Una nuova “idea” di città - un nuovo corpus di valori, principi, strategie, soluzioni spaziali - che dalla fine del secolo scorso si è affermata, fino a diventare dominante, nel panorama europeo

La fine del secolo scorso rappresenta in Europa un punto di svolta nell’urbanistica. Come negli anni Settanta l’urbanistica Moderna era uscita silenziosamente, quasi di soppiatto, dalla scena urbana dove era entrata in modo spettacolare e con gran clamore negli anni Trenta legandosi indissolubilmente alle idee di razionalità e di progresso, così, senza quasi che ce ne accorgessimo, le varie “urbanistiche” postmoderne che si sono avvicendate nei venticinque anni successivi in nome dell’ironia, del capriccio, della logica del frammento, alla fine del secolo cedono il passo a una nuova “idea” di città: a un nuovo sistema di valori, principi, strategie, che legano in un

sistema unitario la visione della città e la ricomposizione delle sue parti, la ricostruzione dello spazio urbano e la progettazione dell’architettura. 

Tre date simbolo marcano questa svolta. La prima è il 1994, con il piano dell’Île de France, che segna la fine della zonizzazione funzionale (le aree urbanizzate non sono più divise in aree residenziali e industriali) e introduce il principio della ricomposizione in rete dei centri urbani d’eccellenza e del sistema ambientale; e con il piano di Berlino, che, pur mantenendo la zonizzazione, con il concetto di “area mista” introduce i principi di miscelazione funzionale e di rete (attraverso la realizzazione di un sistema di polarità urbane e di assi radiali di densificazione multifunzionale che le collegano, innervando dal centro la periferia). La seconda è il 1996, con il piano di Amsterdam, che segna anch’esso la fine della zonizzazione funzionale (in luogo di residenza e industria, individua quattro “ambienti insediativi” caratterizzati da diversi mix abitazione-lavoro) e introduce il principio del ricompattamento e della miscelazione funzionale della città (attraverso l’immissione di nuovi centri nelle aree di frattura). La terza è il 1999 con il rapporto della Urban Task Force guidata da Richard Rogers, che introduce i principi della ricomposizione in forma delimitata e “chiusa” degli spazi pubblici e della densificazione edilizia congiunta alla miscelazione funzionale dei sobborghi. 

Questi quattro documenti, che coincidono o seguono di poco la data dell’accordo sul mercato mondiale che rappresenta l’inizio di una nuova epoca, segnano di fatto in Europa la fine delle “urbanistiche” della Postmodernità. E prefigurano una nuova “idea” di città: un nuovo corpus - di fatto - di valori, principi, strategie, modelli di composizione dello spazio.

Qui cercheremo di capire la portata e il significato di questa nuova impalcatura concettuale, peraltro ancora aperta e in divenire, rispetto alle “urbanistiche” che tuttora convivono nella scena urbana europea (di capire cioè il perché della sua importanza e della sua affermazione) e di tirarne le fila: ossia di definirne il nucleo centrale - obiettivi e modello di città - e di tentare di sistematizzarne i codici, i principi in altri termini, di riordino delle funzioni nello spazio, di ricomposizione della forma urbana, di ricostruzione dei rapporti con l’ambiente.

Il contesto di cui è frutto - le nuove direzioni della “terza ondata” - e il suo nucleo concettuale: i valori e il “modello” di città

Innanzitutto il perché. L’urbanistica - la costruzione della città - come tutte le scienze umane, è strettamente legata al proprio tempo, e la nuova “idea” di città rappresenta il frutto e la presa d’atto della nuova ondata di trasformazioni che sta cambiando in profondità l’economia, la società e la tecnologia e di conseguenza la struttura delle città e il rapporto con l’ambiente. 

Nell’economia due date, il 1989 con la caduta del muro di Berlino e il 1994 con l’accordo del World Trade Organisation, ne segnano il principio, che esplode agli inizi del secolo. Sostenuta da una vera e propria fede nel mercato - la nuova ideologia economica dominante - la globalizzazione ha fatto irruzione e con essa il predominio della finanza e l’esplosione dell’industria dell’intrattenimento. Stiamo assistendo poi, dall’inizio del nuovo secolo, a una vera e propria seconda Rivoluzione Tecnologica (dopo la prima che ha portato alla sostituzione delle macchine alle braccia e ha richiesto la grande dimensione e la specializzazione del suolo) che ha spostato l’asse delle relazioni dai contatti faccia a faccia a quelli virtuali. A queste due trasformazioni, dell’economia e delle comunicazioni, si è intrecciato il cambiamento sociale: il lavoro e i legami sociali hanno perso la lunga durata che si associava all’industria nell’Età dell’Oro, sono divenuti “liquidi”, si sono allentati, e a questo si è legata una destrutturazione delle relazioni e delle sedi di decisione in una molteplicità di reti variabili e su piani spaziali diversi.

