività e favorire la sperimentazione di tecnologie all’avanguardia, dove l’energia di edifici e infrastrutture viene monitorata da un pannello di controllo centralizzato e la logistica tende la mano alla sostenibilità, con una sorta di magazzino generale dove tutti i pacchi e la corrispondenza per istituzioni e persone fisiche ubicati nel The Corridor vengono depositati e poi smistati per mezzo di biciclette elettriche. Il progetto, oltre a incentivare la ricerca e la crescita economica nei settori knowledge-based, funge da motore di crescita anche per i quartieri circostanti - Ardwick, Rusholme, Moss Side e Hulme - tra i più svantaggiati di tutto il Regno Unito. Gli investimenti pianificati (oltre 3 miliardi di euro entro il 2020) si focalizzeranno non solo sull’implementazione dei servizi e sistemi già in essere, ma andranno a confluire anche nei settori trasporti, infrastrutture e ambiente, con l’obiettivo dichiarato di rendere ancora di più smart The Corridor, creando inoltre un volano economico e un contesto migliore dove vivere e lavorare anche nelle aree contigue.