Questi tre cambiamenti, intrecciati, hanno sottratto al sistema delle relazioni urbane ampie parti della città contemporanea - la galassia urbana postindustriale - trasformandole in spazi teatralizzati, luoghi spettacolari per il consumo, o recintandole come residenze protette, o ancora isolandole nei nuovi spazi industriali della ricerca e dell’alta tecnologia; hanno provocato una perdita di senso del luogo, scindendo dallo spazio fisico i contatti, gli scambi, e riducendo la strada a una vetrina del consumo o a un semplice percorso che si frappone tra casa e centro commerciale; hanno accentuato l’implosione sociale nello spazio privato accelerando ulteriormente la civiltà del sobborgo, dell’automobile e del centro commerciale; hanno disgregato insomma la città come luogo del vivere insieme, segmentandola in recinti, restringendo la vita collettiva, compromettendo ulteriormente gli equilibri ambientali. 

Di fronte a questi nuovi processi la logica della costruzione della città per parti, del frammento, dello spettacolo e del consumo si è rivelata inadeguata.

Si è assistito così, nel dibattito teorico e nelle esperienze concrete di pianificazione e di progettazione della città - soprattutto nel mondo anglosassone e del centro Europa - a un progressivo ritorno alla discussione sui valori, i fini e gli obiettivi della pianificazione della città, e, al contempo, delle strategie di riorganizzazione spaziale per perseguirli. 

Iniziamo dai fini. Le sfide alla base dell’idea di città che si vanno affermando nel nuovo secolo ruotano intorno a tre punti essenziali: il problema della creazione delle basi spaziali dello sviluppo, quello della diffusione delle condizioni di urbanità come diritto di cittadinanza, quello della ricomposizione degli equilibri ambientali.

Organizzare nello spazio gli elementi chiave dello sviluppo, innanzitutto. Dal precedente obiettivo di dare ordine allo sviluppo in un quadro economico basato, prima sull’autoveicolo privato e sulla grande dimensione (e, quindi, sulla specializzazione del territorio e delle infrastrutture), e poi sull’industria dell’intrattenimento e sulla residenza unifamiliare (e quindi su interventi, grandi e piccoli, singoli), la pianificazione della città ha ora come obiettivo quello di rimettere in moto lo sviluppo, di ricrearne le basi urbane, in un quadro economico basato sulle idee e sulle reti.

Strutturare e ricostruire poi, al contempo, i fattori strategici della vita sociale. Dal precedente obiettivo di rispondere ai bisogni primari – di case, di infrastrutture di collegamento, di servizi di base – di una società ancor povera; e poi dalla necessità di rispondere alla domanda di un maggiore spazio abitativo individuale, all’espansione del lavoro terziario e all’esplosione della domanda di svago, di intrattenimento e di consumo della società del benessere, la pianificazione della città ha ora come obiettivo quello di ricomporre la vita sociale: di creare cioè un ambiente inclusivo (la partecipazione di tutti i ceti sociali alla vita urbana è stata nella storia uno dei punti di forza della città europea), identitario (senza storia, senza vita comune, senza riferimenti collettivi non c’è coesione sociale), favorevole allo sviluppo (la città densa di scambi e di vita ha costituito sempre un potente incubatore dello sviluppo). Ricomporre, infine, gli equilibri ambientali. In campo ambientale, dal precedente obiettivo dell’Età dell’Oro, di conquistare l’ambiente per le attività umane attraverso una città che si apriva nel territorio “a salti” con insediamenti verticali nel verde (i complessi a schema aperto del Movimento Moderno) e, poi, dalla necessità di contenere il processo di diffusione insediativa della società del benessere, la pianificazione della città ha ora come obiettivo quello di ricomporre gli equilibri tra città e ambiente, di ricompattare le città, di ricostruire la continuità degli assetti ambientali. 

Sono fini che convergono verso una nuova “idea” di città: quella di una città “compatta”, “densa”, che presenti una sufficiente massa critica (come quella offerta dalle città dell’Ottocento con i loro isolati di quattro-cinque piani che si elevano ulteriormente lungo gli assi principali) tale da sostenere un’ampia varietà di attività e di servizi, da ridurre i grandi costi, di trasporto, di tempo e di energia, che la bassa densità (quella dei quartieri realizzati secondo i principi del Movimento Moderno e dell’insediamento suburbano nel verde) ha comportato e da ricomporre gli equilibri degli spazi naturali.

Una città funzionalmente mista, in grado di consentire la prossimità di persone e di attività per garantire opportunità e diversità di occasioni di vita. Una città policentrica strutturata in rete, in grado di funzionare come un campo di azione unitario, per garantire varietà di relazioni e di scambi e ricomporre le continuità dell’ambiente naturale. Una città sostenuta da una rete continua di spazi pubblici, in grado di permettere la diffusione in ogni sua parte del sistema delle relazioni urbane, per garantire ovunque una vita sociale ricca. Una città formalmente composta in sequenze unitarie, in grado di dare ordine allo spazio, per garantire qualità e identità a tutte le sue parti. 

È una “idea” di città che, a differenza di quella dell’Età dell’Oro il cui soggetto era l’espansione, è volta al rimodellamento dell’aggregato urbano. Non costituisce infatti tanto un’idea per la costruzione del nuovo, quanto, soprattutto, un’idea per la ricomposizione dell’esistente (che trova formale espressione nel piano dell’Île de France del 2009, che fissa non solo il principio, ma anche gli obiettivi quantitativi della ricostruzione della città al suo interno - negli spazi vuoti, nelle fratture urbane - invertendo, per la prima volta dopo quasi sessant’anni, il principio modernista, espresso nel piano di Londra del 1942, di diminuzione delle densità edilizie dal centro alla periferia). 

È un vero e proprio cambiamento di paradigma, di modello, di “idea”, da cui discendono i nuovi pilastri compositivi su cui poggia oggi la costruzione della città, l’urbanistica. Possiamo ricondurli a quattro fondamentali: l’intensificazione funzionale, l’interconnessione in rete, la ricostruzione della trama degli spazi collettivi, la riconnessione dei punti nodali in un sistema di sequenze spaziali.

Il primo pilastro compositivo della nuova “idea” di città: l’intensificazione funzionale

L’urbanistica dell’Età dell’Oro, in un quadro economico caratterizzato dall’espansione, dalla grande dimensione e dalla produzione edilizia di massa, accompagnava i processi spontanei di specializzazione dello spazio urbano e li poneva a proprio fondamento teorico. La nuova “idea” di città si confronta invece con un quadro socioeconomico caratterizzato dall’esigenza di ricomporre l’esistente, in cui la varietà e la flessibilità, e non più l’uniformità, costituiscono il motore dello sviluppo. Dalla specificazione di questi obiettivi nascono nuovi contenuti del piano - le leve su cui agisce - e una nuova sequenza logica per la sua costruzione: inizia a delinearsi, in altri termini, una nuova impalcatura concettuale di progettazione della città. 

Qui ci concentreremo sul nuovo corpus di principi, di strategie di ricomposizione dello spazio che si fa strada.

Semplificando possiamo ricondurli a tre principali.

Il primo è quello di agire su alcuni nodi strategici, in corrispondenza di “fratture”, di aree dismesse o di vuoti urbani, potenziandoli in forma densa, multifunzionale. Questo principio (introdotto nella pianificazione dal piano di Amsterdam del 1996) si basa sull’individuazione delle fratture che separano i diversi ambienti insediativi e sull’immissione in esse di nuovi “centri” urbani, densi, compatti, ancorati saldamente attraverso la continuità degli assi viari al contesto, composti da edifici polifunzionali o da grappoli di edifici con funzioni diverse (precisati in dettaglio in due progetti simbolo: quello di Zuidas ad Amsterdam del 1998, che propone una soluzione “all’americana”, con basamenti compatti e grattacieli; e quello esemplare di Rive Gauche a Parigi di Devillers, Schweitzer, de Portzamparc del 1991, che delinea una soluzione “all’europea”, imperniata sulla grande emergenza della Biblioteca nazionale e su un tessuto regolare di boulevard e isolati rivisitati in chiave contemporanea) distribuiti secondo addensamenti diversi (alta cultura, uffici, scambio, commercio e intrattenimento, abitazione) più o meno intensi, a seconda del ruolo che gli edifici svolgono nella composizione urbana.

Il secondo è quello di agire su alcuni assi strategici, in corrispondenza delle grandi direttrici che collegano il centro alla periferia, potenziandoli come assi multifunzionali a elevata densità. Questo principio (introdotto dal piano di Berlino del 1994 e poi sviluppato sotto l’aspetto della ricomposizione dello spazio urbano dal piano della Comunità di Bordeaux del 2008) si basa su una densificazione multifunzionale in altezza delle grandi radiali, cioè sull’elevazione in altezza e sulla miscelazione delle funzioni degli edifici (commerciali e del tempo libero a piano terra, sopra di ufficio, sopra ancora di abitazione), oppure sulla ricostruzione delle quinte stradali - con edifici che ospitino funzioni complementari a quelle esistenti nei tessuti adiacenti - per trasformare lo spazio centrale in un grande boulevard urbano (precisati in dettaglio nel progetto della linea C di Bordeaux del 2009 e nello straordinario progetto di Seine Arche, la continuazione dell’asse della Defénse, del 2009, di Treutel, Gracias, Treutel).

Il terzo riguarda le aree esterne a bassa densità, la cosiddetta città “leggera”, ed è quello di realizzare polarità o micropolarità connesse al cuore dell’agglomerazione (introdotto nella pianificazione con il concetto di “bacino di vita” dal piano dell’Île de France del 2009) basate sulla densificazione di piccoli nodi connessi tra loro o sulla creazione di un sistema interdipendente di microcentralità diffuse in forma interstiziale (precisati in dettaglio nel masterplan di Manchester di Rogers del 1998 e nel progetto di Lin, Geipel e Andi per la Grande Parigi del 2009). 

Il secondo pilastro compositivo della nuova “idea” di città: l’interconnessione in rete 

L’urbanistica dell’Età dell’Oro, in un quadro socioeconomico caratterizzato da una modesta domanda di servizi e da una limitata mobilità individuale contrastava i processi di polarizzazione funzionale nel centro dividendo la residenza in cellule, gerarchicamente ordinate, ciascuna con al centro i servizi proporzionali alle proprie dimensioni di popolazione. La nuova “idea” di città si confronta invece con un quadro socioeconomico caratterizzato dall’esplosione delle attività di servizio e della mobilità in cui l’interdipendenza e la vitalità, e non più la gerarchia e l’uniformità, costituiscono il motore dello sviluppo.

Dalla specificazione di questi obiettivi nascono nuovi contenuti ancora del piano e si allarga e si integra la sequenza logica per la sua costruzione: si amplia e si precisa, in altri termini, la nuova impalcatura logica della progettazione della città 

Qui - come abbiamo detto - ci concentreremo sul nuovo corpus di principi, di strategie di ricomposizione dello spazio che si fa strada.

Semplificando possiamo ricondurli a due principali.

Il primo è quello di costruire progressivamente, potenziando con nuove attività i nodi strategici della trama così da raggiungere determinati gradi di presenza di “complessi integrati” di funzioni centrali e ricostruendo le continuità ambientali, un insieme di reti intrecciate su più livelli, urbane e ambientali. Questo principio (introdotto nella pianificazione dal piano del Lazio del 2000, peraltro subito accantonato come è d’uso in Italia) si basa su un meccanismo di potenziamento con dei centri “ad ondate” a partire dal polo centrale.

Il secondo è quello di strutturare un sistema di catene concentriche di centri complementari, imperniate e in alcuni casi legate fisicamente al polo centrale, facendo convergere su di essi tutti gli sviluppi funzionali ed abitativi previsti. Questo principio (introdotto nella pianificazione dai piani dell’Île de France del 1994 e da quello di Amsterdam del 2003 - che fissa il principio della continuità fisica basata su un grande canale multifunzionale tra polo centrale e centri di eccellenza - e perfezionato in quello dell’Île de France del 2013) si basa sulla distribuzione puntuale nei diversi nodi della rete di ciascuna funzione strategica (quartieri di affari, uffici, centri di scambio, università, centri di ricerca, centri di alta tecnologia, ecc.) potenziando i centri esistenti attraverso la valorizzazione delle funzioni già presenti e la loro integrazione con altre complementari; creandone di nuovi in nodi strategici della struttura urbana (nelle aree vuote all’interno, nelle aree di frattura) ciascuno con un proprio profilo prevalente; collegandoli infine fisicamente al polo centrale (è il caso dei piani di Amsterdam del 2003 e del 2011) attraverso assi, sequenze lineari di funzioni miste. 

Il terzo pilastro compositivo della nuova “idea” di città: la ricostruzione della trama degli spazi collettivi

L’urbanistica dell’Età dell’Oro, in un quadro socio economico caratterizzato da una grande domanda di abitazioni a basso costo e dall’adesione ai principi modernisti, ha dissolto lo spazio pubblico in uno spazio indefinito, un puro spazio di prossimità. Quella della postmodernità, caratterizzata dal benessere e dalla domanda di un sempre maggiore spazio individuale, lo ha ridotto a un non luogo di distribuzione veicolare e di parcheggio o a uno spazio introverso del consumo. La nuova “idea” di città si confronta invece con un quadro socioeconomico in cui il “vivere insieme”, ossia la continuità, la delimitazione, la vitalità, la varietà, e la permeabilità dello spazio pubblico, e non più la sua segmentazione, costituiscono il motore dello sviluppo e della coesione sociale. 

Dalla specificazione di questi obiettivi nascono ulteriori contenuti del piano e si estende in modo più completo la sequenza logica per la sua costruzione: si definisce nelle sue linee portanti in altri termini, la nuova impalcatura logica della progettazione della città.

Qui - come abbiamo detto - ci concentreremo sul nuovo corpus di principi, di strategie di ricomposizione dello spazio che si fa strada.

Semplificando possiamo ricondurli a quattro principali.

Il primo riguarda la ricostruzione della continuità della trama. Questo principio (esemplarmente introdotto nel dibattito internazionale dal masterplan di Chemetoff dell’Île de Nantes del 2002) può essere espresso in termini molto semplici: ricomporre, ricostruendo le parti mancanti, gli spazi pubblici esistenti in una trama continua - lastricata o verde - che reimmetta nel sistema delle relazioni urbane tutte le parti della città.

Il secondo riguarda la ricomposizione del suo ruolo funzionale e formale. Questo principio si traduce nell’impressione, in forma differenziata - alternando spazi di vita a spazi di quiete - di un nuovo ordine di centri e assi di condensazione delle relazioni sociali, che ruota tutto intorno al concetto di romperne i caratteri di canali di traffico specializzato per ricomporli integrando le funzioni e i traffici. E questo, elevando gli edifici in altezza e ricostruendo le quinte stradali, rimodellando (come nelle straordinarie realizzazioni di Castro, portate a schema teorico nel Concorso della Grande Parigi del 2009) gli edifici in forma multifunzionale (soprattutto il basamento stradale per consentire lo snodarsi lungo di esso delle diverse funzioni che animano la vita quotidiana, oppure creando, con gallerie e passaggi, condizioni di permeabilità e di continuità tra spazi esterni ed interni) e mescolando - anziché separare - i modi di spostamento dando forma alla complessità, sul piano stradale (combinando in modo diverso superfici lastricate, verdi e impianti arborei) della compresenza tra pedone, mezzi di trasporto collettivo (soprattutto il tram, come nella brillante realizzazione di Cuillier a Bordeaux del 2006) e automobile.

Il terzo riguarda, in particolare, la rottura dell’isolamento e la ricostruzione della trama nei quartieri di edilizia sociale a schema aperto. Questo principio si basa essenzialmente sulla penetrazione al loro interno con gli assi stradali dei tessuti adiacenti, e sulla immissione lungo di essi di nuovi volumi edilizi (o anche architetture leggere, come suggerito da Jean Nouvel nel concorso della Grande Parigi del 2009) e di nuove attività che ne ricompongano le quinte (favorendo l’impianto di funzioni nei piani terra) così da ricostruire lo spazio pubblico come luogo di vita urbana, ricomporne la continuità con la città e creare un mix funzionale vario. 

Il quarto riguarda infine la ricostruzione della trama delle aree di diffusione insediativa, nei sobborghi, attraverso la creazione di un sistema di assi e nodi principali lungo cui si snodino le funzioni urbane. Questo principio (introdotto nel dibattito dal rapporto della Urban Task Force del 1999 e chiaramente sviluppato da Lion, Leclercq e Mangin nel concorso della Grande Parigi del 2009) si basa essenzialmente sul rimodellamento in altezza dell’edificato - per consentire l’accoglimento di funzioni diverse e aumentare la massa critica di popolazione in grado di sostenerle - lungo l’asse principale che collega il tessuto urbano al centro città e lungo quello che lo collega a quelli adiacenti e, al loro incrocio, in un polo centrale.

Il quarto pilastro compositivo della nuova “idea” di città: il riordino della trama in un sistema unitario di sequenze spaziali

L’urbanistica dell’Età dell’Oro, in un quadro socio economico caratterizzato dall’espansione e dalla grande dimensione che imponevano la specializzazione e la scomposizione della città in tessuti uniformi, imprimeva un ordine formale - l’ultima immagine volontaristica d’insieme della città, prima della sua dissoluzione in un insieme di frammenti operata dalla Postmodernità - alla città attraverso il contrappunto di blocchi volumetricamente uniformi, le masse edilizie: era quindi un’immagine standardizzata, uniforme, decontestualizzata, in cui le differenze consistevano nelle diverse disposizioni reciproche delle densità, dei tipi del costruito e degli spazi aperti. La nuova “idea” di città basata sul ricompattamento della città in aree, nodi e assi di addensamento funzionale interconnessi in rete, implica varietà, sfruttamento delle opportunità offerte dai luoghi, differenziazione e articolazione delle forme dei volumi e dei vuoti. E queste aree, questi nodi e questi assi costituiscono le leve per la ricostruzione dell’immagine urbana. 

Dalla specificazione di questi obiettivi nascono i contenuti formali del piano - al momento i meno codificati - e si conclude la sequenza logica per la sua costruzione: si completa nel suo insieme insomma la nuova impalcatura logica della progettazione della città. 

Qui - come abbiamo detto - ci concentreremo sul nuovo corpus di principi, di strategie di ricomposizione dello spazio che si fa strada.

Semplificando possiamo ricondurli a due principali, che ci giungono dall’insegnamento del passato.

Il primo (esemplificato nell’idea di Sisto V di un sistema di assi che collegano le basiliche, a Roma) consiste nell’interconnessione di un sistema di emergenze in un unico insieme, che diventa il motore della progressiva ricomposizione degli spazi urbani che le legano. 

Il secondo (esemplificato nell’idea di Le Nôtre di un grande asse dalle Tuileries alla Senna a Parigi, e in quella di Bacon di un grande asse tra le due rive del centro di Filadelfia) consiste nella costruzione di una grande sequenza spaziale, di architetture e assi urbani, che diventa il perno di un nuovo ordine urbano (l’innesto di altre sequenze trasversali nel caso di Parigi, la ricomposizione dell’ingresso alla città e la costruzione di una trama verde continua nel caso di Filadelfia).

È sull’approfondimento di questi ultimi principi - ancora i meno sedimentati nei piani, ma chiaramente delineati nei grandi progetti urbani - della nuova idea di città che si sta muovendo il dibattito e si stanno esercitando le esperienze di ricomposizione della forma urbana del nuovo secolo: la messa insieme di emergenze, grandi sequenze spaziali, assi, in una visione d’insieme (esemplificata magistralmente da de Portzamparc nel concorso per la Grande Parigi del 2009 in grandi sequenze - edificato e colate verdi - che rimodellano l’area di Paris Nord Est legando le vecchie stazioni al nuovo polo dell’Alta velocità).

In chiusura

Come ogni società, ci siamo mossi e ci stiamo muovendo dal vecchio al nuovo. Presi dagli eventi quotidiani e dalla spettacolarizzazione delle singole realizzazioni facciamo fatica a renderci conto di quanto siano cambiate le nostre città e finiamo con non cogliere gli ampi schemi del mutamento. Di fronte alla nuova ondata di trasformazioni che la città sta vivendo, proviamo difficoltà a vedere il fatto che una nuova “idea” di città - un nuovo modo di strutturare le funzioni nello spazio, di comporre la forma urbana, di organizzare il rapporto con l’ambiente - è ormai emersa. 

Il fatto è che tra gli anni Novanta e gli anni Duemila è finita un’epoca dell’urbanistica e ne è iniziata una nuova. Ma il problema è che il vecchio - le regole della grande epopea della Modernità, le diverse correnti della Postmodernità - è ancora indissolubilmente legato al nuovo. 

Qui abbiamo cercato di tirare le fila dei rivolgimenti che hanno generato questa nuova “idea” di città e della base di pensiero che presiede alla sua composizione spaziale, dei principi per ricomporre la città contemporanea: di tessere le fila, in altri termini, del nuovo sistema di valori, principi, strategie, che legano in un sistema unitario la visione della città e la ricomposizione delle sue parti, la ricostruzione dello spazio urbano e la progettazione dell’architettura. Ma è solo un primo tentativo: alcuni principi e alcune strategie sono ormai codificate, altre stanno continuamente ampliando le loro frontiere.

di Roberto Cassetti
Professore presso Sapienza Università di Roma 

Immagini fornite da Roberto Cassetti